sabato 10 gennaio 2015

Le vittime e i carnefici

Nei giorni dello sgomento e del dolore non dobbiamo  perdere il più elementare senso di umanità; se possibile, dobbiamo accrescerlo. È parte del senso di umanità tenere insieme la misericordia del cuore e la lucidità dell'intelligenza. All'origine del sangue versato in questi giorni a Parigi - e più ancora della strage in Nigeria (di cui non abbiamo un fotogramma!), provocata dall'organizzazione terroristica Boko Haram - è un'ideologia delirante, fondata su una contrapposizione ottenebrata e tribale fra amico e nemico, che continua a tallonarci - dal buio della preistoria fino ad oggi - come un'ombra oscura, come un parassita infido ed endemico di cui non riusciamo a liberarci. 
Senza accorgercene, se però reagiamo schematizzando, generalizzando, demonizzando, secondo lo stereotipo "noi e loro", cadiamo anche noi nella logica infernale dell'"amico-nemico", accettando involontariamente alcuni presupposti ideologici del terrorismoTerrorista, infatti, è chi usa il terrore come arma politica per radicalizzare gli scenari e scavare un solco tra appartenenze diverse, nella speranza che molti che si trovano in mezzo, alla fine, sentano il "richiamo della foresta" e facciano una scelta di campo che, in uno scenario più complesso, non farebbero mai.
La complessità ci spaventa, soprattutto quando è in casa nostra; uno scenario semplificato ci tranquillizza, soprattutto quando è fortificato dai miti della superiorità morale e delle sicurezze blindate, che i politici senza idee e senza progetti cavalcano spudoratamente. Per questo dobbiamo resistere con tutte le nostre forze a queste tentazioni regressive.
Si può condannare "senza se e senza ma" - sia ben chiaro - la follia omicida, senza necessariamente essere costretti ad approvare tutte le vignette di "Charlie Hebdo"; alcune, francamente, abbastanza volgari. Non è necessario ricordare Voltaire per poter dire: il tuo diritto non dipende dal mio consenso; hai diritto a dire cose che non condivido, ed io debbo essere pronto a difendere quel diritto, anche se in qualche caso non se ne fa l'uso migliore. Al limite, se ne potrebbe anche discutere, ma la tua vita no, la tua vita non potrà mai e poi mai essere messa sul piatto della bilancia.
Per questo motivo, possiamo piangere il sangue di tutti, delle vittime e dei loro carnefici, senza che questo c'impedisca di condannare il colpevole e stare dalla parte dell'innocente.
Non credo perciò che la nostra coscienza possa sentirsi a posto buttando in una fossa comune i corpi dei terroristi e facendo un bel respiro di sollievo. Anche loro hanno un volto e una storia: biografie ferite, scelte incomprensibili, azioni atroci. Per piangere la fine di qualcuno non è necessario assolverlo, né cercare attenuanti. Il credente qui tocca con mano l'infinito di Dio: a lui soltanto spetta l'ultimo giudizio, senza che le istituzioni pubbliche rinuncino a emettere quello penultimo. 
I due fratelli Kouachi (Said, 34 anni e Cherif, 32 anni) sono nati e cresciuti  in Francia, rimasti prestissimo orfani dei genitori, immigrati algerini, e dati in affidamento,  a Rennes, in Bretagna, prima di trasferirsi a Parigi. La vita sbandata della banlieue, piccoli furti, spaccio. L'incontro con un cattivo maestro, lo jihadista Djamel Beghal, condannato per terrorismo, impegnato a fare proseliti per gli estremisti takfir, una setta della comunità salafita, secondo "Le Monde". In un video amatoriale Chérif dichiara di essersi convertito frequentando la moschea Adda’Wa di rue de Tanger, dove incontra Farid Benyettou, che recluta volontari per la jihad in Iraq e organizza «prediche» a casa sua. Chérif e i suoi amici smettono di bere, s'indignano per le torture di Abu Ghraib, iniziano a mitizzare la morte del martire. 
Amedy Coulibaly, 32 anni, il terzo terrorista che ha assaltato il supermercato kosher, è di origine africana; la moglie,  Hayat Boumediene, ha 26 anni. Pare che nel corso del 2014 la donna abbia scambiato più di 500 sms con la compagna (già fermata) di Said Kouachi: ragazzi e ragazze che frequentavano il parco parigino delle «Buttes-Chaumonts». Per pianificare la morte, non per far fiorire la vita. 
Come non chiederci: Perché? Perché chi nasce nel cuore della civiltà occidentale decide di voltarle le spalle, di sprofondare nel pozzo abissale dell'odio senza quartiere, sognando un martirio al rovescio? 
Bastano un'infanzia sofferta e qualche cattivo maestro per ripudiare in blocco ogni consorzio civile e mettere il carnefice al di sopra delle vittime? Che cosa (non) hanno offerto a questi ragazzi votati alla morte le nostre città gonfie di tutto e piene di niente? 
Dinanzi alle salme delle vittime dobbiamo piangere le loro vite innocenti, spezzate in modo così assurdo; senza perdere il senso della pietà, dinanzi alle salme dei carnefici possiamo certamente tener fermi i punti esclamativi della giustizia, ma aggiungervi - forse - anche qualche punto interrogativo in più.

1 commento:

  1. Anche questa volta sei stato chiaro ed eloquente nell'analisi degli eventi Parigini.Potevi spendere anche qualcosa in più nelle stragi che stanno avvenendo in Africa e sopratutto in Nigeria,contro gente inerme,solo perché di religione diversa da quella islamica.Possibile che gli Stati Occidentali e quelli che sono preposti alla Pace fra i Popoli del mondo,non si mobilitino adeguatamente,per evitare che queste bande di Fanatici continuino a fare stragi di innocenti??

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