martedì 18 marzo 2014

Civitas in bilico: attualità di Agostino / 1


Dal sacco di Roma del 410 al "nostro" 11 settembre.

Ricoeur: « Così come la chiesa battezza dei bambini che non ha messo al mondo, essa battezza anche delle civiltà che promuovono valori appartenenti a un altro piano dell’esistenza umana e della creazione rispetto al disegno di salvezza»

Il sangue dei martiri sulla soglia del pantheon 


Prima parte di una riflessione sull'attualità di Agostino

Intervento Belluno

giovedì 13 marzo 2014

Se Dio non esiste tutto è permesso


Si è svolto, a Macerata, martedì 24 febbraio 2014, un dibattito – all’interno di una serie di eventi denominato Il cortile dei Gentili, che mette in dialogo voci di credenti e non credenti - fra il professor Luigi Alici e il professor Filippo Mignini.
La serata è stata proficua e densa; i due relatori hanno risposto, per loro parte, alla domanda principale che dava il titolo all’evento “Se Dio non esiste, allora tutto è lecito?“. Le divergenze sono state opportunità per il numeroso pubblico (cosa che ci piace sottolineare) che ha interagito e avviato un dibattito finale interrotto solo dalla tarda ora. Di seguito pubblichiamo ampi stralci della discussione.
I tagli effettuati sono dovuti alla necessità di tradurre per iscritto ciò che è stato declinato in forma e modalità parlata. Per meglio fruire delle idee messe in campo dai due relatori, si è preferito, così, modellare il testo.
 Fonte: http://www.ritirifilosofici.it/?page_id=2687
Trascrizione dell'incontro promosso dalla Fuci a Macerata (25 febbraio 2014)

mercoledì 12 marzo 2014

Che cosa (non) accade nel ventre molle del paese



















Il post precedente si era concluso con l'impegno a continuare il discorso su un altro piano. Vedremo se e come il governo Renzi riuscirà a onorare le sue promesse: la perplessità non può tradursi in un pregiudizio, non è ancora chiaro se il nuovo nasconda coraggio o superficialità. O forse entrambe le cose. Vedremo. Questo non deve impedirci, tuttavia, di allargare lo sguardo, provando a spostare i riflettori che il sistema mediatico continua a puntare sempre sui soliti noti, finendo per tenerci costantemente in ostaggio della "sua" agenda. È un modo troppo facile di fare giornalismo, questo: creare un grande teatro di posa, scegliere una decina di personaggi e allestire, su questa base, la Grande Rappresentazione. Ieri Berlusconi, oggi Renzi. I proprietari del Movimento 5 Stelle lo hanno capito, allestendo un network alternativo, prodotto però con ingredienti addirittura peggiori: slogan facile, decisioni clamorose, proposte shock. Se c'è qualche difficoltà, basta spostare l'attenzione, creare il caso. L'importante è occupare la scena. Berlusconi docet.
Dobbiamo chiederci, però, che cosa accade dietro le quinte e - più ancora - in tutto l'apparato che gestisce la vita del paese reale. Non si deve dimenticare che l'ordinaria amministrazione di un paese è anche - e forse prima di tutto - la sua politica.
In questi decenni lo abbiamo visto bene: quanto più, dinanzi agli scenari della globalizzazione, la politica è diventata debole, tanto più l'ordinaria amministrazione è diventata forte. C'è insomma un ventre molle del paese che non si sottopone ad alcun controllo democratico e che di fatto, nella crisi, si è preoccupato soltanto di tutelare se stesso, di blindare le proprie rendite di posizione, fino a mettere persino il bastone tra le ruote ai (pochi) politici che cercavano di cambiare qualcosa. Il risultato è un paese fermo, ottusamente apatico e immobile, mentre i politici hanno cercato di alzare la voce per nascondere la propria impotenza. Questo è forse un aspetto positivo del governo Renzi: il ritorno della politica. Poi la politica può essere buona o cattiva, per carità, ma prima di tutto deve provarci.
Non abbiamo mai visto, negli ultimi decenni, una denuncia così convinta e generalizzata dello strapotere della burocrazia, eppure non abbiamo mai assistito a una crescita fosì forte di tale strapotere: una avanzata inarrestabile, senza legittimazione di alcuni tipo. Ci sono prima di tutto gli euroburocrati, poi i direttori generali e i funzionari dei Ministeri, i grandi e piccoli manager. Qualcosa del genere, forse, si può dire a livello periferico: i dirigenti regionali, i dirigenti scolastici, i dirigenti delle aziende sanitarie, i responsabili degli enti pubblici, i capi ufficio e via discendendo. 
Nel momento più acuto della crisi la politica si è fermata, ma si sono fermati anche questi apparati intermedi, che avrebbero dovuto continuare a garantire la realizzazione funzionale e razionale degli enti con finalità pubbliche o comunque collettive. Non solo si sono fermati, ma si è appannata progressivamente l'etica pubblica cui queste strutture dovrebbero ispirarsi. Prescindendo da forme macroscopiche di disonestà, l'impressione è che la macchina abbia continuato a lavorare soprattutto per se stessa: la crescita ipertrofica - e a volte francamente delirante - di procedure, permessi, controlli, circolari ha generato una sorta di nuovo "feudalesimo burocratico", fortemente gerarchizzato al proprio interno in vassalli, valvassori e valvassini, preoccupati solo di marcare il territorio. Sono riuscito ad avere un'altra stanza, gliel'ho fatto vedere io, nessuno può mettermi i piedi sopra, qui non si passa. Questo mondo si è inventato persino la retorica dell'innovazione, sterilizzandone ogni valore dietro una montagna di carta. Provare a partecipare a un finanziamento europeo, per credere. Il burocrate pensa che tutta la società debba essere un gigantesco ufficio, non riesce ad avere un interlocutore diverso, l'importante è che occupi uno scalino più in basso e che non possa fare nulla senza il suo permesso.
La sera magari ci si diverte davanti a qualche talk-show per vedere chi è il politico più brillante, poi la mattina dopo ci si piazza dietro la scrivania e si sussurra al leader politico di turno qualcosa di simile a quello che uno dei monatti dice nei Promessi Sposi, nel momento più nero della peste: «Va', va', povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano»