martedì 21 ottobre 2014

Il giovane favoloso


Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto
.

Nello splendido film diretto da Mario Martone su Giacomo Leopardi, presentato all'ultima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, questi versi occupano una  scena centrale, in cui l'atmofera di struggente rapimento estatico è avvalorata da una splendida fotografia. Il film, da parte mia, merita un giudizio ampiamente positivo, soprattutto per aver scelto - con un coraggio oggi piuttosto raro - un soggetto affascinante ma difficilissimo, in cui la ricostruzione "esterna" rischia in ogni caso di lasciarsi sfuggire la profondità impenetrabile dell'animus del poeta. I pericoli che il film riesce ad evitare concorrono a motivare questo apprezzamento: si poteva finire con il guardare la vita del "giovane favoloso" dal buco della serratura delle curiosità più epidermiche e morbose sulla sua vita tormentata; oppure si poteva entrare a "gamba tesa", assumendo una tesi interpretativa precostituita (del tipo: "Adesso vi spiego io chi era veramente Leopardi: un disadatto cronico, un ribelle frustrato, un genio incompreso…"), e via dicendo.
L'autore del film sceglie invece una via onestamente didascalica, che consente piani interpretativi diversi senza privilegiarne nessuno, fermandosi sulla soglia del mistero senza volerlo profanare. Le parole messe in bocca al poeta sembrano (e forse sono) davvero tutte sue e il lirismo delle sue emozioni creative prorompe in alcuni squarci che sospendono la narrazione in una rara armonia di versi e immagini: come il magico chiaroscuro che la luna accende sulle vie deserte di Recanati nel caso de "La sera del dì di festa", già ricordata; come i "sovrumani silenzi" che accolgono lo stormire del vento, nel magico alternarsi in cui si consuma il gioco di visibile e invisibile de "L'Infinito"; come nei paesaggi scabri delle falde del Vesuvio, a malapena rischiarati dall'"odorosa ginestra".
Il protagonista del film, Elio Germano, ci restituisce splendidamente molte sfaccettature di una personalità delicata ed energica, che non si rassegna ai limiti umilianti della salute, interiormente dilaniata e costantemente in bilico tra una risolutezza intransigente nella fedeltà al proprio pensiero e un abbandono alle sue insuperabili fragilità. Questa oscillazione ci rende il poeta molto lontano e insieme molto vicino: per un verso possiamo rispecchiarci anche noi nella sua umanità, ma per altro verso avvertiamo nella sua sete d'infinito - tanto più lancinante quanto più destinata fatalmente allo scacco - una distanza incolmabile rispetto alla nostra avvilente mediocrità quotidiana.
Forse la poetica di Leopardi, la sua idea di natura e di bellezza, così come il suo pensiero filosofico nella evoluzione interna che si radicalizza nel periodo napoletano, restano un po' in ombra e allo spettatore meno preparato la vicenda biografica può risultare più sfuggente e incomprensibile. Forse una colonna sonora meno incoerente e impersonale avrebbe arricchito la narrazione cinematografica: l'accostamento di Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring (alias Apparat) e al brano Outer del canadese Doug Van Nort lascia francamente un po' sconcertati.
Ma il messaggio resta alto e importante: il "giovane favoloso" muore a 39 anni (!), dopo essere riuscito a dire moltissimo di quel che aveva in animo di dire. Quanti di noi, che alla stessa età si sono lasciati già rubare gran parte del tempo migliore della vita da smartphone e altre macchinette, potranno dire altrettanto?

venerdì 17 ottobre 2014

Il Sinodo tra "già" e "non ancora"


«In ogni situazione, si può sempre vedere ciò che manca oppure ciò che già c’è»: così il cardinale Christoph Schönborn ha descritto molto efficacemente, in una intervista rilasciata al Corriere della sera il 14 ottobre, il diverso approccio alle situazioni difficili che si sta facendo strada nel Sinodo sulla famiglia. La novità consiste nell'assumere la «chiave ermeneutica del Concilio»; per spiegarlo, Schönborn pone un'analogia importante con il documento Lumen Gentium: «allora la Chiesa cattolica ha optato per uno sguardo sulle altre confessioni e religioni che non puntava su ciò che manca — quello lo sappiamo — ma su ciò che invece c’è. Se manca qualcosa non significa non ci siano cose positive che, come dice il Vaticano II, “spingono verso” la pienezza. Lo stesso sguardo si può applicare alle situazioni che stanno in cammino “verso”». 
In un certo senso, è la vecchia storia del bicchiere mezzo pieno o del bicchiere mezzo vuoto. Lo si potrebbe dire in modo più dinamico e meno statico evocando, come ho fatto nel post precedente, la differenza tra "china scivolosa" e "scala della misericordia". La tensione tra "già" e "non ancora", che esprime la prospettiva escatologica delle Lettere di Paolo, lo esprime in modo ben più appropriato. La valutazione è molto diversa a seconda che il "non ancora" misuri unicamente la distanza dalla pienezza, oppure consideri anche il "già", vale a dire il grado di approssimazione alla pienezza. Nella scala graduata dei comportamenti umani si può rilevare non soltanto quello che manca, ma anche quello che c'è. Le applicazioni ai nodi più difficili che il Sinodo sta affrontando sono evidenti: vanno dallo stato di vita dei divorziati risposati all'unione omosessuale, alla contraccezione (aspetto, quest'ultimo, che merita un'attenzione non secondaria). A seconda della "postura" che si assume, lo stesso comportamento può essere visto in una luce diversa, riconosciuto in modo diverso, accolto in uno spirito diverso.
Nella storia della Chiesa non sono mancati molti momenti cruciali come questo, in cui si è fatto un passo avanti lasciando il cuore del messaggio evangelico inalterato, senza perdere qualcosa della sua autenticità più profonda, ma semplicemente liberandolo da un involucro culturale sclerotizzato e anacronistico, per scavare ancor più in profondità. Non abbiamo bisogno di meno Vangelo, ma di più Vangelo. Benedetto da Norcia o Francesco d'Assisi non hanno impoverito il Cristianesimo, ma non si può certo dire che il loro carisma abbia lasciato la Chiesa com'era prima. Non di rado, il Magistero ha cercato di mantenere fermo il più possibile un approccio alla storia come se fosse Vangelo, fino a che, a un certo punto, molti irrigidimenti si sono rapidamente sciolti, tanto da accogliere disinvoltamente, come se fosse una ovvietà, quello che prima si era negato.
Provo a segnalare alcuni esempi, tra loro molto diversi, che non hanno bisogno di grandi commenti:
- «La Chiesa… fermamente crede, professa e annunzia che non può diventare partecipe della vita eterna alcuno che sia fuori della Chiesa cattolica, quindi non solo i pagani ma neppure i Giudei o gli eretici o gli scismatici; ma che andranno nel fuoco eterno, se prima della fine della vita non saranno aggregati alla medesima Chiesa… Nessuno si può salvare, anche se avesse fatto elemosine di ogni specie, anche se avesse versato il sangue per il nome di Cristo, se non perdura nel seno e nell'unità della Chiesa cattolica»
(Concilio di Firenze, 1442, Dichiarazione dogmatica per i Giacobiti)
- «La schiavitù in sé, considerata nella sua natura essenziale, non è affatto contraria alla legge naturale e divina, e vi possono giusti titoli di schiavitù esposti da teologi approvati e commentatori dei sacri canoni. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo sia venduto, comperato, scambiato e regalato»
(S. Uffizio, Istruzione 1293, del 20 giugno 1866) 
Aggiungo sommessamente che la cosiddetta Proclamazione dell'Emancipazione, che liberò gli schiavi, negli Stati dell'Unione risale al 1863 (!) e che Abramo Lincoln viene assassinato il 15 aprile 1865.
- «Non si conceda mai la parola alle Signore benché rispettabili e pie. Se alcuna volta i vescovi crederanno opportuno di permettere un’adunanza di sole signore, queste parleranno sotto la presidenza e la sorveglianza di gravi persone ecclesiastiche» (Circolare del card. Merry del Val, segreterio di Stato di Pio X, del 28 luglio 1904). Eppure, di lì a poco, Maria Cristina Giustiniani Bandini fonderà l'Unione fra le donne cattoliche d’Italia (1909) e subito dopo la prima guerra mondiale Benedetto XV incaricherà della «formazione religiosa, intellettuale, morale e sociale della giovane» Armida Barelli, che sarà presidente della Gioventù Femminile di AC dal 1919 al 1946.
- Nel 1949 Carlo Carretto pubblica Famiglia, piccola Chiesa, che divenne subito un «libro-bomba» secondo l'autore. Il card. Siri scrisse: «Sono terribilmente preoccupato a causa del libro di Carretto "Famiglia piccola Chiesa". Più lo leggo e più mi convinco che è una cosa grave… Dove se ne va tutta la tradizione cristiana in proposito? Per me il peggio sta che  si inaugura un metodo, uno stile ed una leggerezza, la quale spezza addirittura una diga. Noi dobbiamo starcene fermi?». E infatti il libro venne ritirato e ricomparve in una edizione "emendata" solo nel 1964! 
Inutile ricordare che il Concilio parlerà di lì a poco della famiglia come «Chiesa domestica» (Lumen Gentium, 11).
Papa Francesco, nella sua straordinaria saggezza, ha attivato un vero cammino sinodale, prevedendo che dopo questo Sinodo straordinario sulla famiglia si terrà nel 2015 un Sinodo ordinario, per tradurre in linee pastorali concrete il lavoro svolto. La Chiesa è in cammino, questa la vera notizia. Chi nervosamente invoca fedeltà alla Tradizione non dovrebbe dimenticare la storia.