domenica 1 febbraio 2015

Mattarella Presidente: la colomba e i galli

Sergio Mattarella è il nuovo Presidente della Repubblica Italiana. A mio avviso, una scelta straordinariamente positiva ed esemplare per il Paese, quindi per quella complessa macchina dello Stato e per quel delicato equilibrio democratico finalizzati unicamente al servizio del bene comune. Il Presidente della Repubblica dev'essere un arbitro leale nel gioco politico, un garante credibile della Carta costituzionale (soprattutto in una fase cruciale del suo ammodernamento) e, come ha aggiunto oggi su Repubblica Eugenio Scalfari, deve avere "una funzione paternale di tutela dei deboli, dei poveri, degli esclusi e delle minoranze culturali e politiche".
Dopo un lunga traversata nel deserto della recessione, il Paese sembra avere voglia di rimettersi in cammino, e alcuni indizi fanno ben sperare. Il Presidente Napolitano ha gestito con energica autorevolezza una fase difficilissima, garantendo una transizione pacifica oltre il ventennio berlusconiano. La storia gli renderà onore, il Paese deve serbargli gratitudine.
Mattarella potrà essere il Presidente di un Paese che prova a rialzarsi in piedi, in uno scenario segnato per molti versi dalle macerie di un vero dopoguerra; con qualche differenza, però rispetto agli anni '50: il tessuto sociale è più sfilacciato e incattivito; la classe dirigente complessivamente mediocre; i valori fondamentali della vita civile ormai diluiti (se non addirittura sbeffeggiati) in un radicalismo individualista; le agenzie formative tradizionali (scuola e famiglia, soprattutto) in profonda crisi d'identità; lo scenario europeo assomiglia più a un tramonto che un'alba; il processo delle riforme è ancora in larga misura incompleto.
Eppure, nel momento cruciale, lo stesso Parlamento che due anni fa dovette riappellarsi a Napolitano è riuscito a scegliere. Rapidamente e bene. Anche se in questa fase, molto probabilmente, non è stato secondario il contributo di Napolitano, di certo il ruolo di Matteo Renzi è stato cruciale. "L'uomo del Selfie - ha scritto Damilano - fa eleggere l'uomo senza immagini". In effetti, al Quirinale avremo l'anti-Renzi e la cosa non guasta. 
È difficile fare un bilancio dei primi mesi di Renzi al governo e al partito. Certamente, c'è stata una ventata di novità, guidata da un protagonismo al limite dell'incoscienza; chi adesso strilla nel suo partito, per anni è stato complice inerte di una asfissiante colonizzazione di tutti i gangli dello Stato, da cui un parassitismo corporativo ha succhiato e dissipato le energie migliori. Nè il patto con Forza Italia per le riforme dovrebbe scandalizzare più di tanto, a meno che non si esprima uno sdegno analogo (se non più forte) per l'alleanza di governo fra destra e sinistra in Grecia. Su Renzi dovrebbero pesare altre ombre: anche l'aver liquidato in modo machiavellico Enrico Letta, preferendogli poi la Mogherini come Alto rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, forse addirittura contro gli altri governi. Certamente un'occasione mancata per compiere un gesto da vero statista. Pesa ancora di più, fra le altre cose, l'interpretazione "leggera", al limite del dilettantismo, del semestre europeo, che ha fatto perdere un'occasione storica per porre con forza sul tappeto il problema di un salto di qualità verso una vera unione politica, unico modo per superare - concretamente e non a parole - il dominio dei burocrati e dei ragionieri.
Ma Renzi che propone - o forse semplicemente accetta - Mattarella è un grandissimo atto di coraggio e di intelligenza politica. La saggezza e l'energia, la lungimiranza e la frenesia, l'equilibrio e l'ambizione possono fare - insieme - grandi cose.
È il coraggio che non ha avuto Forza Italia, mai riuscita ad esprimere una candidatura accettabile per la Presidenza della Repubblica, da decenni alla ricerca solo di una figura capace di chiudere gli occhi e promettere atti di grazia.
È il coraggio mancato al Movimento 5 Stelle, nonostante ora giudichi Mattarella migliore di Prodi, accontentandosi di vivere questo passaggio in modo del tutto autoreferenziale e addirittura giudicandolo come una "discreta vittoria". Il problema è che si doveva eleggere il Presidente della Repubblica Italiana, non fare il congresso del Movimento.
Una riflessione severa merita poi il mondo dell'informazione. "Non abbiamo immagini": così inizia l'ottima analisi di Marco Damilano (L'Invisibile custode), che riporta passaggi illuminanti di Sergio Mattarella al congresso della Dc del 1984. Ma allora sorge una domanda inquietante: com'è possibile che il mondo dell'informazione invochi sempre, nei momenti topici, personalità alte e integerrime come quella di Mattarella, che tuttavia ignora sistematicamente, sceneggiando insopportabili Talk-show sempre con i soliti noti? È possibile ridurre il dibattito politico a un pollaio di galletti da combattimento boriosi e inconsistenti, senza portare mai telecamere e microfoni, in modo più intelligente e responsabile, nei luoghi della cultura e della società civile, dove ci sono colombe ferme nel proprio nido, in attesa che qualcuno se ne accorga e chieda loro di spiccare il volo?
L'ultima osservazione riguarda il profilo cattolico del nuovo Presidente della Repubblica (come, del resto, del Presidente del Consiglio) e il contesto più generale in cui si colloca la loro presenza sulla scena politica, nell'epoca di papa Francesco. Il Paese è attraversato da pulsioni laiciste che vorrebbero privatizzare il cristianesimo, riducendolo a una nobile galleria d'arte, fatta solo di pietre e di dipinti. Eppure, nei momenti più difficili, quando si ha davvero bisogno di moralità pubblica, ci si accorge che essa non sempre abita nei salotti televisi e in altri analoghi luoghi del nulla. Si potrebbero ricordare le parole di Dante Alighieri:  «Bonus homo et civis bonus convertuntur» (De Monarchia). Il bene personale di cui si è capaci, quand'è autentico, fa sempre bene anche alla civitas.
In questa ambivalenza è implicita una sfida formidabile per i cattolici, a livello individuale e organizzato. La sfida riguarda in particolare anche l'Azione Cattolica Italiana, che finalmente ritrova, dopo decenni di sospetti ingenerosi, un nuovo riconoscimento - a livello ecclesiale, sociale e politico - da tradurre però in una nuova progettualità. Se in questo momento si mancasse di profezia e di coraggio, non ci sarebbero davvero più alibi.



«Moralità significa uno sforzo intenso e particolare contro la corruzione. Moralità significa, in alcune zone del Paese ma ormai in tutto il Paese, una lotta intensa, seria, autenticamente rigorosa, nei confronti della mafia, della camorra e di tutte le altre forme di criminalità organizzata. Significa avere una continua attenzione per evitare che si ripetano infiltrazioni o presenze e inquinamenti come quella che ci ha dolorosamente colpiti e preoccupati e inquieti, la scoperta delle trame della loggia P2». Ma la questione morale, come già avvertiva Berlinguer, non è solo lotta alla corruzione e alla mafia: «Significa avere rispetto della articolazione della società, liberando e risparmiando spazi da una eccessiva presenza del pubblico e della politica. Significa che alla frammentazione del Paese non si dà soltanto una pur necessaria risposta istituzionale ma anche una risposta di linea politica, far rivivere nel nostro Paese un più intenso, più completo, più vasto senso della convivenza, del pubblico interesse, dell'interesse generale: il bene comune».
(Sergio Mattarella, Intervento al XVI congresso della Dc,  28 febbraio 1984)

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