lunedì 26 maggio 2014

L'Italia in Europa: cambiare l'autista, non distruggere l'automobile

Qualcosa mi dice che il viaggio di Francesco in Terrasanta potrà essere ricordato come una nuova, vera primavera del dialogo ecumenico e interreligioso. 
Vorrei provare a dire su questo parole più meditate nei prossimi giorni.
Oggi sono i risultati dell'election day italiano che mi spingono ad esprimere a caldo, come non si dovrebbe fare, qualche considerazione essenziale. Provo ad andare per punti:
1. L'alto astensionismo: l'affluenza intorno al 57% è un dato molto grave e preoccupante. il grande assente nei talkshow sul dopo elezioni è il partito maggiore in Italia: chi riuscirà a dare la parola a questa massa amorfa di cittadini delusi o apatici o arrabbiati, comunque rinunciatari? Non è una grande consolazione rilevare un aumento lievissimo della partecipazione al voto europeo, né accontentarsi di rilevare che il "nostro" astensionismo è tutto sommato meno grave di quello di molti altri paese. La disaffezione rispetto alla politica è troppo altissima: fatta la tara a una piccola percentuale, motivabile con impedimenti giustificati, resta preoccupante la fuga dalla responsabilità democratica e l'illusione che si possa vivere da individui senza essere cittadini. Tutte le forze politiche dovrebbero farsi carico di questo inquietante buco nero, che inghiotte il futuro civile di un paese. Sull'Europa, soprattutto oggi, nessuno può astenersi. Dobbiamo cambiare l'autista, non distruggere l'automobile!
2. La vittoria del Partito Democratico: in un post pubblicato in coincidenza con la nascita del governo Renzi, avevo sottolineato il "fiuto" politico del nuovo segretario del PD: aveva capito che il suo partito avrebbe potuto salvarsi dalla grave crisi in cui si trovava solo affrontando le elezioni europee a passo di corsa, anzi al galoppo. Renzi ha giocato in modo esplicito questa carta e gli elettori lo hanno premiato. Hanno apprezzato le sue intenzioni di liberare il partito dalla ragnatela vischiosa e autolesionistica della vecchia nomenklatura, di svincolarlo dalle rigidezze ideologiche che potevano permettersi il mantenimento dello status quo continuando a sventolare la bandiera della - presunta - superiorità morale. Gli elettori hanno anche apprezzato il coraggio di coinvolgere Berlusconi nel processo di riforme, mettendo da parte il purismo e rischiando davvero il tutto per tutto. Ora, però, la musica cambia. Molte cose che gli abbiamo perdonato in nome dell'emergenza tornano tutte in primo piano. Al primo posto metterei, accanto a una politica di riforme portata avanti in modo inclusivo, tenace, realistico, anche l'urgenza inderogabile di costituire dentro il partito un luogo di elaborazione progettuale, affidato a persone intelligenti, costruttive, libere e credibili; a prescindere dall'età e dai personalismi.
3. Il tonfo del Movimento 5 Stelle: ho sempre scritto e pensato che il M5S si può considerare una setta gnostica. Dello gnosticismo ha 3 caratteristiche fondamentali: a) la divisione manichea tra Bene e Male, senza sfumature e senza mezze misure. Solo un baratro può dividere Bene e Male, ogni ponte dev'esser fatto saltare; b) il mito esoterico della Conoscenza per iniziati. Chi entra nel Movimento, in cambio riceve una verità segreta, sa veramente come stanno le cose rispetto ai comuni mortali (e contro il mondo dell'informazione che le tiene nascoste). Per questo non bisogna confondersi con "gli altri", né farsi contaminare da loro, altrimenti si sarà cacciati; c) la promessa salvifica. Il Movimento si presenta come una forza religiosa, che pretende di occupare la vita intera dei suoi adepti; la rete è il suo vangelo. Grillo ha ricordato continuamente che il M5S è stato fondato il giorno di san Francesco e che quindi ha preceduto la "novità" di papa Bergoglio: la parte più patetica dei suoi discorsi. La differenza rispetto a una vera setta gnostica è però la serietà: una setta deve restare tale, non può includere tutti; non può vietare ai suoi adepti il contatto con la stampa e riservare questa occasione pericolosa ai suoi sacerdoti (Grillo da Vespa); non può essere aggressiva, volgare, in qualche momento addirittura becera e accecata dall'odio del Nemico. Non può usare le parolacce come un punto esclamativo, senza interrogarsi sulla ricaduta diseducativa di questo stile. Quando la setta vuole "vincere" diventa schiava di una pulsione totalitaria che la porta alla rovina. Forse è quanto sta accadendo.
4. La delegittimazione del Presidente della Repubblica: dalle urne elettorali esce vincitore anche il Presidente della Repubblica Napolitano, ormai sottoposto - inutile nasconderlo - a un attacco concentrico, volto a delegittimarlo, sia da parte di Forza Italia (che ne aveva implorato la rielezione!) sia da parte del M5S (che oggi s'era dato un appuntamento sotto le finestre del Quirinale!).  L'attacco alla più alta carica dello Stato aveva assunto toni in qualche modo eversivi in queste due forme opposte di populismo mediatico, oscillanti tra sudditanza e rabbia. Un attacco doppiamente inquietante. Prima di tutto, per il suo profilo istituzionale: quando le parti in gioco non riconoscono l'arbitro, è probabile che la partita degenersi in rissa e si verifichi qualche invasione di campo. In secondo luogo, per l'attacco alla persona di Giorgio Napolitano: quando calerà il polverone e si rileggeranno in modo onesto le vicende di questi anni, credo che dovremo riconoscere a Napolitano il merito di aver salvato il paese in uno dei momenti più difficili della sua storia, assicurando la transizione del dopoberlusconismo in modo corretto e indolore.
5. Forze minori in bilico: per le forze politiche più piccole si apre un necessario percorso di chiarificazione. Forza Italia dovrà chiarire se vuole diventare una forza politica autenticamente democratica, accettando un metodo per la designazione del suo futuro leader, o trasformarsi in un piccolo potentato dinastico, che si tramanda di padre in figlio. Il Nuovo Centro Destra dovrà chiarire se l'alleanza con quel che resta dell'Udc ha un futuro, su quale piattaforma programmatica questo futuro potrà realizzarsi, o se resterà l'ala moderata del berlusconismo, tenuta insieme solo da un pizzico di opportunismo governativo. L'Altra Europa dovrà chiarire se intende concorrere con i socialisti europei a un'inversione realistica e costruttiva della politica economica o se si accontenterà di piantare qualche bandierina nel parlamento europeo, continuando a vivere, in nome del proprio purismo ideologico, nell'opposizione frontale al Nemico. Un chiarimento necessario: questo equivoco ci ha regalato in Italia vent'anni di berlusconismo. La lega - ahimè - non ha da chiarire quasi nulla: purtroppo le sue idee sono sin troppo chiare.
6. Il futuro dei cattolici: queste elezioni possono segnare un'inversione di tendenza nel rapporto tra i cattolici italiani e la politica. La novità non va sottovalutata. Dopo anni di tentennamenti sofferti e di nostalgie anacronistiche, in cui hanno prevalso soprattutto proposte di schieramenti nel vuoto dei contenuti, si può aprire una stagione nuova. Grazie anche a papa Francesco, il mondo cattolico guarda alla politica in modo più libero e adulto; nello stesso tempo, grazie anche al PD che ha saputo guardare al centro tenendo a freno le sue più viscerali pulsioni laicistiche. Intravedo due condizioni fondamentali per andare avanti su questa strada: il Governo deve abbandonare il miraggio di uno "stato etico" al rovescio, evitando di farsi promotore di proposte legislative capaci di sfigurare i "fondamentali" del matrimonio, della famiglia e della vita, e lasciando che tali proposte emergano dal parlamento in modo libero e trasversale; i cattolici devono trovare l'intelligenza, il coraggio e la lungimiranza di elaborare contenuti, proposte, spazi di discussione, archiviando una volta per tutte il sogno di una centralità perduta in cambio di una profezia costruttiva e contagiosa.

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