sabato 9 agosto 2014

Riconoscenza

“Non lo riconosco più”: quante volte questa frase esprime, tra rabbia e sofferenza, l’incomprensione dei genitori nei confronti del figlio che cresce! “Il mio bambino” non è più lui: non è più un bambino, non è più mio. È una legge della vita, che tutti gli adulti – più o meno – sono convinti di conoscere bene: la vita ci cambia, spesso ci rende persino irriconoscibili, in un senso ben diverso dalla battuta che possiamo fare nei confronti dei nostri figli. Rispetto al non-vivente, il vivente è in ogni momento, in un certo senso, anche un morente! Crescere e morire sono parenti stretti del vivere, che accompagnano ogni istante dell’esistenza: si vive per morire e nello stesso tempo, ogni giorno, si muore per vivere. Nelle primissime fasi della vita quest’altalena si manifesta soltanto ai livelli biologici più elementari: già nel metabolismo o nella respirazione, un organismo entra in un processo di scambio con l’ambiente, grazie al quale incorpora energia vitale e libera scorie. Finché il saldo biologico di questo scambio di dare ed avere è in attivo, l’organismo cresce e si sviluppa; quando comincia ad essere in perdita, l’organismo deperisce e si avvia verso la fine del suo ciclo vitale.
Nella vita personale le cose sono un po’ più complicate. La vita umana non è solo biologia, ma anche affettività, intelligenza, moralità, spiritualità; universi esistenziali e simbolici profondamente diversi e non sempre coordinati tra loro. Si può avere un fisico robusto ed essere affettivamente instabili, intellettualmente modesti, moralmente fragili, interiormente aridi. Allo stesso modo, si può avere una vitalità spirituale inesauribile e contagiosa, capace fino alla fine di sprigionare energie positive, nonostante una salute cagionevole e un corpo gravemente malato. Proprio come il vivere abbraccia una molteplicità di funzioni e significati, anche il morire s’annuncia in tanti modi.
Per questo è così difficile riconoscere la persona nel cambiamento: gli anni modificano in modo lento e continuo la nostra fisionomia, mentre le trasformazioni che riguardano la psiche o la vita spirituale possono plasmare molto più rapidamente – nel bene o nel male – la nostra identità più profonda, riflettendosi a livello somatico. Di solito, quando confessiamo, smarriti, di non riconoscere qualcuno – che in realtà dovremmo conoscere molto bene –, è perché il suo processo di crescita presenta degli strappi, degli squilibri, delle incorenze, soprattutto fra un corpo che cresce regolarmente e aspetti della personalità che invece rallentano o accelerano, sono fermi o addirittura regrediscono.
Dichiarare di non riconoscere più un’altra persona significa ammettere che il vincolo che abbiamo con lei si sta incrinando, forse si è già spezzato. Dire: “Non ti riconosco più” non è come dire: “Non ti conosco, puoi presentarti?”. Qui non è in gioco un deficit conoscitivo, è in gioco la rottura di un vincolo, che può essere patita o voluta: nel primo caso nella frase c’è una sfumatura di rammarico e di rimprovero, che contiene anche un invito a ricucire, a far tornare il fiume dell’esistenza nel letto di una rassicurante reciprocità; nel secondo caso, diciamo le stesse parole in modo più vibrato, spesso rabbiosamente, come un atto unilaterale di rottura e di disconoscimento. Non so più chi sei, per me non sei più nessuno, con me hai chiuso.
In entrambi i casi, è in pericolo il bene della relazione. Intesa come la forma più elementare di rapporto, la relazione può riguardare qualunque cosa: le parole, i numeri, i concetti astratti, gli animali, le persone… Gli esseri umani sperimentano però una forma particolare di relazione, non solo unilaterale, ma anche bilaterale; in questo secondo caso parliamo solitamente di reciprocità: il movimento attraverso il quale io entro in rapporto con te s’incrocia con il movimento contrario attraverso il quale anche tu puoi entrare in rapporto con me. Questo non significa che il rapporto debba essere per forza simultaneo e simmetrico, come ad esempio nella forma convenzionale del contratto, che prevede un accordo tra pari, stipulato sulla base di clausole concordate, quasi sempre per un regolamento di interessi.
Per noi, figli di una società dominata dal paradigma economico dell’interesse, non è facile immaginare forme di reciprocità diverse da questa; eppure, se ci pensiamo bene, le esperienze umanamente più profonde di reciprocità sono quasi sempre asimmetriche: le relazioni tra genitori e figli, tra maestro e allievo, tra medico e paziente sono di questo tipo. Prima ancora, l’alleanza di Dio con il suo popolo, rinnovata con la venuta in mezzo a noi del suo Figlio, è una forma esemplare di reciprocità asimmetrica: Lui fa il primo passo verso di me, ma un passo che non crea una dipendenza, poiché dischiude alla reciprocità uno spazio di cor-rispondenza attiva.
La vera gratitudine alimenta il circolo virtuoso della buona reciprocità, ai confini tra il visibile e l’invisibile, in cui riconoscimento e riconoscenza s’incontrano. La gratitudine è la forma buona del riconoscere, che trasforma il riconoscimento in un atto di riconoscenza.
Da questo punto di vista, la riconoscenza non è un atto episodico e chiuso in se stesso, poiché germina dentro la trama del riconoscimento. Desideriamo essere riconoscenti perché siamo stati riconosciuti, possiamo essere grati perché siamo graditi a chi ci visita. L’intero asse secondo cui concepire la vita e la trama delle relazioni in questo modo viene capovolto. Anche nell’esistenza apparentemente più arida e scontata è sempre possibile un misterioso incontro spirituale – con Dio, con gli altri, con me stesso – in cui è contenuto un doppio messaggio: una Parola per me e un dono per gli altri. 

L. ALICI, L'angelo della gratitudine, Ave, Roma 2014 [dal cap. II]

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