domenica 8 giugno 2014

I gesti che contano


Non tutti, forse, sono disposti ad ammettere che questa foto rappresenti solo la notizia del giorno. Sul sito di BBC News, oggi 8 giugno 2014, ore 22, l'evento ha un risalto tutto sommato minore, non compare nemmeno fra le prime tre notizie del giorno. France Press cita la notizia, ma la vittoria di Nadal è molto più importante. Sul sito del New York Times non sono riuscito a trovare nessun cenno. Eppure, con buona pace del grandi network internazionali, questa potrebbe essere non la notizia del giorno, ma forse una delle notizia più importanti del secolo.
Sarebbe già importante annunciare che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo abbia accettato, dopo il recente incontro in Terra Santa, di essere nuovamente al fianco di papa Francesco, in un ruolo tutto sommato di secondo piano. Sarebbe ancora più importante dover riconoscere che il presidente dello Stato d'Israele Shimon Peres abbia accettato di vedere il Presidente della Palestina Mahmud Abbas (che noi conosciamo come Abu Mazen), dopo il recente invito del papa; di quel papa che, saltando ogni cautela diplomatica, non ha esitato ad avvicinarsi e toccare il muro della separazione israeliana, ormai chiamato muro della vergogna, con un gesto che ormai è ripetuto dai pellegrini di tutto il mondo. Ma è ancor più incredibile che questo incontro sia avvenuto in Vaticano, nella domenica di Pentecoste
Chi ha letto Evangelii Gaudium sa che a un certo punto papa Francesco introduce quattro principi euristici, che dovrebbero orientare l'impegno del cristiano in favore del bene comune e della pace sociale:
- il tempo è superiore allo spazio;
- l'unità prevale sul conflitto;
- la realtà è più importante dell'idea;
- il tutto è superiore alla parte.
In particola, introducendo il primo pirncipio, Francesco dice che quel che più conta è "iniziare processi" più che "possedere spazi". Mi pare la descrizione migliore di quello che è accaduto oggi pomeriggio: dopo una pluridecennale guerra di posizione, combattuta sostanzialmente per il possesso degli spazi, Francesco ha iniziato un processo; certamente lungo, indubbiamente difficile, probabilmente decisivo. Un processo che nei fatti ricorda a tutto il mondo che è la pace è possibile se riconosciamo che l'unità prevale sul conflitto, che il tutto è superiore alla parte e che soprattutto la realtà è più importante dell'idea. Oltre una nuvola di parole, che stazionano da decenni sopra una delle terre più martoriate, abbiamo capito che la profezia della pace deve nutrirsi di passi concreti e nemmeno troppo timidi.
La foto di Francesco, Bartolomeo, Peres e Mazen con la pala in mano sarà da mettere in relazione a un'altra foto: 13 settembre 1993, nel cortile della Casa Bianca, Ytzhak Rabin, primo ministro israeliano, e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), firmano gli accordi di Oslo: per la prima volta i due paesi si riconoscono come legittimi interlocutori e i due leader si stringono la mano in pubblico. Rabin però sarà assassinato a Tel Aviv, il 4 novembre 1995, mentre Arafat muore in Francia l'11 novembre 2004, in circostanze ancora non del tutto chiare.
Con quelle due morti il processo di pace si era obiettivamente fermato. 
Il cuore e anche l'intelligenza ci portano a pensare che in quell'ulivo piantato insieme quel processo possa ripartire su basi nuove.
Nuovo è stato il metodo dell'incontro: il papa non è un uomo politico, ha invitato i due Capi di Stato a ritrovarsi a pregare per la pace. Lo ha fatto invitando anche Bartolomeo; come dire: i cristiani non sono credibili con musulmani ed ebrei se non sanno fare pace in casa propria. 
L'incontro si è svolto in tre tempi, dedicati alla preghiera da parte della comunità religiosa ebraica, cristiana, musulmana.
Ogni tempo è stato suddiviso in tre parti: lode a Dio per il dono della creazione, e per averci creato membri di una sola famiglia umana; richiesta di perdono a Dio per i  peccati contro Dio e contro il prossimo; invocazione a Dio affinché  conceda il dono della pace in Terra Santa e renda capaci di essere costruttori di pace.
Ognuno di questi tre momenti è stato scandito da un suggestivo intermezzo musicale. Al termine, ognuno ha pronunciato parole non scontate e di grande intensità. Francesco ha affermato con realismo: «Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra»; ma ha anche invitato a non perdere un'occasione storica: «Abbiamo sentito una chiamata, e dobbiamo rispondere: la chiamata a spezzare la spirale dell’odio e della violenza, a spezzarla con una sola parola: “fratello"».
Ricordiamo la foto
di Churchill, Roosevelt e Stalin alla conferenza di Jalta, del 1945, una foto che deve servire di monito a tutti: quanto sangue è stato versato, si sta versando e si continuerà a versare quando la pace arriva troppo tardi! Perché lo sporco gioco della guerra non è di negare la pace, ma di farla arrivare sempre troppo tardi.
Quell'ulivo piantato in Vaticano stasera riceverà probabilmente un po' d'acqua, comincerà ad attecchire lentamente e tenacemente. Ma non è un ulivo comune: è l'ulivo di un nuovo processo di pace.

Nessun commento:

Posta un commento