martedì 18 novembre 2014

Novembre, le radici e la memoria

Novembre, il mese dei morti. Per la cronaca nera, invece, è sempre il mese dei morti. Il sangue è ormai diventato un compagno inseparabile dei nostri giorni, un ingrediente avvelenato che ci sta facendo precipitare in una spirale analoga a quella della tossicodipendenza: per emozionarci si deve aumentare costantemente la dose. Alla fine di questa china, s'intravede uno stato di anestesia collettiva delle emozioni e dei sentimenti: una società apatica, assediata da una violenza astutamente gestita da un sistema massmediatico ammalato di necrofilia. 
Sullo sfondo, sempre più sfocate, restano le domande vere, che ci fanno più paura: che ne è di tutti questi morti? C'è ancora un luogo della memoria, che non troverà mai posto in un microchip, in cui si raccoglie il corteo interminabile di tutte le vite spezzate - più o meno presto, ma pur sempre spezzate - dalle quali la nostra vita in bilico dovrebbe lasciarsi ammaestrare, nel bene come nel male?
Più vado avanti negli anni, più affiorano nitidi i miei ricordi del "mese dei morti": per me, già pendolare fin dalla scuola media, novembre era il mese in cui ci si alzava un'ora prima per andare alla "messa dei morti". Mi affacciavo fuori di casa, alle cinque e mezza: nelle vie del paese il buio profondo, spesso ancora abitato da una nebbia gelida e leggera che cominciava a levarsi, in cui galleggiavano gli esili globi di una povera illuminazione pubblica, si popolava in modo enigmatico e surreale di presenze imbacuccate e silenti. Era la gente di campagna che andava a messa e poteva rubare solo al sonno le prime ore di una giornata sempre stentata e faticosa. Uomini e donne che scaldavano invano con il loro fiato una chiesa gelida ma palpitante di candele. Una messa in latino al quale rispondeva all'unisono la voce di tutti, in una coralità ogni volta sorprendente e misteriosa. "Dal tuo stellato soglio": il canto che si levava alla fine, solenne e immancabile, mi accompagnava fino a casa, mentre con mia madre accendevamo il fuoco e si aspettava l'arrivo puntuale, alle 7, del lattaio che scodellava dal suo secchio di alluminio una ciotola di latte tiepido sulla nostra lattiera ammaccata.
La messa dei morti era un rito e insieme un atto di memoria collettiva: quella gente che si faceva mezz'ora di strada a piedi, con la dignità elementare di chi vuole compiere un gesto libero e irrinunciabile, mi dava a pensare.
I morti erano un'eredità preziosa, da custodire e onorare come un sacrario, attorno al quale la famiglia teneva fede alla propria storia e alimentava la fiamma della propria identità.
Oggi le nostre case sono piene di computer, smartphone, tablet, il cui primato si misura in termini di gigabyte. Un magazzino debordante di musica e foto digitali che esibiamo come un patetico trofeo e che ci offrono, in cambio, un alibi di ferro per dimenticare.
Non riusciamo a imprigionare, però, dentro questo cimitero di macchinette in cui si stanno riducendo le nostre case, quella domanda che i contadini si portavano appresso ogni mattina, insieme alle scarpe buone, da indossare alle porte del paese: Che ne è dei nostri morti? Che ne sarà della nostra morte?
Domande antiche: troppo grandi per i nostri gigabyte e che oggi ci fanno più paura, mentre il sole tramonta inutilmente, giorno dopo giorno, sulla nostra fretta dannata.

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