giovedì 14 agosto 2014

Quanto vale una vita umana?

La rete pullula in questi giorni di foto e filmati strazianti, soprattutto legati ad aberranti esecuzioni sommarie degli jihaidisti in Iraq. La tecnologia ci fa vedere immagini che non avremmo mai immaginato: decapitazioni tra sghignazzi osceni, che nessuno di noi accetterebbe mai di lasciar compiere su un animale; donne vendute come schiave,  mamme urlanti e bambini yazidi disperati in marcia nel deserto, condannati a morire o a crescere in quel mix di disperazione e di odio che è l'incubatore perfetto di violenze interminabili. 
Il progresso è una medaglia: più aumenta il diametro, più crescono insieme, simultaneamente, le due facce opposte, positiva e negativa. C'è qualcosa di inquietante e inspiegabile in questa coabitazione paradossale di efficiente evoluzione tecnologica e di depravata regressione primitiva. In molti casi, si ha la sensazione netta che la crudeltà più selvaggia sia un ingrediente essenziale della spettacolarizzazione. Si può distruggere una vita per una violenza del tutto immotivata e gratuita, e questo è di per sé un atto gravissimo; lo si può fare, però, in modo strumentale, perché quel sacrificio non vada "sprecato" ma serva ad una bieca logica di potere, e questo - se possibile - è ancora peggio. Ha scritto Musil che «oggi solo i criminali osano fare del male prossimo senza una filosofia»; chi pretende di legittimare la violenza con una "filosofia" (?) è criminale due volte, perché aggiunge alla violenza la menzogna: ecco il crimine perfetto. 
Quanto sta accadendo nel cosidetto califfato ormai costituito in quel che resta dell'Iraq è il concentrato di tutto questo. Vorrebbero farci credere che si tratta di una guerra di religione: in realtà, siamo dinanzi a una calcolata provocazione politica, che usa la pulizia etnica come innesco. I criminali dell'Isis non sono fedeli musulmani: una religione senza pietas è una contraddizione in termini. 
Chi oggi invoca una reazione "identitaria" dei cristiani, accusando persino papa Francesco di non essere un valido avvocato difensore dei propri fedeli, magari desiderando la sua benedizione a un bel bombardamento "in nome dei cristiani", fa finta di non sapere che la forza dell'Isis è data da un arsenale modernissimo e mostruoso (torna il paradosso!) lasciato lì proprio dagli americani, che si trovano - ancora una volta! - a bombardare le loro stesse armi. Sarebbe invece il caso che il generale Colin Powell e l'ex Presidente George Bush compiano un atto pubblico di scuse, per aver umiliato l'Onu, esibendo prove false di armi irachene di distruzione di massa, mai esistite, innescando un conflitto sanguinoso che continua a deflagrare. Senza nulla togliere alla condanna dell'Isis, beninteso, la cui follia omicida va urgentemente arginata, prima di tutto con un atto di delegittimazione esplicita da parte di tutte le vere forze musulmane.
L'uso politico della vita umana è un atto doppiamente criminale: anche quando si vuol far credere che i morti attorno a Lampedusa non valgano la vita di un italiano; o quando si vuol far credere che un bambino israeliano a Gaza non valga quanto un bambino israeliano a Gerusalemme. Tutti i dibattiti sull'esportazione della democrazia, sulla possibilità di assecondare una pacifica transizione politica della "primavera araba" vengono dopo, molto dopo. Prima viene la necessità di abbassare le armi dinanzi alla vita umana: tutte le armi, quelle degli eserciti e prima ancora quelle delle ideologie! Senza se e senza ma.
Dopo l'incontro che si è svolto l'8 giugno 2014, in Vaticano, tra papa Francesco, il Patriarca Bartolomeo, il presidente dello Stato d'Israele Shimon Peres e il Presidente della Palestina Abu Mazen, avevo scritto - non incautamente - che si poteva aprire una nuova pagina nel Medio Oriente, e forse era proprio così. Tuttavia, ogni volta che l'intera regione mediorientale comincia a stabilizzarsi, sembra che questo induca i "signori della guerra" a coalizzarsi prontamente e reagire, "riprendendo il controllo" sulle vite umane. 
In quell'occasione papa Francesco disse che ci vuole molto più coraggio per fare la pace che per fare la guerra. Questo coraggio comincia con l'isolare tutti coloro - e non mancano anche fra noi - che assecondano o legittimano ideologie violente. È il primo passo per chiamare le cose con il loro nome: chi si ritiene padrone della vita umana, se in divisa o in giacca e cravatta, è un criminale due volte.

2 commenti:

  1. È che ci siamo persi, tutti, chi più e chi meno. Persi in noi, nei nostri limiti non accettati. Si inizia ad idealizzare la vita umana come nostra proprietá dal momento stesso che si "pretende" un figlio. C'è il bisogno di tornare a meravigliarsi di fronte alla vita, ogni vita, e a farsene carico avendone cura. Ognuno ha delle responsabilitá di cui deve farsi carico senza rimandare a domani.

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  2. Meravigliarsi di fonte: è proprio l'atteggiamento di cui abbiamo più bisogno. La vera responsabilità nasce dallo stupore dinanzi a un dono che ci oltrepassa...

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