sabato 26 aprile 2014

Mendicanti di profezia: in ascolto di don Tonino Bello


1. Ha scritto lo storico e filosofo inglese Arnold Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti e i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme». Ma chi sono veramente i profeti per noi?
Uno studioso del profetismo come Pietro Bovati ha cercato di rispondere con parole estremamente attuali: «Nella vita degli individui come della storia della società vi sono momenti nei quali si fa acuta la percezione di un’assenza. Assenza di ideali, di valori, di interiore esperienza della verità, con il conseguente bisogno di certezze sulle quali far riposare l’ansia e lo smarrimento. È in queste, talvolta prolungate, fasi di vuoto spirituale che si va alla ricerca di persone che irradino nelle parole e nei comportamenti la presenza della verità e del senso»
Come non mettere anche questa iniziativa sotto il segno di una profezia da onorare, per noi esigente e benedetta? Abbiamo sempre bisogno di profeti e testimoni, non c'è dubbio; ma anche di un discernimento spirituale per poterli incontrare, riconoscere e accogliere. Perché oggi tutto questo ci sembra così difficile? Forse non cerchiamo nei posti giusti? O essi parlano ormai una lingua che non conosciamo più? Oppure sono davvero spariti e noi siamo rimasti soli? La nostra epoca è afflitta da una sindrome di sterilità profetica?
In un contesto in cui tutti vivono la crisi come un inquietante buco nero, ancora Bovati ci ricorda che «il profeta, a cui Dio si rivela, è invece in grado di intravedere il germe di bene sepolto nelle macerie, è in grado di percepire il principio di vita che è efficacemente all’opera, anche se l’apparenza dei fatti sembra contraddirlo; il profeta vede una pace e una gioia dove agli altri è dato di vedere solo disgregazione e lacrime». Ma la pace e la gioia che il profeta riesce a vedere, si dovrebbe aggiungere, non è una merce scadente, che si possa acquistare a prezzo stracciato in qualche banale supermarket dello spirito; è merce rara e preziosa, come «un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo»; o come «una perla di grande valore»: il mercante che l’ha trovata, «va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,44-45). Secondo le parole forti e impegnative del Vangelo, su questa lunghezza d’onda possiamo immaginare il mistero inimmaginabile del regno dei cieli.
A partire da questa consapevolezza, posso pronunciare davanti a voi parole di riconoscenza perché la vostra Chiesa ha saputo e sa custodire un testimone innamorato e profetico della perla di grande valore, per la quale vale la pena vendere tutto. Non so e non posso dirvi molte cose su questo testimone, di cui don Domenico Amato ha voluto offrirci una “biografia dell’anima” così puntuale e documentata: la mia conoscenza del vescovo Tonino Bello è purtroppo solo indiretta e la passione attenta alla sua parola e ai suoi scritti non sono sufficienti per accreditarmi come un testimone autorevole. Vengo quindi come uno dei tanti mendicanti di profezia nel nostro tempo e posso portarvi una parola di gratitudine e di speranza, che la lettura del libro su don Tonino ha reso più grande e meglio motivata.
Posso farlo provando ad alzare lo sguardo su questa particolare contingenza storica che stiamo vivendo: una penombra che può preludere a un tramonto di civiltà interminabile e tristissimo, oppure annunciare l’alba di una nuova e straordinaria primavera dello spirito. Ancora una volta, l’asse di orientamento della storia è rimesso nelle nostre mani: non possiamo illuderci, come cristiani, di scavarci una piccola nicchia protetta dentro cui sotterrare, per paura, l’unico talento che ci è stato affidato. Perché è bene ricordare, nell’epoca delle biografie spezzate e delle schizofrenie striscianti, che c’è una sola storia e i cristiani non possono diventare complici più o meno consapevoli del tribalismo dominante, che disarticola la convivenza in un pulviscolo di tribù autoreferenziali, strette attorno ai propri totem e chiuse nei loro dialetti e nei loro culti.
Oggi più che mai dobbiamo resistere a questa tentazione relativista ed evasiva, riconoscendo, con il Concilio, che «il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (GS, 11). La presenza di Cristo nella Chiesa e nella storia è certamente di per sé un segno, anzi il segno per eccellenza dei tempi e della storia, che dev’essere messo in dialogo con tutte quelle forme che cooperano, o semplicemente aspirano alla edificazione di un mondo più umano. Su questa base, secondo Gaudium et spes, possiamo instaurare «un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza»; un dialogo, quindi, che «non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora l'autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere» (GS 92).
Non si tratta di sovrapporre a una ricognizione “positiva” dei fatti storici (di per sé impossibile, senza un qualche orientamento interpretativo) una contro-ermeneutica, dominata da finalità edificanti che giustifichino una lettura parziale di tali fatti. Si tratta di qualcosa di diverso e molto più complesso: non un atto episodico e strumentale, né una competenza delegabile a qualche “agenzia specializzata”, ma un esercizio permanente di discernimento, capace di coniugare interpretazione e profezia, come forma costitutiva dell’essere Chiesa.
D’altro canto, da quando il Concilio ci ha insegnato a dire non “la Chiesa o il mondo”, e nemmeno “la Chiesa e il mondo”, bensì “la Chiesa nel mondo”, non ci è difficile riconoscere che molti dei fenomeni che aggravano la disaffezione alla dimensione istituzionale e cooperativa della vita pubblica, assecondandone  e cavalcandone le peggiori pulsioni individualistiche, si possono dire contemporaneamente del cittadino e del cristiano. Onestamente non possiamo affermare che le nostre comunità ecclesiali, in questo difficile tornante della storia del mondo, abbiano perso il senso di Dio, ma forse dobbiamo, con altrettanta onestà, ammettere che spesso – troppo spesso! – abbiamo perso il senso della realtà. Potremmo dirlo con le parole di Emmanuel Mounier: «Lo spirito della Chiesa non è divenuto insipido: esso occupa, in una pienezza perfetta, lo spazio incomprensibile, irriducibile, della Carità. Ma la lettera è quasi morta. Le sue parole non passano più, i suoi atti non producono più, il mondo ha perduto la chiave del suo linguaggio, e la Chiesa ha perduto la chiave del linguaggio degli uomini». 
Secondo gli autori de L’epoca delle passioni tristi, «la nostra epoca sarebbe passata dall’onnipotenza dell’uomo costruttore della storia a un altro mito simmetrico e speculare, quello della sua totale impotenza di fronte alla complessità del mondo». Sarebbe proprio questa la “crisi nella crisi”: non la minaccia di uno sbandamento provvisorio, ma una vita in stato di emergenza permanente, in cui non serve nemmeno gridare “Si salvi chi può!”, perché non c’è un posto dove scappare. Il mix di complessità e impotenza di questa epoca in bilico tra vecchio e nuovo ci sta paralizzando: è come se, paragonando la nostra vita a una barca sballottata dai marosi, stia venendo meno la fiducia nell’esistenza di un porto dove dirigersi e ci riconosciamo sempre più «incapaci di far fronte alle nostre infelicità e ai problemi che ci minacciano».
Eppure, nello stesso tempo, come ci ha ricordato Massimo Recalcati, l’epoca del tramonto del padre è anche l’epoca di Telemaco: «le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni». Dopo l’egemonia dei miti di Edipo e di Narciso, le giovani generazioni tendono a rispecchiarsi nel mito di Telemaco, che «si emancipa dalla violenza parricida di Edipo» e «cerca il padre non come un rivale, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra».

2. In tale contesto, nel momento in cui la vita della Chiesa sembrava irrimediabilmente paralizzata da abusi e da scandali – aggravati dallo scandalismo, che ne è la strumentalizzazione più vergognosa –, con la rinuncia al pontificato di papa Benedetto e l’elezione di papa Francesco si è aperta una nuova stagione, di cui riusciamo a malapena a intravedere gli sviluppi; non una frattura con il passato, è ovvio, ma come il presagio di una nuova fioritura: la lenta e preziosa semina spirituale di profeti lungimiranti e generosi sta cominciando a dare i primi frutti.
In una congiuntura storica paralizzata dalla crisi e incollata al presente, era forte l’esigenza di una scossa, di un nuovo inizio, di una postura spirituale e pastorale in cui s’intravedesse l’energia e l’entusiasmo di una Chiesa giovane. «Le parole di Gesù, “Ecco: sto alla porta e busso” (Ap 3,20), possono essere interpretate come un bussare da dentro, da parte di un Messia tenuto prigioniero da una Chiesa autoreferenziale»: se il cardinale Bergoglio, dopo essersi espresso nelle congregazioni generali precedenti il conclave con parole così potentemente provocatorie e poco “diplomatiche”, viene eletto papa, senza nemmeno troppe resistenze, allora vuol dire che la Chiesa è viva e ancora capace di lasciarsi sorprendere dallo Spirito.
Una sorpresa che la gente semplice ha colto subito, riconoscendo nella radicalità evangelica l’unica forza capace di scongelare un’avversione figlia di antichi pregiudizi ideologici e di attraversare muri d’indifferenza che sembravano impenetrabili. Papa Francesco lo ha scritto in Evangelii Gaudium: nessuna novità, semplicemente un ritorno alla migliore tradizione cristiana; non a caso, egli ricava da san Tommaso sia il riconoscimento della misericordia come la più grande di tutte le virtù (EG, 37) sia l’affermazione (che sembra turbare i custodi di un tradizionalismo di corte vedute) secondo cui «i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”» (EG, 43).
Il suo appello alla povertà – certamente esemplare per tutti e non indolore – se assunto nel senso della essenzialità evangelica, oltre un’ottica riduttivamente pauperistica, è un invito rivolto a tutta la Chiesa a ritrovare il senso della propria missione evangelizzatrice, nel nome di un’idea di comunione semplificata e “ricucita” nell’essenziale. Trasferire tale appello al piano della forma ecclesiae significa scucire le maglie dall’appartenenza ecclesiale da ogni appesantimento improprio: sulla via in cui misericordia e miseria s’incontrano, l’abbraccio del Padre misericordioso con il figlio pentito non può essere ostacolato da un figlio maggiore preoccupato solo dei propri privilegi, che detta dall’alto le condizioni di tale incontro come un arcigno “doganiere della fede”, prigioniero di sacralizzazioni indebite, di paludamenti anacronistici, di sintesi storiche dettate più da un soffocante manierismo precettistico che da un affidamento lieto e coraggioso alla profezia del Vangelo.
Francesco ci sta chiamando a una nuova stagione di fecondità spirituale e noi non possiamo minimizzare la forza profetica dei suoi gesti e delle sue parole. La profezia, quand’è autentica, non può essere usata come un innocuo vessillo dietro al quale nascondere le nostre stanchezze e le nostre ritualità apatiche. Il papa sta raccogliendo l’onda lunga e semisommersa del Concilio, coltivata e rilanciata con eroismo esemplare da tanti profeti inascoltati del nostro tempo, e la sta riproponendo alla Chiesa universale con parole autorevoli e inequivocabili: come ha scritto nell’intervista rilasciata a “Civiltà cattolica”,«la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile». In un precedente intervento, era stato ancora più esplicito: «Dopo cinquant’anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? No… Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore» (16 aprile 2013).
     Per questo non possiamo declassare i suoi gesti e le sue parole a una forma di simpatico folclore argentino, così come non possiamo ridimensionare la figura di don Tonino Bello a quella di un retore elegante al quale chiedere in prestito qualche metafora fortunata, per innescare effimeri brividi spirituali. I profeti non possono essere imbalsamati come mummie da museo, con l’intento di renderli inoffensivi e inimitabili, e con l’alibi abbastanza scoperto di esonerarci dalla loro sequela. Non possiamo illuderci: negli anni che abbiamo dinanzi ci sentiremo sempre più ostaggi dell’imperialismo della finanza, delusi dall’impotenza della politica e non del tutto rassicurati dai miraggi della tecnoscienza.
     Ai nodi irrisolti di ieri si aggiungono le sfide terribili di oggi e di domani. Il dibattito su natura e cultura si radicalizzerà sempre più. Dopo secoli di materialismo e naturalismo, ora le sfide più radicali provengono dal versante opposto: il culturalismo, al contrario, sostiene che tutto, persino lo "zoccolo duro" della realtà sarebbe il prodotto di una elaborazione storica, sempre relativa e datata; il maschile e il femminile, il sessuale e il trans-sessuale, l'umano e il non-umano, il naturale e l'artificiale non sarebbero altro che interpretazioni. Le velleità del postumano, la medicina dei desideri, i fantasmi dell’eugenetica e della clonazione troveranno nel nichilismo il loro alleato migliore e nell’affermazione di Nietzsche: «Non esistono fatti, ma solo interpretazioni» il proprio manifesto libertario.
     Nello stesso tempo, l’esercizio della democrazia potrebbe essere confinato in parlamenti ridotti a luoghi folcloristici, mentre i veri poteri tenderanno a insediarsi altrove, sempre più forti e sempre più invisibili. Il lessico della partecipazione, della giustizia sociale e del bene comune potrebbe essere scalzato da nuovi slogan seducenti ed effimeri, che screditano la fedeltà e celebrano la flessibilità. L’individualismo delle preferenze sarà sempre più insidiato dall’alienazione delle dipendenze, mentre la famiglia potrebbe diventare contemporaneamente un’istituzione anacronistica e insieme un preziosissimo ammortizzatore sociale a costo zero. La mutazione antropologica dei “nativi digitali” potrebbe far aumentare i contatti e diminuire le relazioni, il narcisismo telematico potrebbe diventare la nuova versione di un’antica patologia.
Sono anche queste, forse, le nuove periferie in chiaroscuro – non solo ombre e non solo luce – che papa Francesco c’invita a riconoscere, rispetto alle quali don Tonino Bello sarebbe il primo a spronarci a forme inedite di “ospitalità della soglia”.

3. È nel contesto di sfide ineludibili che dobbiamo attualizzare oggi la sua testimonianza, per non trasformare questi incontri della memoria in occasioni perdute e inconcludenti. Anche per questo, credo, dobbiamo scavare nella sua figura, nella sua biografia, nella sua spiritualità. La fortuna di averlo incontrato non deve trasformarsi nella presunzione di averlo conosciuto fino in fondo.
A tale scopo, il libro di don Mimmo Amato ci offre un contributo prezioso per rileggere in modo unificato e coerente la vicenda biografica e spirituale – biografia dell’anima, appunto – di don Tonino Bello; un antidoto per resistere alla tentazione dell’aneddotica e al saccheggio delle citazioni suggestive, di cui la sua scrittura non è certamente avara. Solo Dio può scrivere – ha già scritto da sempre – la “biografia ufficiale” di ogni suo figlio, senza omettere nulla, ma avvolgendo luci e ombre nel mistero del suo abbraccio misericordioso; tuttavia noi abbiamo bisogno di parole umane che facciano sintesi, aiutino a contestualizzare pensieri e azioni, illuminando aspetti nascosti e trascurati, offrendo elementi per andare oltre la prospettiva, inevitabilmente parziale, delle nostre esperienze dirette, sempre troppo piccole.
Questo libro ha il merito di offrirci una cornice rigorosa entro la quale collocare il don Tonino Bello che ognuno di noi conosce e dal quale è stato affascinato; una cornice che si avvale di una documentazione molto ricca e diversificata, basata non solo sui suoi scritti, ma anche su materiale dell’Archivio Diocesano di Molfetta e di vari fondi. Ha il merito, soprattutto, di offrirci una prospettiva aperta, senza la pretesa di elaborare un’interpretazione univoca e privilegiata, rimanendo al di qua di quella soglia segreta e invalicabile oltre la quale solo Dio riesce a leggere. Forse non vi si trovano quegli affascinanti tratti personali e quegli episodi di libertà accogliente ed esigente che sono stati per molti di noi il punto d’ingresso nei suoi scritti e nella sua testimonianza; tuttavia il quadro dei “fondamentali” biografici è ampio e storicamente ben contestualizzato.
Così possiamo imparare, nella prima parte, come si è modulata la formazione di un prete del sud, studente a Bologna alla scuola del cardinale Lercaro, particolarmente attento alla cultura del proprio tempo e ai problemi del lavoro; possiamo altresì riconoscere quanto abbiano pesato sulla sua formazione gli anni degli studi romani – gli anni del Concilio! – e la tesi dottorale in teologia dogmatica, che colloca l’eucaristia al centro non solo della fede cristiana, ma anche della vita moderna.
Agli anni che lo vedono sacerdote della Chiesa di Ugento (educatore in seminario e protagonista della pastorale diocesana) e parroco a Tricase, segue il periodo del ministero episcopale, cui è dedicata tutta la seconda parte del libro. Sono gli anni della maturità spirituale e pastorale, di cui l’autore valorizza le coordinate fondamentali: le energie profuse nella pastorale integrata; la spiritualità trinitaria, eucaristica e mariana; la non facile tessitura della comunione ecclesiale e la dedizione incondizionata all’evangelizzazione e alla catechesi; l’attenzione al mondo del lavoro, alla vita sociale e civile e l’impegno indomito per la pace, che comincia dall’arduo compito di “smilitarizzare il cuore”. La terza parte, infine, è quella di un tramonto più luminoso di un’alba, che si trasforma in una consegna per noi oggi.

4. Vorrei concludere il mio intervento segnalando alcuni spunti personali, che mi sono stati offerti dalla lettura del libro di don Mimmo Amato, quasi cinque piccoli tasselli di un mosaico che noi oggi dobbiamo continuare a contemplare e a ricomporre, imparando a inserire i suoi colori e i suoi messaggi entro un disegno ancora più ampio e affascinante, capace di contagiare anche quei giovani, tanto cari al cuore di don Tonino e che Giorgio La Pira ha paragonato alle rondini in volo verso la primavera.

4.1 Al primo posto, metterei il primato dell’essenziale, non come una forma di semplificazione o addirittura di banalizzazione della fede, ma come la sua più autentica forza rinnovatrice e liberante. Nella Chiesa della stola e del grembiule, impegnata nel “servizio di casa” e nel “servizio della soglia”, don Tonino coglie un messaggio cristiano che eccede qualsiasi proposta mondana e che salva la legittimità del pluralismo. Solo se inscritta in questa prospettiva teologica, la povertà diventa un ambito di attenzione privilegiato e profetico, e non la bandiera di un’ideologia monca. La testimonianza quotidiana di don Tonino ha incarnato tale attenzione in scelte eroiche e radicali, che la spinta di papa Francesco c’induce a sperare sempre più diffuse e “normali” nella vita della Chiesa. Di questa testimonianza il libro di don Mimmo ricorda esperienze esemplari e sofferte, senza omettere resistenze e incomprensioni.
Mi sentirei di dire che qui è la radice contemplativa del magistero di don Tonino (ricordata puntualmente nel libro) e forse il punto di contatto più profondo con papa Bergoglio: solo gli spiriti autenticamente contemplativi sono davvero spiriti liberi, dell’autentica libertà dei figli di Dio, che non mettono il piombo del carrierismo, dell’opportunismo o delle prudenze calcolate e strategiche nelle ali delle fede; ali che, peraltro, le creature umane hanno solo in forma incompleta, come don Tonino ci ha insegnato, quasi che il verbo “volare”, vorrei aggiungere, avesse una coniugazione imperfetta, che prevede solo la prima persona plurale: “Noi voliamo”.

4.2 Un secondo tassello lo colgo nella passione per il volto feriale dell’umano, all’origine di una fede incarnata e mai evasiva: «Sul capo di tutti gli uomini c’è una corona d’onore e di gloria». Paradossalmente, l’assunzione di responsabilità pastorali, il ministero episcopale, l’inevitabile visibilità pubblica collegata al suo servizio come presidente di Pax Christi italiana non solo non hanno allontanato il vescovo dal suo popolo, ma sembrano addirittura averne accresciuto l’immersione nel cuore pulsante della comunità cristiana, nel vissuto dolente dei poveri, nel sottosuolo della cultura e del costume e nella superficie della vita sociale, dove si scaricano tensioni e conflitti.
Grazie a questo senso di radicata umanità, che non ha fatto mai dimenticare al pastore l’odore delle pecore, per usare una metafora del papa, don Tonino ci ha aiutato a intercettare il senso più autentico e profondo della pietà popolare, purificandola da distorsioni ritualistiche e antievangeliche; soprattutto, ci ha insegnato ad avvicinarci a Maria come “donna dei nostri giorni”: una donna viva, che esce dalla nicchia devozionalistica in cui l’abbiamo imprigionata e veste gli abiti del nostro tempo, ispirando in chi la guarda “nostalgie di castità”. Poter semplicemente pensare che questa sia una mariologia sensuale e “terra terra”, come qualcuno improvvidamente ha scritto, ci dà solo la misura di quanta strada dobbiamo percorrere per rettificare la comprensione del cristianesimo e il senso di Chiesa.

4.3 Un terzo tassello ci è offerto dalla cifra della convivialità delle differenze, che elabora il compito di una articolazione pacifica del “noi” a partire dall’altezza inarrivabile del mistero trinitario. Nell’epoca in cui sembra avverarsi la profezia di Gilson («In mancanza di un amore comune, ci si accontenta di una paura comune»), don Tonino ci aiuta a pensare ed edificare la pace come un “mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli”; perché “la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi”, ma “è una storia che ci riguarda” ed “è a partire da essa che va pensata tutta l’esistenza cristiana”.
Grazie a questa radice, lo sguardo sulla storia si libera da ogni tentazione di cattura strumentale o di soffocante moralismo; un medesimo afflato partecipativo attraversa e compagina le articolazioni dell’essere e del vivere insieme, nella consapevolezza che “l’esigenza totalizzante della pari dignità tra gli uomini… è il principio di ogni comunione vera”. Il valore dell’inclusione sociale, il primato della comunità familiare, il richiamo instancabile alla comunione ecclesiale, persino l’esercizio intelligente di una pastorale integrata vengono da qui, e possono essere coerentemente perseguiti come le molteplici declinazioni di una pace non “scavata dalle miniere della terra, ma… importata dai serbatoi del cielo” .

4.4 Un quarto tassello ci aiuta a riconoscere la figura di don Tonino Bello come il samaritano dell’ora prima, secondo una sua immagine felice, che non si accontenta di “coprire con le toppe della carità gli strappi della giustizia”, impegnando l’amore cristiano ad essere avanguardia profetica e non solo retroguardia assistenziale. Questa immagine denuncia anzitutto una delle omissioni più vistose della politica, che il vescovo Tonino concepisce come “mistica arte”, capace di unire “la compassione delle mani e del cuore” alla “compassione del cervello”, invitando quindi audacemente a “vegliare nella notte” e a “forzare l’aurora”, come unica violenza consentita a un cristiano.
Nello stesso tempo, lo sguardo lungimirante sul futuro investe anche la vita della chiesa, come il libro di don Mimmo documenta in modo molto attento: si traduce nelle sollecitazioni instancabili rivolta a “una Chiesa capace di pensare, di elaborare, di proporre, di progettare”, nell’invito a perseguire una progettualità pastorale a partire da un’autentica “elaborazione comunitaria”, senza verticismi e con un coinvolgimento non strumentale dei laici, che anzi sono convintamente invitati a “cresimare il mondo”. In questo contesto, lasciatemi ricordare anche le parole profetiche sull’Azione Cattolica e sull’attualizzazione migliore della “scelta religiosa”.

4.5 Infine, l’ultimo tassello vorrei indicarlo nella figura del profeta della primavera, che invita ogni cristiano ad essere “servo inutile a tempo pieno” e “specialista nell’annunciare un mondo altro”. In una congiuntura storica in cui anche gli intellettuali si sono ritirati nelle loro torri d’avorio, “a ruminare sterili supplementi di analisi” o a contemplare “i fasti di una dietrologia senza speranza”, occorre rilanciare coraggiosamente la forza sovversiva della soteria cristiana, ricordando che “la speranza è parente stretta del realismo”. Una profezia scomoda e mai indolore, che si manifesta a tutto campo: attraverso prese di posizioni vigorose e risolute contro la proliferazione degli armamenti; attraverso gesti di accoglienza liberi e non troppo “calcolati”; attraverso il messaggio della “nonviolenza attiva”, in cui s’incarna “il calore dell’utopia evangelica”; attraverso l’apertura di luoghi domestici di accoglienza, dalla comunità “Casa” per il recupero di tossicodipendenti a una “Casa di preghiera”, come luogo di silenzio e di spiritualità vissuta.
Ma la gratuità ha sempre un suo prezzo e don Tonino non ha mai esitato a pagarlo di persona, per sé e per gli altri, con la sofferenza che nasce dalle resistenze e dalle incomprensioni, e alla fine anche con il dolore proveniente da un corpo malato, che non gli ha impedito di essere e sentirsi vicino – fino alla fine – alla sua gente. Il modo in cui don Tonino ha attraversato queste prove potrebbe essere riassunto con le parole di una grande santa, come Ildegarda di Bingen, finalmente proclamata dottore della Chiesa: «Una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio».
Certo, nella diversità dei carismi, lo sguardo lungo del profeta spesso può essere parziale e selettivo: si concentra su un particolare disatteso, se ne innamora, lo recupera e lo trasforma in un nuovo criterio di vita cristiana, che rimette in discussione vecchi modelli e apre orizzonti inediti. Il profeta cammina, per questo, sul crinale scivoloso fra vecchio e nuovo, che impedisce alla tradizione di sclerotizzarsi e quindi di trasformare la proposta cristiana in un parco archeologico. «La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi», disse il cardinale Martini, consegnando a padre David Maria Turoldo, qualche mese prima della morte, il premio Lazzati. L’elenco dei riconoscimenti tardivi sarebbe lungo e credo che il vescovo Tonino Bello non vi occupi una posizione secondaria.
Ma quando i tempi nuovi si avvicinano, il dovere della gratitudine ci chiama a rivolgere lo sguardo ai tanti profeti incompresi della primavera, impegnandoci ad evitare un secondo tradimento: dopo il tradimento della disattenzione e dell’incomprensione, ci può essere il tradimento della “normalizzazione” e della banalizzazione.
Tocca a noi, che il battesimo chiama ad essere “profeti abbastanza”, restituire alla profezia di don Tonino la sua forza inquietante e contagiosa, facendo memoria delle sue parole:
“Il difficile non è creare primavera.
Ma è mantenerla viva,
questa incredibile stagione dello spirito.
Perché non si riduca a memoria.
Perché non rimanga solo nel ricordo.
Perché, dopo aver fatto divampare
per troppo rapido tempo
incendi sovrumani,
non resti a vegliare
su ceneri intrise di nostalgie".

Molfetta, 24 aprile 2014 
(Presentazione del libro di Domenico Amato, Tonino Bello. Una biografia dell'anima, Città Nuova, Roma 2013)

domenica 20 aprile 2014

Quale resurrezione

Che ne è stato dell'intero esercito del faraone, con tutti i suoi carri e i suoi cavalieri, inghiottiti dalle acque mentre erano disperatamente all'inseguimento di un popolo di schiavi, guidato da Mosè verso la terra promessa? Questa pagina dell'Esodo, che si legge nella veglia pasquale, stanotte non mi è uscita dalla testa: che ne è stato di quel povero egiziano - uno dei tanti, non importa - che nella notte del Grande Passaggio non è più tornato a casa? Che ne è di tutti quelli che - in ogni tempo, ad ogni latitudine - non riescono ad attraversare il mare della vita nel momento giusto, intrappolati fra un vento furioso e una marea che torna a salire? 
Questo pensiero, di colpo, ha cominciato a pesare sul mio cuore, come un macigno: la pietra della tomba di Cristo non è rotolata via per tutti? Perché? Perché non riusciamo a camminare tutti insieme nel grande esodo verso la patria?
Pasqua è il mistero del Grande Capovolgimento.
Il rito della veglia pasquale inizia nel nulla di chiesa vuota, come una tomba cava: dal silenzio emerge la Parola, dal buio la Luce, dal vuoto la Pienezza, dalla morte la Vita… Quante discoteche, stanotte, si sono trasformate nel falso miraggio di una terra promessa! Tante parole, banali e scontate, ma nessuna Parola… Tante luci, patetiche e colorate, ma nessuna Luce… Tutto esaurito, ma tutto Vuoto… Nella banalità del nulla sembra che stia sempre per succedere qualcosa, ma non cambia mai niente: la monotonia del conformismo vive solo di false promesse.
Quella notte, nella notte del grande silenzio, in una cavità sperduta di una terra sperduta, è accaduto qualcosa, ma molta, troppa gente non se n'è ancora accorta. Il giorno prima era successo di tutto: tradimenti, rivalità, corruzione, violenza gratuita mascherata di legalità formale. E poi, la catastrofe finale, sul Golgota: un episodio di routine, che vuoi che sia un crocifissso in più e uno in meno…
Ma alla fine, nella notte di Pasqua, il Grande Capovolgimento: noi possiamo solo andare dalla vita verso la morte, Lui ci accompagna dalla morte verso la vita…
Stanotte c'era traffico in autostrada, un traffico che non inseguiva il popolo degli Israeliti: inseguiva una patria sempre troppo lontana, forse qualcuno doveva tornare a casa, o fare una consegna importante, o forse inseguiva soltanto il nulla…
Lo stupore delle donne di fronte a una tomba vuota non dirà nulla alla loro vita… E il povero fante egiziano morto affogato?
Non possiamo dirci "buona Pasqua" con l'ottimismo fatuo delle parole di circostanza.
Non possiamo accettare che quel masso sia rotolato via solo per noi; sarebbe il tradimento più odioso.
Non siamo più in fuga come gli Israeliti: la Patria ci è già stata donata, e non è una patria di terra. Forse è il caso che torniamo indietro per impedire che il muro d'acqua si richiuda su tutti gli altri.
Se non siamo capaci di questo, forse quel muro d'acqua ci ha già inghiottito.
 

giovedì 17 aprile 2014

Bonhoeffer e il dolore di Dio

«Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione 

piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,

salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. 

Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, 

lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, 

lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. 

I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» 


(Dietrich Bonhoeffer, Cristiani e pagani, in Resistenza e resa: poesia scritta nel tempo della prigionia)

«Non è l’atto religioso a fare il cristiano, 

ma il prender parte alla sofferenza di Dio 

nella vita del mondo»!


(Resistenza e resa: lettera del 18 luglio 1944)

«La vittoria sul morire rientra nell’ambito delle possibilità umane, 

la vittoria sulla morte si chiama resurrezione. 

Non è dall’ars moriendi

 ma è dalla resurrezione di Cristo 

che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore... 

Vivere partendo dalla resurrezione: 

questo significa Pasqua» 

(Resistenza e resa: lettera del 27 marzo 1944).

Ricavo queste segnalazioni a un testo di Bruno Forte: 

http://dimensionesperanza.it/aree/formazione-religiosa/teologia/item/3949-puo-dio-soffrire-bruno-forte.html )

lunedì 14 aprile 2014

L'angelo della gratitudine

Autonomia ingrata

«Invece di lamentarvi del fatto che Dio si è nascosto, ringraziatelo del fatto di essersi tanto rivelato»
(B. Pascal)
«Gli angeli stanno per così dire al margine del mondo degli uomini.
Essi vi entrano movendo da Dio,
            compiono il loro servizio
e tornano a scomparire nel mistero del cielo»
(R. Guardini)


Stiamo, forse, smarrendo la confidenza con la gratitudine, che è molto di più di un ringraziamento occasionale: è un modo di essere, uno stile di vita. Una virtù. Rischiamo di smarrire, di conseguenza, anche il contatto con una sorgente sotterranea di significati che ci avvicinano al mistero della nostra origine: grazia ed eucaristia, non a caso, stanno diventando parole ormai esiliate dalla vita. La gratitudine non è una domanda, è una risposta; una risposta libera e stabile, che rifiuta la logica prevedibile dello scambio e cerca di cor-rispondere allo stupore dinanzi a un evento benefico e inatteso. Non si ringrazia per un contratto o una negoziazione, frutto di calcoli interessati, né per un atto unilaterale che ferisce e umilia: si ringrazia per un eccesso di bene gratuito, che supera le nostre attese. Si dice grazie alla grazia.
Risposta sublime a un dono gratuito, la gratitudine è l’unica restituzione possibile quando tale dono è immeritato e infinito. Dobbiamo però accorgerci di essere toccati, anzi visitati dal Bene. Oggi, invece, i confini fra il mio e il tuo sono presidiati da porte blindate, cancelli automatici, telecamere e sistemi di allarme. La mia infanzia è passata attraverso un gesto quotidiano di apertura, in senso letterale e simbolico: al mattino, appena alzato, mio padre metteva la chiave alla porta di casa e la toglieva la sera, prima di andare a dormire. La vita quotidiana si svolgeva a porte aperte; solo il sonno autorizzava a chiuderle. In campagna anche la più umile casa di contadini “dava” (il verbo non era casuale) su un’aia larga e accogliente; la piazza non è un’invenzione della città. Tornando oggi a visitare quei luoghi, trovo recinzioni soffocanti e severe; ricchezza e paura sono legate a filo doppio e non si può rinunciare alla prima per liberarsi dalla seconda: una vita blindata è il prezzo da pagare.
Ma c’è una corazza interna, ben più pesante: in un mondo di “io” senza “noi” aumenta la vicinanza esteriore e cresce la distanza interiore tra le persone. Paradossalmente, aumentano le preferenze e crescono le dipendenze. Nei treni e negli autobus stipati ci nascondiamo dietro una maschera che recita stupide chiacchiere di circostanza, aggrappandoci a piccoli schermi luminosi che ci fanno uscire da un mondo per entrare in un altro, differente solo perché resta l’illusione di poter staccare la spina quando vogliamo. Contatti senza legami: le relazioni si possono accendere o spegnere quando ci pare e non è necessario disinfettarci ogni volta mani e piedi. Autonomia ingrata: così potrebbe intitolarsi il manifesto del nostro tempo.
Vogliamo toccare senza essere toccati; parlare senza ascoltare; cercare senza essere cercati. Immersi in un ininterrotto rumore di fondo, che genera confusione dei messaggi in un «colossale “inquinamento immaginifico”», non sentiamo il brusio degli angeli. Perché noi siamo visitati. Viviamo in un universo abitato dal senso, e per questo non muto. La parola passa attraverso la luce morbida dei pomeriggi di marzo, quando le prime gemme dei peschi scommettono sulla primavera in arrivo. Passa attraverso occhi troppo bambini, in bilico tra sorriso e paura di fronte ad occhi troppo adulti, o attraverso lo sguardo severo di un vecchio, che insegue invano la nostra frenesia distratta. Passa attraverso un pensiero buono, che ti nasce dentro, non si sa come, e d’improvviso ti mette in pace con te stesso e ti fa venire voglia di ricominciare. Passa attraverso la Parola, una Parola ascoltata tante volte, per te ormai logora e vuota, che una volta – quella volta – parla improvvisamente per te una lingua sconosciuta, ti dice cose mai udite prima e ti fa meravigliare  dinanzi a un mondo impensato.
Nella fede cristiana gli angeli sono messaggeri di Dio: «Ci rimandano a Dio. Aprono il nostro sguardo al mistero di Dio. Istituiscono il collegamento tra cielo e terra, tra Dio e uomo». Il loro luogo è nel punto di contatto fra trascendenza e storia, «come il lato del cielo affacciato sulla vita della terra». Grazie agli angeli, la vicinanza di Dio diviene per noi concretamente sperimentabile; secondo Grün, essi si lasciano incontrare e per questo non sono propriamente oggetto di fede: «Non possiamo credere negli angeli… Noi possiamo credere solamente a Dio». In quanto creature spirituali, «possono venire a noi attraverso le proprie forze psichiche, attraverso altri uomini e nei sogni, spiegarci la vita, soccorrerci e salvarci». Ognuno di noi, nel proprio intimo, «ha bisogno di avere spazi particolari di protezione e di ancoraggio rigeneratore. Qui dimorano in lui gli angeli che lo introducono nella leggerezza dell’essere, nella tenerezza, nell’amore e nel piacere della vita». Romano Guardini aggiunge: «Forse si può dire che l’angelo aiuta l’uomo a essere se stesso, a esistere».
Nessuna concessione miracolistica, però, né alcuna regressione politeistica: «Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?» (Eb 1,5). Anche in questo caso, la fede ci aiuta a sollevare il velo dell’invisibile, ad affacciarci sul mondo dello spirituale, che attraversa cielo e terra, senza facili antropomorfismi, che comportano la rinuncia alla trascendenza, e stando alla larga da ogni ingenuo esoterismo in salsa New Age, che svuota la storia della salvezza trasformandola in uno spensierato sogno naïf. Lungo questa strada, ieri ritenuta impraticabile da un materialismo a buon mercato e oggi insidiata, al contrario, da uno spiritismo che è la contraffazione più volgare dello spirituale, possiamo ritrovare domande importanti e a lungo rimosse: quale altra creatura può soccorrere la nostra identità fragile e ferita, e aiutarla a ritrovare se stessa, se non un essere spirituale stabilizzato nella grazia, in cui la potenza è senza debolezza, la luce senza ombra, l’esultanza senza afflizione?
In un certo senso, l’angelo che celebra la gloria del creatore è ontologicamente gratitudine, gratitudine allo stato puro. I suoi messaggi possono essere diversi, a seconda delle persone e delle circostanze, ma la cifra spirituale che li forma e li accompagna è sempre la gratitudine. Ognuno di noi è destinatario di qualche messaggio speciale, nelle piccole e grandi occasioni della vita. Per poterlo ricevere, dobbiamo però saper riconoscere e accogliere chi ce lo comunica. Non ci sono messaggi senza messaggeri. Quando si solleva il velo dell’invisibile, grazie e gratitudine entrano insieme, in punta di piedi, nella nostra vita. In questo caso davvero si può dire: il medium è il messaggio.
Nel suo «avvento di dolcezza», il Dio cristiano, secondo Pascal, è un Dio della discrezione: la sua parola non è mai invadente, la sua luce non è mai accecante. Lo spazio, anche ridotto, della nostra libertà è sempre rispettato: se Dio «avesse voluto vincere l’ostinazione dei più impauriti, l’avrebbe potuto, svelandosi così apertamente ad essi, che non avrebbero potuto dubitare della verità nella sua essenza, così come apparirà l’ultimo giorno, con un tale fragore di fulmine e un tale sconvolgimento della natura che i morti risusciteranno e i più ciechi lo vedranno». Alla fine, invece, è nel chiaroscuro della storia che si decide la vita: «Vi è abbastanza luce per quelli che non desiderano che di vedere e abbastanza oscurità per quelli che hanno una disposizione opposta».
In questa “terra di mezzo”, chiunque può essere l’angelo della gratitudine per noi, anche noi possiamo esserlo per gli altri. Negli incontri che contano ci è affidata una parola che è un dono per tutti: saremo noi a decidere se la mezza luce può essere quella del tramonto o dell’aurora. Per ogni creatura la grazia è la prima parola, la gratitudine l’ultima.


Indice

Introduzione. Autonomia ingrata

1. Stupore
1.     Indifferenza
2.     “Sussurro di una brezza leggera”
3.     Il tirocinio del silenzio

2. Riconoscenza
1.     Misconoscimento
2.     “Vedi questa donna?”
3.     Responsabilità della memoria

3. Promessa
1.     Sì e no
2.     “In verità io ti dico”
3.     Il vincolo del dono

4. Fedeltà
1.     Diffidenza
2.     “Una scala poggiava sulla terra”
3.     Di generazione in generazione

5. Misericordia
1.     L’angelo dagli occhi tristi
2.     “Gli corse incontro”
3.     Per-dono

Commiato
L. ALICI, L'angelo della gratitudine, Ave, Roma 2014 (Introduzione

venerdì 11 aprile 2014

Natura e cultura/1


Nel novembre del 2000 la Corte di Cassazione francese assume une decisione clamorosa: rovesciando due precedenti giudizi in appello, riconosce a Nicolas Perruche, un bambino nato con gravi malformazioni genetiche, il diritto di denunciare il medico che non aveva ben diagnosticato una malattia alla madre incinta, non consentendole per questo di abortire. Commenta Roberto Esposito in un suo libro, da cui traggo l'informazione (Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi 2004 p. VII) che in questo caso non è in ballo l'errore diagnostico, ma il riconoscimento del diritto di non nascere. Siamo dinanzi a un esempio classico di contraddizione performativa: si riconosce un diritto violato a colui che può avanzare tale pretesa solo grazie alla violazione di quel diritto!
Ieri la stampa italiana ha riportato due notizie che, a livelli molto diversi, si possono collocare su questa linea: il tribunale di Grosseto ha ordinato di trascrivere nei registri di stato civile il matrimonio fra due uomini, italiani, celebrato nel dicembre 2012 a New York; la la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della norma della legge 40, entrata in vigore 10 anni fa, che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta.
Questi pronunciamenti hanno in comune il riconoscimento pubblico di diritti che diventano comprensibili - e compatibili - solo riscrivendo completamente uno scenario culturale condiviso, che si consolida come ethos sul piano del costume e come civiltà giuridica sul piano della codificazione normativa.
Si potrebbero aprire a tale proposito una serie di domande; la domanda sulla discutibilità di questi atti giurisdizionali nel vuoto legislativo è la più immediata e meriterebbe senz'altro di essere sollevata. Prima di questa, però, se ne potrebbe sollevare almeno un'altra: perché il vuoto legislativo? Solo perché i nostri politici sono distratti e fannulloni o, in realtà, perché manca un consenso diffuso su tali questioni, che forse non è il caso di dirimere a colpi di maggioranza? E se manca un consenso diffuso, è lecito far scrivere ai giudici il profilo culturale della società in cui abiteranno i nostri figli?
A mio avviso la questione è ancora più radicale e se non abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà finiremo stritolati dentro la macchina da guerra dei massmedia, che vorrebbero ridurre tutto a un gigantesco e folcloristico campionato di calcio: lobby gay, multinazionali della tecnoscienza, cattolici oscurantisti, attricette disinibite, politici disorientati, giudici interventisti. Una bella partita su cui sceneggiare talk-show senza fine.
Il vero problema è che ogni epoca storica si assesta attorno a un certo modo di interpretare il rapporto tra natura e cultura: quanto più l'equilibrio di tale interpretazione è stabile e condiviso, tanto più la comunità umana dialoga in modo pacifico e cooperativo, addomestica l'ambiente, accompagna il progresso tecnico ed economico con una concomitante elaborazione culturale, frutto di un dialogo continuo fra arte e scienza, poesia e architettura, etica e diritto, religione e politica…
Le due polarità sono indivisibili, ovviamente: naturalismo e culturalismo sono due opposti estremismi. Il primo s'illude che la natura possa essere assunta come un valore in sé, dimenticando la sanguinosa lotta per la sopravvivenza che la contraddistingue; perché, in tal caso, ci si dovrebbe opporre al proliferare del cancro in un organismo umano, lasciando che la natura faccia il suo corso? Il culturalismo, al contrario, pensa che tutto, persino lo "zoccolo duro" della realtà sia il prodotto di una elaborazione culturale: il maschile e il femminile, l'umano e il nonumano, il naturale e l'artificiale non sarebbero altro che interpretazioni. L'hardware non è altro che software. Qui si potrebbe aprire una riflessione sui "Gender Studies" (su cui vorrei tornare in un altro post). Alla fine di questa china ci aspetta Nietzsche a braccia aperte: "non esistono fatti, ma solo interpretazioni".
Oggi dobbiamo tarare nuovamente questa differenza. Se una coppia gay chiede di "adottare" un embrione, affittando un utero (magari assicurandosi che il corredo genetico sia ok e possibilmente ci sia una buona probabilità di avere occhi azzurri e qualche attitudine alla musica classica…) e poi fa una battaglia "politically correct" contro gli OGM, chiedendo una legge che impedisca a chi vuole di coltivare mais geneticamente modificato nel proprio orto, allora probabilmente c'è qualcosa che non va. 
Dobbiamo cominciare a metterci d'accordo con noi stessi. Altrimenti il risultato è quello che si vede nella foto: tecnologia invasiva che esibisce qualche piantina per farsi perdonare…

sabato 5 aprile 2014

Amarcord

Si può assecondare il filo della memoria solo per un piccolo tratto, rassegnandoci a estrarre qualche immagine – inevitabilmente gualcita e forse già deformata – dalla girandola dei ricordi. Ho frequentato il Liceo Ginnasio “Annibal Caro” di Fermo dal 1964 al 1969, in un arco di anni certamente decisivi per la mia biografia esistenziale e formativa ma anche per il Paese e, più in generale, per una trasformazione della cultura e del costume che oggi non esiteremmo a definire epocale: la Chiesa e il concilio Vaticano II, Che Guevara e i Beatles, Mao e le guardie rosse, la primavera di Praga e l’assassinio di Martin Luther King, la guerra del Vietnam e la contestazione studentesca… Scusate se è poco.
Arrivo in quarta ginnasio “insieme” al nuovo preside Vittorio Girotti, che era stato mio preside anche alla scuola media “Ugo Betti”. Ero pendolare da Grottazzolina. Pulmann stracarichi di studenti, una parte di strada ancora polverosa e sconnessa. Girotti, già alla scuola media, si leggeva i compiti d’italiano di tutti gli studenti (!); dopo pochi mesi, durante la ricreazione in corridoio già chiamava per nome molti di noi. Al ginnasio sostituì la professoressa di lettere per quasi due mesi: dietro l’intercalare che eravamo bravissimi a imitare, emergeva una competenza appassionata, che si trasformava in esercizi di declamazione attesi con gioia, anche se per motivi spesso interessati. Ricordo molto bene le due professoresse di lettere al ginnasio: Maria Teresa Bosio, di Saluzzo, e Loredana Molinaro. Esigenti e preparate. Forse qualche compito scritto di geografia (cartine mute, anche per le isole del Pacifico!) avrebbero potuto risparmiarselo.
L’esame di ammissione al liceo fu il primo incontro con Vincenzo Tosco, che ci accompagnò per poco più di due anni. Se esistono i miti per studenti normali, lui per me lo era. Severità decrescente dal primo al terzo anno, umorismo quanto basta, imparzialità esemplare, rispetto per la persona dello studente, esposizione ore rotundo, dedizione senza riserve (quanti rientri pomeridiani, suscitati dalla sua disponibilità…). Per il resto – ahimè – nessuno sconto: Operette morali di Leopardi e Vita nova di Dante come versioni dall’italiano in latino (ma chi capiva quell’italiano?); intere ecloghe virgiliane a memoria; lirici greci letti metricamente (asclepiadeo maggiore e scazonte ballavano nella mia testa con ritmi inconfondibili…). Ci lasciò all’inizio della terza liceo, quando ne avremmo avuto più bisogno, per andare a mettere alla prova il figlio del Granduca al liceo europeo di Lussemburgo… Conservo ancora molte lettere che mi scrisse quando ero studente universitario. Memoria e gratitudine debbono andare sempre insieme nella vita.
Alla fatica pesantissima del ginnasio seguirono anni ariosi e fervidi al liceo: la Ciabò stava al gioco quando si pianificavano divagazioni a tema, per evitare interrogazioni scomode; Vittorina Romano certamente no, e nessuno ci provava, per non incrinare un equilibrio sempre difficile; la Catalino ci accompagnava con pazienza materna e disponibilità sconfinata attraverso algebra e geometria; don Miola, subentrato a don Bonifazi in terza liceo, in pieno ’68 non si era tirato indietro e ci leggeva l’Humanae vitae, che accendeva discussioni interminabili. Il filo dei ricordi potrebbe allungarsi: dalla finezza timida della Donati alla complicità divertita di Leoni, senza dimenticare presenze autorevoli nella sezione A, da Walter Tulli ad Alvaro Valentini. Non provo invece, minimamente, a dipanare il gomitolo orizzontale dei compagni di classe, ché l’impegno sarebbe ancor più arduo e struggente…
Ma occorre resistere alla tentazione dell’aneddotica, per non dimenticare l’essenziale: fatta la tara dell’idealizzazione che è una compagna inseparabile di ogni ricordo di giovinezza, di quella scuola in quegli anni resta in me l’avvertimento di un’istituzione seria, con un senso altissimo della propria vocazione culturale e formativa. Un luogo forse triste e severo, in cui preparazione e aggiornamento in alcuni (pochi) insegnanti potevano lasciare a desiderare, ma dove si respirava un clima ordinato e cooperativo, in cui si riusciva ancora a credere in quello che s’insegnava. Persino la forma di “occupazione aperta” che accompagnò i giorni più incandescenti della contestazione, grazie alla risposta costruttiva della scuola consentì di stemperare il ribellismo, favorendo un’evoluzione, non scontata, in senso partecipativo.
Non mancavano, certo, impuntature nozionistiche, rigidezze istituzionali e distanze gerarchiche che andrebbero onestamente riconosciute, ma il mio liceo supera sicuramente l’esame più difficile, quello sui “fondamentali”: il vero diploma di maturità può rilasciarlo solo un’autentica scuola di metodo e di vita, in cui s’apprende – prima di tutto – che la cultura ha un senso se la storia è viva e l’intelligenza è desta. Non è poco per riconoscere il debito impagabile della gratitudine.

(Condivido questo testo, che mi è stato chiesto dal mio Liceo, come un simpatico "Amarcord")