venerdì 20 giugno 2014

Gli "Sversi" di Matilde








Matilde Morrone Mozzi è una psicologa e psicoterapeuta, 
docente all'Università di Macerata, competente e appassionata, 
ma anche fervidamente creativa e poliedrica. 
Ha pubblicato questo piccolo libro, 
in cui poesia e prosa dialogano 
in modo lieve e insieme molto intenso. 
Ho avuto l'ardire di scrivere 
una breve introduzione,
che riproduco, nella speranza che aiuti a cogliere almeno qualche frammento di luce, di cui il suo libro non è certamente avaro.





Invito alla lettura
 Non è detto che la leggerezza sia sempre frivola, né che le emozioni siano sempre cieche, né che la poesia sia sempre agli antipodi della prosa. Ecco tre stereotipi che la scrittura di MMM (così proverò a chiamare l’autrice) sconfessa brillantemente, in un colpo solo.
Questo scrigno, piccolo e prezioso – come ogni vero scrigno, del resto –, testimonia, anzitutto, che è possibile accennare qualche passo di danza, lieve e divertito, senza ignorare il sottosuolo torbido del vissuto, dove si addensano ferite strazianti e desideri inauditi; dove cristalli puri di speranza affiorano all'improvviso, inappagati e spaesati, dal risucchio di una fanghiglia opprimente. Non è così facile guardare oltre la superficie opaca e indecifrabile del quotidiano, dove la luce della coscienza si sfrangia, smorzandosi dinanzi alle profondità abissali dell’inconscio.
MMM conosce bene questi paesaggi dell’anima, in bilico tra luce e ombra, ma tiene saggiamente a distanza la pedanteria che può nascere dal riconoscimento compiaciuto per le proprie competenze: la superficie del vissuto diventa per lei un cristallo trasparente, attraverso il quale viene captato e portato alla luce un bagliore improvviso, uno smarrimento, un dolore troppo grande per lasciarsene schiacciare. E lo fa in modo aerobicamente leggero, compassionevolmente partecipe. Pronta a sdrammatizzare senza banalizzare, alternando la serietà della pietas (“Sorella mesta, di dolore in dolore, / trascorro il tuo corpo strappato”) all’irrompere enigmatico di un slargo improvviso e inebriante (“Per tutta una notte Cenerentola danzavi / inaudite parole d’amore / che dal silenzio affiorate / al silenzio di nuovo affidavi”).
Una leggerezza che non esclude il peso invincibile della forza di gravità (“Il volo non ti volle con sé, / atterita la terra t’accolse”). Una parola che viene incontro all’afasia del dolore (“lacrime solitarie nel tuo castello / consumi / e grida senza voce”). Anche nella consapevolezza di arrivare sempre troppo tardi (“Ci sono momenti in cui mi sento l’invitata di una festa perduta che non ho mai conosciuto”).
*   *   *
La poesia di MMM vive di un impasto lessicale e stilistico che riesce a tenere insieme registri tanto diversi e lontani. Dinanzi alla vita non c’è posto per evasive chiarezze cartesiane né per pulsioni morbosamente autodistruttive. Si tratta di non rinunciare all’incantesimo, anche quando il cuore è assediato dall’angoscia (“… Canto di sirena / incantesimi rinnova / di viaggi senza affanni / oltre questo mare d’agonia / che non s’arresta”). Non ci sono teoremi che si possono calare dall’alto per normalizzare l’esistenza, ma un invito appassionato a raccontarne le altezze perdute (“Di quella notte racconta / che tu sola conosci / le note odorose e le stelle”).
Storie inaudite, da custodire e onorare in punta di piedi, come un dono gratuito e impagabile (“Intimi doni sulla porta depongo: / prezioso oro di storie sussurrate / odorose lacrime di bimba mai narrate / sogni più intensi dell’antica essenza”). Il cuore non deve chiudere gli occhi dinanzi all’altalena della vita, sempre in bilico tra la luce diurna e l’angoscia della notte (“una trama quasi notturna il loro parlare, anche quando si svolge di giorno”).
La poesia non è una fuga, ma un modo più alto di stare nella complessità (“Qualcosa appare e scompare nel medesimo istante senza che possa decidere tra il desiderio e il dolore”). Anche quando uno strazio incontenibile annega la parola (“Ti porto come una ferita in gola, / che non si rimargina / …  E sento il sangue in bocca”), c’è sempre una moneta da raccogliere, che non può essere sepolta dall’oblio (“Raccolgo l’ultima immagine, / moneta sfuggita all’interminabile soglia. / Nella mano la sigillo all’infinito”).
*   *   *
Ecco il senso ultimo – credo – che MMM affida alla sua poesia. Un senso segreto, non immediatamente a portata di mano del lettore frettoloso, che legge senza leggere, che vede senza guardare. Il segreto della poesia non si lascia confinare alla superficie della tessitura verbale, né nel giro corto di un’effimera fascinazione empatica: esige un andirivieni paziente tra parola e silenzio. Quando un testo non è avaro, il tempo lento dell’ascolto ripaga sempre. E la scrittura di MMM non ci abbandona troppo presto in questa rivisitazione continua. Basta raccogliere l’invito a sondare l’odore profondo della vita (“Della terra l’odore che viene da lontano / e dell’erba in fiore / raccolgo con passione / e mi pare respirare / incensi di cattedrale“), lasciandosi guidare dalla “passione di un pensiero che non si ferma al tangibile”.
A questo punto persino il confine formale dei generi letterari sembra venire meno: i “versi” si “s-versano” nella prosa e “vice-versa”, come il gioco del titolo lascia intendere. La poesia non rinuncia al ragionare disteso, solitamente attribuito alla prosa, soprattutto quando promette un futuro al legame che si spezza (“Cattedrale d’amicizia s’arresta / alla cura votata / dell’ultima promessa scambiata: / domani sarai fra gli angeli la più ammirata”); la prosa, d’altro canto, si libera dalla trama ordinata e riconoscibile del racconto, abbandonandosi a un trasporto onirico e stemperandosi in atmosfere rarefatte e trasognate (“un lavacro s’è appena compiuto nel vuoto del cielo”).
Racconti sospesi, che iniziano e finiscono tra mura “spesse e grigie di pietra antica”, che “hanno odore di storia e d’umano”. Non senza inattese confessioni autobiografiche, che offrono una preziosa chiave di lettura (“Mi piace camminare al mattino quando ancora le cose non sono state toccate e non si sono del tutto svegliate… si sfalderanno più tardi alla luce di un pomeriggio che verrà”).
“Nell’aria incalpestata del mattino”, quando “le cose non hanno bisogno di rumore per esistere”, accade il miracolo della catarsi dell’intelligenza, che può andare incontro all’innocenza del cuore: “Prepara la mente alla meraviglia: all’esperienza dell’apparizione al tatto dell’intoccabile; il tuo cuore no, non serve: lui è già pronto ad accoglierle, se non l’hai troppo a lungo umiliato”.
Luigi Alici

 

Matilde Morrone Mozzi, Sversi, Eum, Macerata 2014, pp. 107, € 10.

Nessun commento:

Posta un commento