domenica 18 maggio 2014

"Voglio una vita normale"

Sulla prima pagina del "Corriere della sera" di giovedì 8 maggio è apparsa una lettera di un ragazzo di Locri, diciotto anni, che ha potuto raccontarci una storia straordinaria. È raro leggere su un quotidiano una bella notizia, di quelle che vorremmo trovare ogni giorno.
Riccardo Francesco Cordì, figlio di una delle più potenti famiglie di 'ndragheta della Locride, ha avuto il padre boss ucciso in una faida, un fratello ergastolano al 41bis, altri due fratelli in carcere per 'ndrangheta. Con una iniziativa senza precedenti, il Tribunale per i minori lo ha allontanato dalla famiglia per sottrarlo alla cultura criminale e al circolo infernale della vendetta. La lettera è un documento semplice e straordinario; poche parole, essenziali e positive, alle quali non c'è molto da aggiungere.
«Sono un ragazzo di Calabria, provengo da Locri… il 7 marzo del 2011 sono stato arrestato dai carabinieri di Locri per furto e danneggiamento di un'auto della Polizia ferroviaria. A luglio mi hanno assolto con formula piena, ma nel frattempo era arrivata un'altra denuncia per rissa… »
Il Tribunale lo ha allontanato dalla madre, affidandolo a un percorso di recupero presso la Cooperativa Addiopizzo, di Messina e consentendo incontri periodici con la madre, anch'essa aiutata in un cammino presso un consultorio familiare.
«All'inizio non è stato per niente facile, ero solo e lontano da casa. Tutto è cambiato quando mi hanno trasferito a Messina dove ho cominciato a vedere uno dei volontari di Addiopizzo Messina: uno psicologo, un ragazzo che mi ha accompagnato alla scoperta di una vita nuova».
Gradualmente, Riccardo ritrova uno sguardo diverso sulla vita e sulle relazioni con gli altri; quasi una seconda nascita…
«Nel periodo che ho trascorso a Messina infatti ho fatto cose, conosciuto persone, ho vissuto luoghi che non avevo mai visto. Una mattina, insieme a quel ragazzo, sono andato a vedere il mare. Si vedeva la Calabria, la mia terra. Stavolta però la guardavo da un'altra prospettiva: la osservavo da un altro luogo, ma ero io ad essere diverso»
Quante volte abbiamo letto e scritto parole sulla conversione dello sguardo! Parole alternative, ma che tante volte suonano astratte e irrealizzabili. Eppure, questa volta, toccare con mano la possibilità concreta che la vita rifiorisca - quando tutto sembrava perduto - è una sorpresa stupenda…
«Ho deciso che la mia vita deve essere diversa. Voglio ritornare a Locri, ma non voglio più avere problemi con la giustizia. Non perché non mi conviene, ma anche perché voglio vivere sereno. Voglio essere pulito»
A soprendere è non solo il proposito, ma la motivazione non utilitaristica da cui nasce e lo sguardo diverso sulle istituzioni:
«Prima di vivedere questa esperienza, credevo che allo Stato non gliene importasse niente delle persone. Lo Stato era quello che ti portava via da casa. E non sapevi se tornavi e quando tornavi. In questi mesi ho conosciuto uno Stato diverso, che non mi ha voluto cambiare a tutti i costi ma che per una volta ha cercato di capire chi ero io davvero».
Il cambiamento non ha nulla di velleitario, non assomiglia a una fuga, non equivale a misconoscere la propria storia; ma da una storia, anche ferita, può nascere una storia nuova, diversa, che contiene nuove opportunità.
«Per me vorrei un futuro diverso. Questo non vuol dire che rinnego la mia famiglia. Loro sono sempre i miei fratelli. La Calabria sarà sempre la mia terra. Solo che io vorrei essere un ragazzo come gli altri. Davanti a me adesso non c'è una solta strada che devo scegliere per forza. Quello Stato che prima era così lontano mi sta dando diverse possibilità. Ora posso scegliere cosa fare da grande. Posso scegliere che lavoro fare, in che città vivere. Posso puntare in alto. Non so se ce la farò, ma ci proverò. Di certo qualcosa è cambiato. Ce l'ho fatta, ce la posso fare». 
E, quello che è più bello, senza dimenticare gli altri:
«E non solo io. Ci sono tanti ragazzi come me che avrebbero bisogno di uno Stato così. Non credono che esista. Io l'ho conosciuto e scrivo questa lettera perché anche altri lo sappiano».
In un  momento in cui denunciare lo sfascio è il gioco che riesce più facilmente e con il quale è possibile anche racimolare qualche voto, le parole di questo ragazzo calabrese interpellano la nostra responsabilità e mettono in discussione la nostra capacità di sognare e disegnare una società diversa, dove il cambiamento dello sguardo e della vita sia realmente possibile.
Auguri, Riccardo!

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