martedì 2 settembre 2014

Promessa


La gratitudine vera riesce ad andare oltre il sentimento solo se può trasformarsi in promessa. Lo stupore non è un raro momento di grazia, ma può generare una trama di buona reciprocità, in cui riconoscenza e riconoscimento si alimentano reciprocamente. Occorre però, a questo punto, fare i conti con la durata: questo processo non può rimanere allo stadio adolescenziale delle emozioni ma deve trasformarsi in un impegno… La riconoscenza senza la promessa è come l’innamoramento senza l’amore, la libertà senza la responsabilità, l’istante senza la durata. Forse proprio questo oggi ci manca: più che avere una relazione, ciò che conta è entrare in relazione per poter essere in relazione.
Certo, le voglio bene, sento di volerle bene in modo pieno, totale, ma che bisogno c’è di sposarsi? Dobbiamo accettare quell’atto inutile d’ipocrisia, che molti compiono senza crederci, solo per compiacere la megalomania vanitosa della mia (o sua) famiglia? Se l’amore c’è, non abbiamo bisogno di sposarci; se cerchiamo nel matrimonio un puntello esterno al nostro amore, allora vuol dire che siamo messi proprio male. Stiamo insieme, proviamo, vediamo come va. Se non funziona, almeno non dobbiamo andare dagli avvocati; bisogna anche pensare alle conseguenze. Che differenza c’è se siamo sposati o no?
Da anni sto in quell’associazione di volontariato. Non ho mai voluto immischiarmi nelle beghe del consiglio direttivo, dove stanno i soliti sapientoni sempre pronti a spaccare un capello in quattro. Io mi spezzo la schiena, sto in cucina dietro quei pentoloni, alle quattro del pomeriggio non mi reggo in piedi. E poi, quell’odore insopportabile che mi porto dietro fino a sera. Certo, vedo tante cose che non vanno, saprei bene come far funzionare meglio questa macchina sgangherata. Ma non ho voglia d’impegnarmi più di così. Ho ricevuto tanto, lo ammetto, ma debbo sentirmi libera: se mi va ci vado, se non mi va non ci vado. Perché assumermi delle responsabilità per il futuro? Che differenza c’è rispetto a quello che faccio già?
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Ho fatto una cavolata, l’ammetto. Oggi i mezzi per evitare una gravidanza non mancano. Ma sono una ragazzina, non posso mettermi a prendere la pillola per tutta la vita. La spontaneità dove va a finire? E poi, lo ammetto, l’ho provocato per vedere se era capace davvero di buttarsi, di lasciarsi andare, di arrivare fino in fondo, senza troppe domande. L’ho fatto per gioco, mettiamola così, volete venire a sindacarmi? Ora lui se l’è squagliata, mi sono trovata sola, ho abortito. La legge lo permette, mi sono trovata sola, che dovevo fare? E poi, se un bambino non lo voglio, che differenza c’è tra la pillola e l’aborto? Non sono in condizione di tenere un figlio. Punto.
La differenza è la promessa. Tra sposarsi e non sposarsi, tra impegnarsi e non impegnarsi, tra confessarsi e non confessarsi, tra sentimento religioso e fede cristiana, tra un embrione e una poltiglia biologica la differenza è la promessa. “Sì” e “no”, nella lingua italiana, sono due avverbi piccoli piccoli, occupano uno spazio insignificante nella pagina e un tempo minimo nel discorso, quasi un flatus vocis, eppure sono i due avverbi all’origine del nascere e del morire, del bene e del male, di tutte le nostre speranze e le nostre paure. Con un “sì” o con un “no” si condanna a morte e si assolve, si rompe il patto di una vita, si comincia un’avventura per la quale si è disposti persino a morire. Perché la nostra felicità, il senso più profondo della vita sono legati a queste due particelle di per sé quasi insignificanti?
Oggi noi ci troviamo più a nostro agio con altre espressioni: Mah, boh, chissà, forse… Quando dobbiamo proprio rispondere ma non abbiamo voglia di coinvolgerci, la tiriamo per le lunghe, facciamo discorsi complicati e nel migliore dei casi diciamo: “Vedremo…”. Invece il “sì” non descrive, attesta. Attesta un impegno, un coinvolgimento di cui sono pronto a rispondere in prima persona. Nel bene e nel male: posso dire “Ci sto” dinanzi all’invito a coinvolgermi in un’impresa onesta e rischiosa, ma anche dinanzi a una proposta indecente. Il “sì” è una firma apposta in calce a un progetto, che contiene vincoli, condizioni, regole da rispettare; chiama in causa una relazione personale con altri, intreccia storie diverse, inaugura un mondo comune. Ma perché dovrei uscire da me stesso?
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Non è detto che le schiavitù peggiori siano quelle che provengono da fuori: potrebbe essere il contrario. In fondo, chi è incapace di promettere? Se si esclude il bambino che non ha l’uso della ragione, è soprattutto lo schiavo, cioè colui che non dispone interamente della propria libertà. Lo schiavo in catene, tuttavia, può impegnarsi in una promessa di ordine interiore e spirituale, riguardante la propria fede religiosa o i propri sentimenti. Ma chi è schiavo di se stesso, chi è schiavo dentro, quale tipo d’impegno è in grado di assumersi? Non parlo solo dell’alcoolista cronico o del tossicodipendente, ma anche della persona viziata, costantemente in balia dei propri capricci…
La promessa è eminentemente un atto libero e responsabile: un’ipoteca sul futuro affidata alla mia libertà. Promettere è impegnarmi personalmente a gettare un ponte oltre il presente, che si possa attraversare insieme. Il valore della promessa non dipende dalla garanzia assoluta che sono in grado di offrire: chi può farlo quando è in ballo il futuro? Dipende unicamente dalla mia affidabilità, che si pone all’origine di un affidamento reciproco, in cui la mia fede incontra la tua fiducia. Senza riconoscimento reciproco, non può esserci promessa, ma senza promessa il riconoscimento non ha storia.
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La promessa è il vincolo del dono, che suscita una forma di reciprocità responsabile a un livello più alto di ogni opportunismo strumentale o gratificazione narcisistica. Promettere significa, prima di tutto, impegnarsi di fronte a un legame, prima ancora che di fronte a qualcosa o a qualcuno. Per questo la promessa ha a che fare due volte con la gratitudine: può generarla, quando accompagna l’atto del donare; può essere generata a sua volta dalla gratitudine, quando impegna la responsabilità di chi lo riceve. Quante volte abbiamo detto: «Una cosa del genere a quella persona non la posso proprio fare»! Non è forse questo il segno che nel vincolo della gratitudine nasce un’attestazione la quale – se autentica – non ha bisogno di calcoli né di paura per reggere alle prove della vita?
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Chi sogna di essere una scatola senza fondo, piena di chances di riserva, potrà rimandare all’infinito la responsabilità della scelta e della promessa, rassegnandosi a galleggiare in un presente senza futuro. Si entra in tal caso nella logica del rinvio permanente, che autorizza un’esistenza sempre “sperimentale”, senza mai cominciare realmente la vera e unica partita della vita. Accettiamo allora di essere eternamente “in prova”: nella vita pubblica e in quella privata, nelle relazioni sociali e negli affetti, nel rapporto con noi stessi e persino con Dio. O interessi da calcolare avidamente o sentimenti da dissipare allegramente: è questo l’alibi dietro cui nasconderci, il demone del disimpegno da cui dobbiamo guardarci, che cerca subdolamente di mettere a tacere l’angelo della promessa.
Per questo è importante essere vigili, con le lampade accese, con il fiato sospeso: quando passa l’angelo della gratitudine, la promessa grande e le promesse piccole possono darsi la mano…



L. ALICI, L'angelo della gratitudine, Ave, Roma 2014 [dal cap. III]

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