martedì 23 settembre 2014

Francesco, la profezia della misericordia



1. Da Ratzinger a Bergoglio
«Tingono di porpora le pergamene, e le fanno scrivere a caratteri d’oro; rivestono i codici di gemme, e intanto Cristo muore nudo davanti alla loro porta»: così scriveva san Girolamo a Giulia Eustochio, figlia della nobildonna romana Paola, denunciando con durezza lo scandalo delle prime bibbie miniate che nella Roma del IV secolo si cominciavano a produrre per i ricchi convertiti al cristianesimo. Non è una forzatura eccessiva, forse, collegare queste parole ruvide e provocatorie di san Girolamo a quelle, sicuramente poco diplomatiche e non meno provocatorie, pronunciate dal cardinale di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio, nelle congregazioni generali prima del conclave: «Le parole di Gesù, “Ecco: sto alla porta e busso” (Ap 3,20), possono essere interpretate come un bussare da dentro, da parte di un Messia tenuto prigioniero da una Chiesa autoreferenziale».
In un contesto di ordinaria transizione da un papato all’altro, sarebbe stato certamente difficile immaginare un intervento cosi poco politically correct; ma è ancor più sorprendente che il suo autore, dopo quelle parole, sia stato eletto papa, in modo rapido e senza incontrare troppe resistenze. Di quell’intervento, tuttavia, si è venuti a conoscenza solo qualche giorno dopo l’elezione di papa Francesco. Il suo esordio pubblico, se si vuole, può riassumersi in quel semplice, semplicissimo eppure inimmaginabile “buona sera” con cui il cardinale Bergoglio, appena eletto successore di Pietro, ha salutato dalla Loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro il popolo raccolto in piazza, nel tardo pomeriggio del 13 maggio 2013. Un gesto che serviva a instaurare un contatto, non a banalizzare un evento. Quel primo saluto, infatti, si è poi tradotto addirittura in un inchino dinanzi al popolo per recitare insieme una preghiera.
Da allora, il mondo intero ha capito quello che per un manipolo anacronistico di nostalgici di una cristianità compatta (forse quasi mai esistita) continua ad apparire letteralmente inconcepibile: usando le medesime note musicali sul medesimo spartito, è possibile suonare un’altra musica. La straordinarietà dell’elezione di Bergoglio appare ancor più evidente se si pensa che nel conclave precedente c’era stata già una sua candidatura, alla quale era stata preferita quella del teologo Joseph Ratzinger, mentre ora essa ottiene un grande consenso, per di più in un collegio cardinalizio modificato, rispetto al precedente, dalle nuove nomine di papa Ratzinger. L’evento chiave, tuttavia, che consente di contestualizzare l’elezione di papa Francesco è rappresentato dalle dimissioni di Benedetto, che cadono – nell’anno della fede e nella memoria del Concilio – in un momento di grave difficoltà della Chiesa, assediata – ad intra e ad extra – da scandali e scandalismo, aggravati dalla sensazione che i più diretti collaboratori del papa non riuscissero ad offrirgli quella collaborazione leale e competente di cui egli aveva bisogno

[Il testo completo è pubblicato sulla rivista online "Cosmopolis", X,1 (2014), all'interno di una sezione interamente dedicata a papa Francesco]

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