sabato 5 aprile 2014

Amarcord

Si può assecondare il filo della memoria solo per un piccolo tratto, rassegnandoci a estrarre qualche immagine – inevitabilmente gualcita e forse già deformata – dalla girandola dei ricordi. Ho frequentato il Liceo Ginnasio “Annibal Caro” di Fermo dal 1964 al 1969, in un arco di anni certamente decisivi per la mia biografia esistenziale e formativa ma anche per il Paese e, più in generale, per una trasformazione della cultura e del costume che oggi non esiteremmo a definire epocale: la Chiesa e il concilio Vaticano II, Che Guevara e i Beatles, Mao e le guardie rosse, la primavera di Praga e l’assassinio di Martin Luther King, la guerra del Vietnam e la contestazione studentesca… Scusate se è poco.
Arrivo in quarta ginnasio “insieme” al nuovo preside Vittorio Girotti, che era stato mio preside anche alla scuola media “Ugo Betti”. Ero pendolare da Grottazzolina. Pulmann stracarichi di studenti, una parte di strada ancora polverosa e sconnessa. Girotti, già alla scuola media, si leggeva i compiti d’italiano di tutti gli studenti (!); dopo pochi mesi, durante la ricreazione in corridoio già chiamava per nome molti di noi. Al ginnasio sostituì la professoressa di lettere per quasi due mesi: dietro l’intercalare che eravamo bravissimi a imitare, emergeva una competenza appassionata, che si trasformava in esercizi di declamazione attesi con gioia, anche se per motivi spesso interessati. Ricordo molto bene le due professoresse di lettere al ginnasio: Maria Teresa Bosio, di Saluzzo, e Loredana Molinaro. Esigenti e preparate. Forse qualche compito scritto di geografia (cartine mute, anche per le isole del Pacifico!) avrebbero potuto risparmiarselo.
L’esame di ammissione al liceo fu il primo incontro con Vincenzo Tosco, che ci accompagnò per poco più di due anni. Se esistono i miti per studenti normali, lui per me lo era. Severità decrescente dal primo al terzo anno, umorismo quanto basta, imparzialità esemplare, rispetto per la persona dello studente, esposizione ore rotundo, dedizione senza riserve (quanti rientri pomeridiani, suscitati dalla sua disponibilità…). Per il resto – ahimè – nessuno sconto: Operette morali di Leopardi e Vita nova di Dante come versioni dall’italiano in latino (ma chi capiva quell’italiano?); intere ecloghe virgiliane a memoria; lirici greci letti metricamente (asclepiadeo maggiore e scazonte ballavano nella mia testa con ritmi inconfondibili…). Ci lasciò all’inizio della terza liceo, quando ne avremmo avuto più bisogno, per andare a mettere alla prova il figlio del Granduca al liceo europeo di Lussemburgo… Conservo ancora molte lettere che mi scrisse quando ero studente universitario. Memoria e gratitudine debbono andare sempre insieme nella vita.
Alla fatica pesantissima del ginnasio seguirono anni ariosi e fervidi al liceo: la Ciabò stava al gioco quando si pianificavano divagazioni a tema, per evitare interrogazioni scomode; Vittorina Romano certamente no, e nessuno ci provava, per non incrinare un equilibrio sempre difficile; la Catalino ci accompagnava con pazienza materna e disponibilità sconfinata attraverso algebra e geometria; don Miola, subentrato a don Bonifazi in terza liceo, in pieno ’68 non si era tirato indietro e ci leggeva l’Humanae vitae, che accendeva discussioni interminabili. Il filo dei ricordi potrebbe allungarsi: dalla finezza timida della Donati alla complicità divertita di Leoni, senza dimenticare presenze autorevoli nella sezione A, da Walter Tulli ad Alvaro Valentini. Non provo invece, minimamente, a dipanare il gomitolo orizzontale dei compagni di classe, ché l’impegno sarebbe ancor più arduo e struggente…
Ma occorre resistere alla tentazione dell’aneddotica, per non dimenticare l’essenziale: fatta la tara dell’idealizzazione che è una compagna inseparabile di ogni ricordo di giovinezza, di quella scuola in quegli anni resta in me l’avvertimento di un’istituzione seria, con un senso altissimo della propria vocazione culturale e formativa. Un luogo forse triste e severo, in cui preparazione e aggiornamento in alcuni (pochi) insegnanti potevano lasciare a desiderare, ma dove si respirava un clima ordinato e cooperativo, in cui si riusciva ancora a credere in quello che s’insegnava. Persino la forma di “occupazione aperta” che accompagnò i giorni più incandescenti della contestazione, grazie alla risposta costruttiva della scuola consentì di stemperare il ribellismo, favorendo un’evoluzione, non scontata, in senso partecipativo.
Non mancavano, certo, impuntature nozionistiche, rigidezze istituzionali e distanze gerarchiche che andrebbero onestamente riconosciute, ma il mio liceo supera sicuramente l’esame più difficile, quello sui “fondamentali”: il vero diploma di maturità può rilasciarlo solo un’autentica scuola di metodo e di vita, in cui s’apprende – prima di tutto – che la cultura ha un senso se la storia è viva e l’intelligenza è desta. Non è poco per riconoscere il debito impagabile della gratitudine.

(Condivido questo testo, che mi è stato chiesto dal mio Liceo, come un simpatico "Amarcord")

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