sabato 22 febbraio 2014

Quale discontinuità

Le valutazioni politiche sono sempre difficili, perché frutto di una sintesi complessa fra la volontà soggettiva di "prendere partito", facendo una scelta di campo che non è mai neutra, e la necessità di tener conto di fattori oggettivi, di circostanze e situazioni particolari, che non dipendono dalle nostre preferenze. Anche dinanzi all'accelerazione improvvisa che ha portato alla defenestrazione del Governo Letta e alla sua sostituzione con un esecutivo guidato dal nuovo segretario del PD, Matteo Renzi, è molto difficile bilanciare le nostre preferenze con una doverosa attenzione alla congiuntura storica in cui versa il nostro paese.
È dal giudizio che si può dare di questa congiuntura che dipende in larga misura la valutazione del nuovo governo. Se crediamo che il nostro paese non è allo sbando, che lo scenario apocalittico è solo funzionale ai poteri forti e che, tutto sommato, la scamperemo tranquillamente anche questa volta, allora le preferenze ideologiche possono essere fatte valere con forza: non si può accettare questa manovra di palazzo, si poteva votare, abbiamo bisogno di un'alternativa radicale… Se, al contrario - come anch'io ritengo - la nostra situazione è giunta ad un punto di svolta delicatissimo, per certi versi ancora più critico di qualche anno fa, allora dobbiamo guardare in altro modo alla nascita del nuovo governo: anche se non ci piace, questo può essere l'ultimo treno. La situazione del paese è molto difficile proprio perché la congiuntura economica sfavorevole potrebbe cominciare - lentamente - a cambiare. Che ne sarà della nostra economia quando rutti gli altri paesi si rimetteranno a correre e noi resteremo al palo di una corruzione spaventosa, di un debito pubblico che ci consegna mani e piedi ai nostri creditori, di una cronica debolezza dei governi e dei parlamenti, incapaci di riforme, di coraggio e persino di decenza?
Il nuovo governo nasce da una personalità forte, giovane, pulita, verosimilmente libera da interessi occulti, che possiede una dote indispensabile a ogni autentico leader: il fiuto, cioè la capacità di avvertire, in modo quasi istintivo, qual è il momento giusto per compiere la mossa giusta. Ma in politica, come nella vita, luci e ombre non si possono mai dividersi in modo netto. Il nuovo leader appare anche libero nelle scelte da essere quasi spregiudicato, veloce nelle decisioni da risultare a volte superficiale, facile nella parola da doversi spesso mordere la lingua. 
9 novembre 2012: «Se vinciamo le primarie faremo solo 10 ministri: 5 uomini e 5 donne». Ricordo bene un brivido nella schiena quando sentii quelle parole. Sarebbe troppo facile dire ora che erano parole al vento.
18 gennio 2014: intervenendo ad Agorà, su Rai Tre, Renzi ha lanciato l'hashtag che lo perseguiterà - giustamente - per tutta la vita: «Enricostaisereno. Nessuno ti vuol fregare il posto». Incredibile a dirsi, almeno nella forma è stato più allegro il congedo di Berlusconi da Monti, che quello di Letta da Renzi. La conferenza stampa di Letta, il 12 febbraio 2014, 
nella Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, per presentare nientemeno che un progetto denominato "Impegno Italia", un giorno prima (!) che venisse licenziato dal suo stesso partito è forse una delle pagine più vergognose per il PD e umilianti per le istituzioni nella storia italiana. Al limite, è secondario dire dove finiscono le colpe dell'uno e cominciano i meriti dell'altro: due uomini dello stesso partito avrebbero dovuto - insieme - impegnarsi a non arrivare a quel punto. Ma la storia corre veloce: quella vergogna è riuscito a farcela dimenticare l'ineffabile Grillo, facendosi beffe dei propri militanti, che avevano votato un incontro che lui è riuscito a trasformare in uno scontro. Esibizionistico e premeditato. Della serie: votate, votate, tanto io faccio solo finta di darvi retta.
A questo punto, tuttavia, responsabilmente dobbiamo augurarci che Renzi ce la faccia e impegnarci in modo leale e costruttivo a difendere quello che ci sarà da difendere, e criticare quello che ci sarà da criticare. La nuova squadra di governo ha indubbiamente molti punti di forza: a cominciare dalla presenza non simbolica di donne e di giovani. Tuttavia in politica non si può vivere troppo a lungo di miti: Letta era diventato prigioniero del mito della continuità, che stava addormentando il suo governo; Renzi potrebbe diventare schiavo del mito - non meno pericoloso - della discontinuità, che spinge sulla china del culto dell'immagine e dei colpi di teatro. Non si risana il bilancio e non si dà al paese il messaggio giusto se ci s'illude di poter azzerare la storia. Qui ognuno potrebbe togliersi qualche sassolino dalle scarpe: il Ministero degli Affari Esteri aveva davvero bisogno di discontinuità? L'aver perso le primarie del PD a Genova può essere un buon motivo per diventare Ministra della Difesa? il non aver superato l'abilitazione come professore associato in Politica economica è davvero irrilevante per chi è stato designato come responsabile del settore economia nella segreteria del PD? Un altro braccio destro di Renzi (anche lui sfortunato nell'abilitazione per la seconda fascia di Diritto costituzionale) avrebbe detto: «O noi renziani siamo tutti asini o non siamo raccomandati». Non è detto che ci sia un aut aut.
Il premier ha forzato la mano, ha scelto le sue carte. Ha voluto, a mio avviso, giustamente, restituire alla politica il suo primato. Ora deve giocare. Una doppia partita e una doppia maggioranza lo aspettano: la partita del governo e quella delle riforme.
Ma anche tutti gli altri devono fare qualcosa. Il Pd prima di tutto: che non si dimentichi dei consensi dati a Renzi nel giorno prima, come ha fatto con Prodi nell'elezione del Presidente della Repubblica. Se Renzi fallisce, il nostro paese si farà molto male e ci vorranno anni per riprendersi; ma se fallisce il PD, la sua storia è semplicemente chiusa qui.
E poi ci sono i partiti (troppi!) della coalizione che debbono fare la loro parte. Senza dire che anche chi resterà all'opposizione dovrà farci vedere che vuole bene all'Italia più che alle proprie poltrone. 
Atro discorso, ben più lungo, si dovrebbe fare per tutti i cittadini di questo paese e per il sistema mediatico che lo racconta. Ma vorrei rimandarlo a un prossimo appuntamento.

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