domenica 28 settembre 2014

Il dilemma del Sinodo



"China scivolosa" o scala della misericordia?
Siamo ormai prossimi al Sinodo straordinario sulla famiglia, che si annuncia con grandi attese e un dibattito vivace. Due aspetti, in una certa misura, nuovi e largamente positivi. Il saggio ammonimento di Evangelii Gaudium ad accettare il conflitto, senza ignorarlo o dissimularlo ma nello stesso tempo senza rimanervi intrappolati e perdere il senso dell'unità profonda della realtà (EG, 226), non dovrebbe essere ignorato. 
Questo implica, però, che non si scambino conflitti superficiali, secondari o addirittura suscitati in modo artificioso, con conflitti reali e profondi. Sarebbe quindi riduttivo immaginare che il nodo del Sinodo si possa circoscrivere alla questione - certamente non marginale ma limitata - della comunione ai divorziati risposati né tantomeno a un tentativo di frenare il papa o addirittura "metterlo in minoranza", anche se alcune improvvide operazioni editoriali di queste settimane non lasciano troppo tranquilli.
Secondo me, il vero dilemma del Sinodo, che potrebbe attraversare in modo trasversale le molteplici questioni relative alla famiglia, non è nemmeno tra dottrina e disciplina, come qualcuno vorrebbe farci credere. Nessun padre sinodale, suppongo, parteciperà con l'intento di intaccare il tronco vivo del depositum fidei; del resto, come c'insegna la storia della Chiesa, chi tenta di mettere in discussione la dottrina lo fa quasi sempre in modo esplicito e diretto. È vero che alcuni recenti pronunciamenti di cardinali sono stati giustificati con la preoccupazione di salvaguardare la dottrina, evitando che potesse essere sgretolata in nome di una allentata disciplina pastorale. Ritengo però che la preoccupazione principale alla base di questi allarmati non possumus sia principalmente di natura pastorale. 
Il vero dilemma del Sinodo potrebbe essere, infatti, tutto di natura pastorale e mettere capo ad una diversa scelta di campo tra la "china scivolosa" e la "scala della misericordia".
Il dibattito sulla teoria del cosiddetto piano inclinato o "china scivolosa" (slippery slope) ha certamente un'attualità culturale e una rilevanza etica da non sottovalutare; si potrebbe riassumere così: per dimostrare la inaccettabilità di una tesi, si dimostra che ad essa seguiranno necessariamente conseguenze gravissime e inarrestabili. Senza entrare nel dibattito intorno alla possibile fallacia di tale argomento (quando si traggono come necessarie delle conseguenze del tutto ipotetiche), è bene però ricordare che lo si può snaturare, trasformandolo in un pregiudizio ideologico, evocato ossessivamente in presenza di cambiamenti profondi del costume. 
"Di questo passo dove andremo a finire?": quest'affermazione può esprimere saggezza e senso di responsabilità, ma anche un rifiuto immotivato di articolare le norme morali. Certamente un problema fondamentale dell'etica è individuare in modo argomentato un orizzonte ultimo di assoluti morali, ma è anche vero che in etica non si va lontano senza un'assiologia, cioè senza quella forma di saggezza pratica (che chiama in causa anche la virtù della prudenza) capace di elaborare una scala di valori, sapendo distinguere il migliore nell'ordine del buono e il peggiore nell'ordine del cattivo. Chi invece presume di blindare l'ordine morale come un unicum ("prendere o lasciare"), corre due rischi mortali: anzitutto, allontana la morale dalla vita, precludendosi la possibilità di accompagnare nel cammino verso il bene le persone più fragili e scoraggiate; in secondo luogo, spesso carica il paniere degli assoluti morali di norme consuetudinarie e irrigidite, che nulla hanno a che fare con tali assoluti. 
Ad esempio, il mettere sullo stesso piano, nella morale cattolica, contraccezione e aborto, in nome della china scivolosa ("Se incominciamo a distinguere troppo, dove andremo a finire?") può rispondere all'intenzione di tenere lontani i fedeli dalla china scivolosa e preservare la purezza morale della comunità cristiana, ma di fatto può anche allontanare (a volte irrimediabilmente) quelli che non riescono ad essere fedeli alla norma meno grave, colpevolizzandoli come se avessero trasgredito quella più grave.
Non è bene che al Sinodo l'argomento della china scivolosa la faccia da padrone: certamente un cristiano dev'essere fedele fino alla morte ai "pochissimi precetti" dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio, come ricorda papa Francesco (EG, 43), anche se fosse l'ultimo testimone del vangelo sulla terra; nello stesso tempo, però, nessuno può mai essere abbandonato a se stesso nella sua condizione ordinaria di vita (nonostante qualche parole benevola di circostanza) per mantere nella sua inossidabilità fissità un corpus disciplinare fatto di precetti non proprio "pochissimi".
L'alternativa ci è offerta dall'appello alla misericordia, al centro del magistero di papa Francesco. All'immagine intimidatoria della china scivolosa si potrebbe anteporre l'immagine misericordiosa della scala: così come c'è una scala che congiunge misteriosamente il visibile e l'invisibile, percorsa incessantemente da messaggeri divini - non angeli sterminatori, ma angeli della gratitudine - secondo lo straordinario racconto della visione di Giacobbe (Gen 28,11-22), allo stesso modo c'è una scala della vita, che trasforma la vita in una scalata. Nessuno, in qualunque gradino si trovi, deve sentirsi - ed essere! - abbandonato. L'appello alla china scivolosa può essere per un pastore una saggia preoccupazione, ma può trasformarsi anche in una torrre d'avorio, lontana e irraggiungibile. La scala della misericordia dice che può sempre esserci una catena umana dalla quale nessuno dovrebbe sentirsi troppo lontano, ma che soprattutto non può esserci per nessuno un vicolo cieco irraggiungibile per la grazia divina: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20).

1 commento:

  1. la chiesa cerca di avvicinare e non di allontanare coloro che di fronte a Dio non sono nella regolarità.la chiesa tende sempre ad avvicinare i lontani, seguendo l'esempio di Gesù infatti possono entrare in chiesa e partecipare alla messa e anche a qualche attività di volontariato.La cosa importantissima che non possono ricevere è l'eucaristia però se sanano la loro condizione di fronte a Dio non ci saranno più problemi.Noi spesso siamo cristiani perchè battezzati ma non è così perchè essere veri cristiani implica dei comportamenti coerenti all'insegnamento di Gesù e rispettosi della parola di Dio.Molti sacerdoti vivono queste situazioni da vicino perchè hanno anche loro ,parenti divorziati,separati,conviventi.....possono essere vicini a queste famiglie ma non possono sconvolgere la parola di Dio.questo naturalmente secondo il mio modesto parere.

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