domenica 3 agosto 2014

Stupore


La gratitudine comincia dallo stupore. Quello vero. La fabbrica dei surrogati dello stupore mette in campo solo volgari contraffazioni, con ingredienti fasulli e progetti disonesti, ma non ci vuole molto a smascherarle. Il mondo scintillante che ci è offerto a prezzi stracciati è un patetico luna park, un baraccone imbottito d’inutile tecnologia, sospeso tra reale e virtuale. Un non-luogo tristissimo, quando, come in ogni luna park, si spengono le luci e arriva l’ora di chiudere. Alla fine, resta uno stordimento che è purtroppo una forma di anestesia dello stupore, penultima stazione del treno postmoderno prima che si arrivi al capolinea del disincanto.
No, il vero stupore è altra cosa. Non nasce a tavolino, non è il risultato di un’abile strategia di marketing; non è una merce che si vende e che si compra. È un dono, una scoperta, un seme. Il dono non si contratta, si accoglie. La scoperta non s’inventa, s’incontra. Il seme non si butta via, si coltiva. Niente di prevedibile, di preconfezionato, di scontato. Lo stupore destabilizza, fa saltare gli schemi, ci obbliga a scendere dal nostro piedistallo e a rimetterci in cammino verso panorami inesplorati, a percorrere sentieri nuovi, a disporci a incontri inattesi. C’insegna, come ha compreso Hannah Arendt, che «gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare». Secondo Aristotele, a causa della meraviglia gli uomini incominciarono a filosofare. Ma potremmo aggiungere: dallo stupore nascono anche la poesia, la musica, la pittura; sono parenti stretti l’estasi mistica, la promessa monastica e quella nuziale, come ogni altra forma di vocazione forte.
Eppure, la genesi dello stupore non è univoca, non scaturisce da situazioni-tipo. Non esiste un catalogo online dello stupore. Chissà quante volte i conti Leopardi avevano gettato uno sguardo, tra il compiaciuto e il distratto, sul panorama che si gode dal belvedere del loro palazzo di Recanati; eppure solo Giacomo fu toccato una volta – quella volta! – dalla sconfinata, struggente bellezza della distesa appena delimitata, in lontananza, dai “monti azzurri”, arrivando a scrivere L’infinito. Chissà quante volte, il giovane Francesco di Pietro di Bernardone si era turato le narici e voltato da un’altra parte quando da lontano aveva intravisto la sagoma ricurva di un lebbroso, facendo un po’ di elemosina solo per interposta persona! Eppure, una volta – quella volta! – le cose andarono diversamente, come si legge nella Leggenda dei tre compagni:
«Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: “Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce; e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità”. Felice di questa rivelazione e divenuto forte nel Signore, Francesco, mentre un giorno calcava nei paraggi di Assisi, incontrò sulla strada un lebbroso. Di questi infelici egli provava un invincibile ribrezzo; ma stavolta, facendo violenza al proprio istinto, smontò da cavallo e offrì al lebbroso un denaro, baciandogli la mano. E ricevendone un bacio di pace, risalì a cavallo e seguitò il suo cammino. Da quel giorno cominciò a svincolarsi dal proprio egoismo, fino al punto di sapersi vincere perfettamente, con l’aiuto di Dio».
Da allora, Francesco «per grazia di Dio diventò compagno e amico dei lebbrosi così che, come afferma nel suo Testamento, stava in mezzo a loro e li serviva umilmente».

Il vero stupore nasce dinanzi a un messaggero che annuncia la grazia e porta la vita; chi l’accoglie diviene testimone di un miracolo straordinario, che precede e prepara la risposta della gratitudine.

 
L. ALICI, L'angelo della gratitudine, Ave, Roma 2014 [dal cap. I]

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