sabato 28 marzo 2015

I conflitti religiosi nella scena pubblica

Il volume, che inaugura un nuovo ciclo tematico promosso dal “Centro di Studi Agostiniani”, cerca di intercettare il pensiero di Agostino intorno alla complessa linea di frontiera che attraversa interiorità ed esteriorità, il diritto a professare la fede in cui si crede e il mantenimento della pace in una civitas che non può pretendere di relativizzare le religioni, ghettizzandole in un pantheon di culti territoriali, al di sopra dei quali il potere politico continui a celebrare indisturbato la propria egemonia imperialistica. Tale interesse è rivolto, prima di tutto, a studiare le risposte che Agostino ha elaborato concretamente, come vescovo di Ippona, alle sfide formidabili del suo tempo, quando si è interrogato sulle radici dei conflitti religiosi e sulla possibilità di elaborare un metodo per loro composizione: con un occhio all’identità più propria del fatto religioso, nell’incrocio di verità rivelata e adesione personale (fides quae creditur e fides qua creditur), e un occhio alla qualità della testimonianza comunitaria, rispetto alla quale si disegna il perimetro di una legittima vigilanza della politica. Nello stesso tempo, una rilettura di Agostino a partire da quest’angolo visuale, condotta con un vigile senso della distanza storica e senza attualizzazioni anacronistiche, può aiutare anche noi ad assumere uno sguardo più saggio e lungimirante sui nuovi scenari che oggi si vanno delineando nella società post-secolare, mettendone a fuoco le potenzialità inespresse e gli equivoci irrisolti.
La prima parte del volume rilegge in questa prospettiva il quadro dei rapporti di Agostino con il manicheismo; rapporti difficili, che vanno oltre la sofferta biografia del giovane uditore della setta, destinato a trasformarsi ben presto in uno dei suoi critici più implacabili, ma anche in un testimone diretto e in una fonte che ci ha lasciato documenti preziosi. Partendo dal clima teoretico del Contra Fortunatum e del Contra Felicem, dove Agostino e i suoi interlocutori manichei interpretano due mondo abissalmente diversi, Aldo Magris ricostruisce, con ricchezza straordinaria di documentazione, le fonti del manicheismo al tempo di Agostino, scavando nella formazione di Mani e indicandone le radici più profonde nel giudeocristianesimo più che nella religione iranica. Antonio Pieretti ripercorre invece il vissuto autobiografico del giovane Ipponate, s’interroga sulla genesi delle prime domande intorno all’enigma del male, analizzando quindi la sua lunga e fervida stagione manichea come uditore, fino alla prime disillusioni, che preparano la svolta della conversione.
Seguono alcuni approfondimenti specifici: Alessandra Pierini esamina il quadro delle argomentazioni antimanichee di Agostino, articolate sul piano razionale, scritturistico ed etico; Maurizio Di Silva individua nell’identità di male e nulla una mossa teorica decisiva anche nella declinazione morale della teodicea agostiniana; Alberto Romele mostra come il problema del male si configuri prima di tutto in Agostino e Ricoeur come questione di ermeneutica testuale, anche se i due autori seguono alla fine vie diametralmente opposte.
La seconda parte riapre il dossier della dolorosa polemica con i seguaci di Donato, esplorandone un momento cruciale nella conferenza di Cartagine del 410 tra cattolici e donatisti, che ci mostra il vescovo della Chiesa d’Ippona all’opera su una questione delicata e complessa, per i risvolti teologici, ecclesiologici, pastorali, ma anche culturali, sociali e politici. Nello Cipriani sottolinea la complessità dello scisma donatista, tra teologia e politica, e ne ripercorre le diverse fasi di sviluppo, nell’alternarsi di esercizi di dialogo, inasprimenti conflittuali e interventi repressivi, offrendo un’analisi puntuale dell’atteggiamento di Agostino e della sua graduale evoluzione. Eugenio Cavallari si concentra sulla conferenza di Cartagine, di cui esamina la complessità organizzativa e procedurale, saggiamente gestita dal tribuno Marcellino, e le più ampie implicazioni giuridico-politiche. Nella controversia antidonatista si assiste, secondo Antonio Lombardi, a uno scontro tra due ecclesiologie: da un lato, la visione donatista di una Chiesa storica che qui in terra è già santa come lo sarà nel compimento escatologico; dall’altro, la visione agostiniana di una Ecclesia permixta, che privilegia realisticamente una comunione dinamica e imperfetta, nella sua composita concretezza storica, in tensione tra il già e il non ancora. Elena Zocca, infine, cerca di delineare il profilo dell’identità cristiana, vero punto nodale della questione, nell’omiletica donatista; un’identità che non sembra discostarsi troppo dalla sua rappresentazione di parte cattolica e che in ogni caso sembra concorrere, nel lungo e defatigante confronto, a plasmare un’identità nuova e più forte, capace di sostenere la sfida del cambiamento e rimanere se stessa pur nella trasformazione.
Attraverso l’esame approfondito di due prospettive conflittuali – così diverse e insieme così interconnesse – è possibile cogliere la riflessione di Agostino nella delicata fase genetica del suo costituirsi e nella sua ardua verifica pratica, sullo sfondo di una società attraversata da spinte disgregatrici e da pulsioni tribalistiche, abbandonata a se stessa da una politica inerme, rassegnata a gestire il disordine senza un progetto di ordine credibile e condiviso. In questa situazione la comunità cristiana sperimenta una delle prove più difficili, dovendo impegnarsi in un certo senso su un doppio fronte: il fronte esterno del rapporto con il potere, che ormai rischiava di diventare troppo stretto e strumentale dopo i secoli duri della persecuzione; il fronte interno di una protezione dell’identità cristiana rispetto alle tentazioni opposte del sincretismo e del fondamentalismo, salvaguardando una tensione irrinunciabile e feconda tra fedeltà e dialogo.

L. Alici (ed.),  I conflitti religiosi nella scena pubblica. I. Agostino a confronto con manichei e donatisti, Città Nuova, Roma 2015, pp. 300.
 
Indice
L. Alici, Introduzione
 Parte Prima – Agostino e il manicheismo
 - Aldo Magris, Il manicheismo al tempo di Agostino

- Antonio Pieretti, Agostino e l’origine del male
- Alessandra Pierini, Agostino e l’impegno nella lotta contro il male
- Maurizio F. Di Silva, Agostino e il problema del negativo. Pluralità e unità dell'identità di male e nulla

- Alberto Romele, L’ermeneutica del male tra Agostino e Ricœur
 Parte seconda – Agostino e i donatisti
 - Nello Cipriani, Lo scisma donatista, un conflitto tra teologia e politica
- Eugenio Cavallari, Agostino e la conferenza di Cartagine
- Antonio Lombardi, L’ecclesiologia di Sant’Agostino nella polemica donatista
- Elena Zocca, L’identità cristiana nell’omiletica donatista

sabato 14 marzo 2015

65 anni di gratitudine

21 settembre 1952: la prima mascherata
Sessantacinque volte primavera: gli stessi mandorli, ora più radi e malandati, che non hanno mai rinunciato a ricordare all'inverno di avere ormai i giorni contati… Metafora ricorrente e consolante della fragilità della speranza, che rischia sempre di non farcela se vuole annunciare il futuro…

Sessantacinque volte estate: la fine della scuola, il sollievo e la noia… Pomeriggi assolati in un paese deserto, che si ripopolava, la sera, di vecchi e bambini. Lo stridio assordante delle rondini, sempre uguale e sempre diverso. La bicicletta e i bagni a Tenna, il nostro fiume dei poveri…


Sessantacinque volte autunno: il passaggio delle greggi che lasciavano i monti, verso il mare… La ripresa della scuola, il senso della vita che volta pagina, le foglie secche dei tigli e degli ippocastani che crepitavano lievi sotto i nostri piedi…

Sessantacinque volte inverno: svegliarsi in un magico silenzio bianco… Il fuoco sempre acceso, le candele a portata di mano. L'attesa del Natale, gli scatoloni del presepe da cui risorgevano a nuova vita sempre le stesse statuine di gesso…

Nessuno mi ha chiesto se avrei voluto sperimentare tutto questo, sessantacinque volte. Non sono stato mai ammesso, per fortuna, a negoziare la vita: non avrei potuto farlo, nessuno lo potrebbe mai fare, dal buio del nulla. Prima di essere concepito, miliardi di anni prima che comparisse una presenza umana sulla terra, io ero un pensiero sospeso, una promessa di vita riconosciuta e chiamata per nome nel grembo infinito dell'Amore. Poi, al tempo giusto, si è accesa l'esistenza, è cominciato tutto: l'affetto dei genitori, la pazienza degli insegnanti; il gusto infondibile di un latte caldo o di un gelato al cioccolato; la potenza di un temporale e la brezza di maggio, che ti fa venire quella voglia struggente di essere e di fare tutto… Ma anche l'angoscia di una povertà che assillava i nostri giorni, la malattia dei genitori, tante morti strazianti - spesso atrocemente premature - tra le mie braccia… Ma anche un amore inatteso, che ti cambia da cima a fondo, in cui piacere e fedeltà, pazienza e stupore vanno sempre insieme. E poi i figli che nascono, portando con sé il messaggio inaudito che anche loro saranno per sempre… Il tran tran della vecchia corriera per Fermo, l'angoscia per la scuola e la meraviglia per il sapere. Gli anni dell'università, la fortuna di trovarti su una strada in cui passione e professione non sono mai troppo distanti.  E poi il primo nipote, che ti fissa e ti sorride senza conoscere ancora nulla di questa storia passata e della sua storia futura…

21 novembre 2012: sempre in maschera…

Un non essere non si può mettere a tavolino e disegnare la propria vita: non solo non ne sarebbe capace, ma non avrebbe la fantasia d'immaginarla, la potenza di crearla, la generosità di affidarla. Se qualcuno avesse potuto anticiparmi il dono inaudito e immeritato che mi sarebbe stato fatto, sussurrandolo all'orecchio ancora informe dei primi mesi nel grembo materno, quale sarebbe stata la mia esultante sorpresa! Immaginiamo poi di essere posti davanti a un bivio: da un lato una ottusa ma lineare progressione biologica, senza scossoni e senza brividi; dall'altro la libertà di dire sì al bene e no al male, con la possibilità di amare ed essere amato, di aiutare ed essere aiutato, di assistere ed essere assistito, anche se con il rischio inevitabile di sbagliare, di farmi e fare del male. Chi mai avrebbe potuto esitare? Come si può esitare tra l'essere e il non essere, tra la vita e il nulla?

Quando infine, a un certo punto, ci accorgiamo che sulla bilancia del nostro tempo il piatto del passato è ormai quello più pieno e più ricco, e i ricordi dei primi anni di vita acquistano una nitidezza inconfondibile e stupefacente, allora la forza dei sogni e l'architettura dei progetti non vengono meno, ma diventano più sobri ed essenziali. Lo sguardo sul futuro si semplifica, il gusto dei giorni che passano si può assaporare in modo sempre più saggio e più profondo. Ma il messaggio più straordinario - purtroppo quello che dimentichiamo più spesso - è che gli anni della vita non sono nostri, stanno tutti dentro un grande Dono, che non potremo mai meritare fino in fondo. Anche se non avessimo un rammarico cocente per gli sbagli madornali compiuti (ma chi non ne ha?), riusciremmo forse a metterci in pari con il miracolo dell'essere da cui siamo stati beneficati? Il gusto che proviamo mangiando la prima ciliegia non può pretendere di trasformarsi nell'esistenza delle ciliegie; il piacere dell'abbraccio con la persona amata è infinitamente superato dall'esistenza di persone capaci di amare. Tutte le nostre buone azioni non riusciranno mai a pareggiare l'evento originario che sta a monte: siamo stati resi - da Altri - capaci di compierle!
Per questo, sessantacinque anni di gratitudine sono la migliore risposta possibile a sessantacinque anni di grazia. Una risposta che auguro a tutti di poter dare, al momento giusto, con umiltà lieve e appagata.