venerdì 13 giugno 2014

Il popolo, questo sconosciuto

Nella tradizione romana - Cicerone in particolare - la definizione di Stato è strettamente connessa a quella di popolo: la res publica è essenzialmente res populi. Il dibattito che attraversa gran parte della filosofia politica moderna, costantemente in bilico tra le opposte tentazioni del realismo al limite del disincanto e dell'emancipazione al limite del totalitarismo, si è concentrato a lungo sulla forma della res publica, ma potrebbe aver sottovalutato proprio la nozione sottostante di populus, senza la quale si vede solo la punta dell'iceberg. 
Roberto Gatti solleva il velo su questo equivoco paradossale con un piccolo libro, agile e insieme molto puntuale nei riferimenti. La sua competenza gli consente di toccare i punti cruciali dell'intera questione, imbastendo una contronarrazione della modernità, provocatoria e interessante: un Breve saggio su una finzione, secondo il sottotitolo. 
Dopo la crisi della tradizione greco-romana e medievale, secondo Gatti, la «mai riuscita fondazione teorica dell'ordine politico» verrebbe proprio da qui. Quando, infatti, i valori del repubblicanesimo sono privi di un adeguato fondamento, «galleggiano in un vuoto che solo la decisione può riempire» (15). Per questo un nucleo decisionistico s'impossessa della democrazia moderna sin dall'inizio. Se pensato secondo i criteri di un astratto razionalismo, il popolo diventa allora, irrimediabilmente, una finzione. Tale tendenza, secondo Gatti, prende due strade opposte, anche se in qualche misura simmetriche e complementari:
- da un lato, il popolo diventa il laboratorio teorico di un astratto - e intransigente - progetto salvifico di emancipazione: da Robespierre a Marx e a buona parte del pensiero rivoluzionario del '900;
- da un altro lato, la denunzia di questi esiti spinge nella direzione contraria: il popolo è il prodotto di una mistificazione ideologica, dunque la democrazia non potrà mai essere "governo del popolo", dovendosi realisticamente rassegnare ad essere governo di élite in competizione. 
Mostrando come il tentativo di colmare lo scarto tra l'uomo qual è e l'uomo quale dovrebbe essere finisce per invocare un intervento esterno, l'autore coglie una linea di continuità da Machiavelli a Rousseau, dove il legislatore assume una funzione che sfiora il divino. La ricerca di un principio eteronomo è ancor più scoperta in Hobbes, secondo il quale, rispetto a un uomo trascinato dalle passioni, il popolo non esiste prima che lo Stato sia costituito. Insomma, o non c'è popolo senza la mediazione del sovrano, oppure i popolo non ci può essere in senso assoluto, perché dallo stato di natura non si esce. Il popolo sorge come entità politica strumentalmente, in funzione della difesa del sociale.
Alla fine, in epoca post-illuministica, quando l'indebolimento dei presupposti antropologici sarà sempre più forte, i regimi democratici rischiano di diventare «semplicemente il comando di minoranze organizzate dal voto di uomini e donne che, nella maggior parte dei casi, non sono e non saranno mai in grado di esercitare un giudizio responsabile sulla cosa pubblica» (79). Dal normativismo al decisionismo il passo è breve. Alla fine «il popolo dei moderni non può non apparire che una mera astrazione oppure un'entià generata da un'impressionante semplificazione semantica» (83).
Il messaggio finale è estremamente chiaro e di grande attualità: «l'eclissi della politica non è, anche nelle sue manifestazioni più recenti, una contingenza legata a eventi momentanei, bensì l'effetto dell'egemonia ormai plurisecolare» di un «modello impolitico di società».
Non si può avere uno sguardo lungo in avanti se non siamo capaci di avere anche uno sguardo lungo anche all'indietro.

R. Gatti, Il popolo dei moderni. Breve saggio su una finzione, La Scuola, Brescia 2014, pp. 91, € 8.50.

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