venerdì 11 aprile 2014

Natura e cultura/1


Nel novembre del 2000 la Corte di Cassazione francese assume une decisione clamorosa: rovesciando due precedenti giudizi in appello, riconosce a Nicolas Perruche, un bambino nato con gravi malformazioni genetiche, il diritto di denunciare il medico che non aveva ben diagnosticato una malattia alla madre incinta, non consentendole per questo di abortire. Commenta Roberto Esposito in un suo libro, da cui traggo l'informazione (Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi 2004 p. VII) che in questo caso non è in ballo l'errore diagnostico, ma il riconoscimento del diritto di non nascere. Siamo dinanzi a un esempio classico di contraddizione performativa: si riconosce un diritto violato a colui che può avanzare tale pretesa solo grazie alla violazione di quel diritto!
Ieri la stampa italiana ha riportato due notizie che, a livelli molto diversi, si possono collocare su questa linea: il tribunale di Grosseto ha ordinato di trascrivere nei registri di stato civile il matrimonio fra due uomini, italiani, celebrato nel dicembre 2012 a New York; la la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della norma della legge 40, entrata in vigore 10 anni fa, che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta.
Questi pronunciamenti hanno in comune il riconoscimento pubblico di diritti che diventano comprensibili - e compatibili - solo riscrivendo completamente uno scenario culturale condiviso, che si consolida come ethos sul piano del costume e come civiltà giuridica sul piano della codificazione normativa.
Si potrebbero aprire a tale proposito una serie di domande; la domanda sulla discutibilità di questi atti giurisdizionali nel vuoto legislativo è la più immediata e meriterebbe senz'altro di essere sollevata. Prima di questa, però, se ne potrebbe sollevare almeno un'altra: perché il vuoto legislativo? Solo perché i nostri politici sono distratti e fannulloni o, in realtà, perché manca un consenso diffuso su tali questioni, che forse non è il caso di dirimere a colpi di maggioranza? E se manca un consenso diffuso, è lecito far scrivere ai giudici il profilo culturale della società in cui abiteranno i nostri figli?
A mio avviso la questione è ancora più radicale e se non abbiamo il coraggio di guardare in faccia la realtà finiremo stritolati dentro la macchina da guerra dei massmedia, che vorrebbero ridurre tutto a un gigantesco e folcloristico campionato di calcio: lobby gay, multinazionali della tecnoscienza, cattolici oscurantisti, attricette disinibite, politici disorientati, giudici interventisti. Una bella partita su cui sceneggiare talk-show senza fine.
Il vero problema è che ogni epoca storica si assesta attorno a un certo modo di interpretare il rapporto tra natura e cultura: quanto più l'equilibrio di tale interpretazione è stabile e condiviso, tanto più la comunità umana dialoga in modo pacifico e cooperativo, addomestica l'ambiente, accompagna il progresso tecnico ed economico con una concomitante elaborazione culturale, frutto di un dialogo continuo fra arte e scienza, poesia e architettura, etica e diritto, religione e politica…
Le due polarità sono indivisibili, ovviamente: naturalismo e culturalismo sono due opposti estremismi. Il primo s'illude che la natura possa essere assunta come un valore in sé, dimenticando la sanguinosa lotta per la sopravvivenza che la contraddistingue; perché, in tal caso, ci si dovrebbe opporre al proliferare del cancro in un organismo umano, lasciando che la natura faccia il suo corso? Il culturalismo, al contrario, pensa che tutto, persino lo "zoccolo duro" della realtà sia il prodotto di una elaborazione culturale: il maschile e il femminile, l'umano e il nonumano, il naturale e l'artificiale non sarebbero altro che interpretazioni. L'hardware non è altro che software. Qui si potrebbe aprire una riflessione sui "Gender Studies" (su cui vorrei tornare in un altro post). Alla fine di questa china ci aspetta Nietzsche a braccia aperte: "non esistono fatti, ma solo interpretazioni".
Oggi dobbiamo tarare nuovamente questa differenza. Se una coppia gay chiede di "adottare" un embrione, affittando un utero (magari assicurandosi che il corredo genetico sia ok e possibilmente ci sia una buona probabilità di avere occhi azzurri e qualche attitudine alla musica classica…) e poi fa una battaglia "politically correct" contro gli OGM, chiedendo una legge che impedisca a chi vuole di coltivare mais geneticamente modificato nel proprio orto, allora probabilmente c'è qualcosa che non va. 
Dobbiamo cominciare a metterci d'accordo con noi stessi. Altrimenti il risultato è quello che si vede nella foto: tecnologia invasiva che esibisce qualche piantina per farsi perdonare…

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