martedì 30 dicembre 2014

Il prezzo della comunione



«Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: "È lecito o no guarire di sabato?". Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: "Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?"» (Lc 14,3-5).

Vorrei ripartire da qui per riprendere la riflessione avviata nell'ultimo post, spostandola - come avevo promesso - sulla  questione più importante da cui i cristiani debbono oggi lasciarsi interpellare profondamente, cercando di resistere alla tentazione di inseguire le "vedove" di questo o quel papa che ha preceduto Francesco.
La vera questione - a mio giudizio - intorno alla quale dobbiamo interrogarci, assumendola come cruciale per vivere questo tempo di straordinaria sinodalità, ci riporta al cuore del Concilio e riguarda essenzialmente il rapporto tra fede e storia; anzi, per dirlo in modo meno astratto, la postura fondamentale del credente dinanzi alla storia.
Il mio post su Messori ha suscitato un interesse molto vasto, accendendo un dibattito interessante e meritevole di attenzione. Ringrazio tutti coloro che vi hanno partecipato, in spirito di fraterno e costruttivo discernimento. La maggior parte delle risposte che mi sono giunte mi confermano tuttavia in questa convinzione: non sappiamo più coniugare il cristianesimo dell'incontro con il cristianesimo della dottrina
Questa tensione viene da lontano e nel corso dei secoli ha assunto varie denominazioni: fides quae creditur (le verità  della fede) e fides qua creditur (l'atteggiamento che è alla base del credere); kerygma (l'annuncio della buona Notizia) e didaché (l'insieme delle dottrine morali per la comunità). E ancora: nell'Antico Testamento la tensione tra l'Alleanza e i Comandamenti, nel Nuovo la tensione tra Legge e Grazia. Oggi mi pare di poter dire che viviamo queste polarità soprattutto nella forma di un'antinomia fra l'incontro e la dottrina. Molte delle resistenze oneste e in buona fede contro Francesco nascono su questo terreno; non metto nell'elenco, invece, chi aveva un conto sospetto allo Ior e se l'è visto chiudere, né gli uomini di Chiesa che pensavano di potersi considerare a vita dei privilegiati né tantomeno chi era convinto di avere uno sconto e una protezione "a prescindere" per una  condotta semplicemente indecente…
I teorici di un cristianesimo della dottrina si sentono destabilizzati dai comportamenti di papa Francesco: il cristianesimo è una "cittadella della verità" e non bisogna avere paura se è una cittadella assediata. Svendere le proprie verità per liberarsi dall'assedio sarebbe un suicidio: significherebbe aprire le porte della cittadella e lasciarsi invadere da orde di barbari relativisti. Meglio avere il nemico fuori che dentro: senza un'identità che cosa resta della fede?
I teorici di un cristianesimo dell'incontro, che vedono in Francesco l'interprete più autorevole ed esemplare, ritengono invece che il vangelo sia primariamente non una filosofia o un'etica, ma una buona Notizia che salva - il suo incontro con noi, il nostro incontro con Lui - dalla quale nessuno può essere a priori ritenuto troppo lontano: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La paura è la vera nemica della fede: le porte della cittadella vanno spalancate per uscire, potrebbe essere che Cristo bussi da dentro perché tenuto prigioniero da una Chiesa autoreferenziale.
Inutile dire che siamo in presenza di tensioni polari, non dialettiche: non si tratta infatti di un aut aut, ma di un et et.
Un cristianesimo dottrinario può trasformare la Chiesa in una agenzia inamidata ed apatica, irrigidita custode di alcuni valori etici (soprattutto la vita) e intenta a lustrare la propria cristalleria, mentre getta uno sguardo paternalistico e distaccato sulla storia (salvo poi godere dei privilegi ad essa di volta in volta riservati dai poteri che approfittano dei suoi silenzi e delle sue complicità). 
Un cristianesimo dell'incontro, al contrario, è una ONG della solidarietà (come ha denunciato papa Francesco, tra i suoi primi interventi): tende a diventare semplicemente una "croce rossa sociale", mette al primo piano i valori della giustizia sociale e della pace, glissando sugli altri; non si capisce bene se crede davvero nei novissimi, ma nel frattempo è sempre rumorosamente in primo piano in tutte le emergenze.
Se il cristianesimo ha una storia (e credo sia difficile negarlo), i passaggi più creativi e generativi di questa storia sono stati quelli in cui si è cercato di fare sintesi fra i due aspetti, anziché giustapporli in modo estrinseco, fino ad oscillare vistosamente fra l'uno e l'altro. Oggi siamo arrivati a questo bivio: anziché dividerci fra incontro e dottrina (che è un alibi per rimanere rintanati nei nostri salotti), abbiamo bisogno di elaborare una vera sintesi: alta e profetica, non equilibristica e superficiale. Ricordando che la verità della fede è l'Incontro, che l'alleanza precede i comandamenti, che la dottrina è la memoria codificata e  perfettibile - che si trasforma in insegnamento essenziale - dell'incontro con Lui e con i fratelli, nella Chiesa, in comunione con Pietro. 
Al di là della sua storia personale e della sua persona, papa Francesco ci richiama oggi a questa sfida: ritrovare dentro l'incontro la dottrina, senza illudersi che la sua ripetizione meccanica possa supplire a un incontro che non c'è.
Il  testo di Luca (come gli analoghi passaggi di Mc 3,4 e di Gv 5,10) ci aiuta: bisogna andare oltre il dibattito casistico sul riposo sabbatico (che in alcuni casi non contemplava il caso di idropisia, in altri nemmeno la possibilità di salvare una bestia o una persona caduta in uno stagno); quando la dottrina diventa la copertura ideologica del potere, finisce per dimenticare la persona, fino ad uccidere il Maestro!
In questo anno sinodale alcuni interventi stonati (o non del tutto intonati) a volte sono apparsi come un avvertimento: il prezzo della comunione ecclesiale è lo svuotamento del Sinodo, il suo ridurlo ad evento simbolico e celebrativo. Un papa sul quale pesa il sospetto di una pastoralità generosa ma di una debolezza dottrinale rientra bene in questo disegno: a maggior ragione si deve rivendicare l'intangibilità delle norme, in cambio della stabilità della comunione.
A chi è caduto in un pozzo e non riesce a risalire basterà gridare - dall'alto - la verità, alzando la voce. Alla fine sentirà anche lui.

1 commento:

  1. Commento di Leonardo Lugaresi:
    La sintesi tra l'incontro e la dottrina - a me pare - non dobbiamo farla noi: c'è già, perché l'incontro con Cristo è di per sé stesso il giudizio su tutta la nostra vita e su tutta la realtà del mondo. Certo, non è un giudizio nostro, nel senso che provenga da noi (questo è il solo senso possibile del "chi sono io per giudicare?"); diventa nostro solo in quanto ci sforziamo di apprenderlo e di metterlo in pratica (questa è la dottrina: un giudizio che illumina, purifica e salva ogni aspetto della vita). Ma senza giudizio non c'è vero incontro.
    Credo che una delle peggiori adulterazioni del linguaggio che oggi subiamo sia quella che ha compromesso l'intelligenza della parola “giudizio”: per il cristiano è una parola bellissima, la più lieta che ci sia, appunto perché il giudizio è la porta della salvezza, ma oggi moltissimi (anche fra i cristiani) identificano giudizio e condanna. Invece anche la misericordia è un giudizio. O non è. Da questo punto di vista, il discorso che si sente fare oggi da alcuni (la dottrina non cambia, ma la pastorale è un’altra cosa) a me pare molto ambiguo e pericoloso: dottrina e pastorale non si possono separare.

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