martedì 14 aprile 2015

La "cellula del buon consiglio"


Nell’ultimo volume di una serie interamente dedicata all’etica della cura e che sta ormai assumendo una specifica e organica continuità, concludevo le pagine introduttive con un «forte invito a ripensare profondamente i legami di reciprocità», in nome di «un’etica della responsabilità e della cura che sia all’altezza della nostra comune umanità e alla quale siamo tutti chiamati a offrire la testimonianza insostituibile di un accompagnamento fedele, nell’arduo cammino tra compassione e competenza». In una certa misura, si può dire che questo volume, costruito come i precedenti attraverso il libero confronto dei “Colloqui di etica”, promossi nell’ambito del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Macerata, in collaborazione fra la sezione di Filosofia e Scienze umane, il dottorato di ricerca in Human Sciences e il Centro studi “A. Murri”, comincia proprio nel punto in cui il volume precedente s’interrompeva.
Ora è in gioco la possibilità di mettere alla prova i legami di reciprocità nell’arduo passaggio della deliberazione pratica in situazioni difficili, quando non possiamo permetterci di lasciare compassione e competenza fuori della porta, abbandonando a se stesso chi deve decidere in solitudine, in nome di male intesa responsabilità personale. La questione s’inscrive nella prospettiva più ampia di un’etica della cura riconosciuta e praticata non semplicemente come espressione puramente funzionale di un rapporto tecnico-terapeutico tra medico e paziente, circoscritto a eventi patologici transitori, ma riqualificata soprattutto come forma costituiva e allargata di reciprocità interpersonale, in cui compassione e competenza sono alla ricerca di modalità deliberative mirate e condivise: «La cura è radicata in un incontro rispettoso tra persona e persona, in una essenziale intersoggettività».
………
Nel volume queste implicazioni trovano un nucleo specifico di approfondimento,  riespresso in modo sintetico nella suggestiva espressione ricoeuriana della “cellula del buon consiglio”. Com’è noto, nell’opera Sé come un altro Paul Ricoeur unifica in una trattazione autonoma – quasi una «piccola etica» – una trama di istanze morali che percorrono tutta la sua opera; qui, in particolare, interrogandosi intorno all’identità del soggetto morale, pone a confronto due paradigmi fondamentali: la “prospettiva etica”, che esprime l'impianto teleologico della tradizione aristotelica, incentrata sul valore della vita buona, e la “norma morale”, riconducibile all'impianto deontologico della tradizione kantiana, incentrata sull’universalità e coercizione del dovere.
I due paradigmi non sono alternativi, ma possono essere messi in circolo attraverso la seguente scansione: anzitutto, teorizzando il primato dell'etica sulla morale; in secondo luogo, lasciando che l'etica si sottometta alla prova della norma; infine, ammettendo la possibilità di un rinvio della morale normativa all'etica del fine, in presenza di situazioni insuperabilmente conflittuali, nelle quali la possibilità di elaborare un “giudizio in situazione” chiama in causa una forma di giusta condivisione della deliberazione pratica. «L’arbitrio del giudizio morale in situazione – scrive Ricoeur – è tanto minore quanto più colui che decide – sia esso o no in posizione di legislatore – ha preso consiglio da uomini e donne reputati come i più competenti e i più saggi. La convinzione che suggella la decisione beneficia allora del carattere plurale del dibattito. Il phrónimos non è necessariamente un solo uomo».
Richiamandosi a tale contesto, Ricoeur conia l’espressione di «cellula del buon consiglio» per indicare quella forma di «reciprocità degli insostituibili», attraverso la quale malato, équipe medica e rete familiare sono coinvolti in una decisione difficile, come «un’entità che non è noi e non è egli, bensì una relazione di prossimità al di là dell’aspetto istituzionale». Anche altrove egli riafferma che «la decisione… presa all’interno di una cellula di consiglio» investe il «giudizio morale in situazione», attraverso il quale «la verità consiste nella convenienza del giudizio in situazione. A buon diritto, potremmo parlare di giustezza aggiunta alla giustizia».
Chiamato a commentare il nuovo codice francese di deontologia medica, Ricoeur evoca a questo proposito un «pacte de confidentialité qui engage l’un à regard de l’autre tel patien avec tel médecin». Un vero e proprio patto di cura fondato sulla confidenza s’instaura, quindi, a partire da una dissimmetria riconosciuta tra i due protagonisti, divenendo in questo modo «une sorte d’alliance scellée entre deux personnes contre l’ennemi commun, la maladie»; tale alleanza chiama in causa un giudizio morale vero e proprio, che trova nella promessa la sua espressione esplicita: «L’accord doit son caractère morale à la promesse tacite partagée par les deux protagonistes de remplir fidèlement leurs engagements respectifs. Cette promesse tacite – conclude Ricoeur – est costitutive du statut prudentiel du jugement moral impliqué dans l’acte de langage de la promesse».
Sullo sfondo, sta – sempre in Ricoeur – l’invito a vivere una dialettica ineliminabile tra il socius, cioè colui che viene raggiunto in forma mediata attraverso la sua funzione sociale, e il prossimo, che «è il modo personale in cui io incontro l’altro, al di là di ogni mediazione sociale». L’articolazione del prossimo e del socius esige quindi una interconnessione costante del privato e del pubblico; per un verso, infatti, «il focolare ha intimità solo al riparo di una legalità… È l’astratto a proteggere il concreto, il sociale ad istituire l’intimo»; per altro verso, tuttavia, il venir meno del senso del prossimo dipende soprattutto dall’incapacità di cogliere la profondità dei rapporto interumani, più ancora che dalle carenze delle strutture o dal predominio della tecnica. Per questo, egli aggiunge, «il tema del prossimo opera… la critica permanente del legame sociale: alla misura dell’amore del prossimo, il legame sociale non è mai abbastanza intimo, mai abbastanza vasto».
A partire da queste interessanti suggestioni ricoeuriane si sviluppa il percorso di questo libro. In primo piano è una domanda intorno alle forme della condivisione nella deliberazione pratica, che porta a tematizzare la figura del giudizio morale “in situazione” in rapporto ad eventi di straordinaria complessità e criticità, nei quali può risultare non solo lecito ma addirittura doveroso postulare una rete di reciprocità interpersonale – simmetrica e asimmetrica – che accompagni e renda possibile l’atto del “decidere”, attraverso la responsabilità condivisa del “consigliare”.
Scaturiscono da questo concorso di fattori una serie di interrogativi, che il volume intercetta e sviluppa a livelli diversi: fino a che punto l’atto della deliberazione pratica può essere allargato oltre la cerchia della responsabilità personale, in modo da potersi giovare di una “cellula del buon consiglio”, capace di offrire nella scelta una sorta di sussidiazione senza sostituzione? Come si può disegnare, di conseguenza, il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva? Come cambia, infine, il profilo delle questioni quando si passa dalla rete di cura, nell’orizzonte dei “rapporti corti”, alle modalità più complesse della partecipazione nella sfera pubblica?
……
I diversi interventi rinviano, da angolature diverse, a una medesima questione di fondo che attraversa e unifica tutti i contributi di questo libro, intercettando uno dei nodi cruciali della cultura e del costume del nostro tempo: oltre l’occasionalità più o meno interessata dello “stare insieme” è possibile innalzarsi alla forma umanamente più degna dell’”essere insieme”, come condizione costitutiva e compito inderogabile, solo se il carico di condivisione che l’avverbio evoca non arretra nei momenti più difficili, quando decisioni vitali debbono essere assunte in una penombra fragile e smarrita. Decidere insieme nella notte può essere un modo non solo per aiutare l’altro, ma anche per ritrovare la nostra umanità. Un ammonimento severo, a questo proposito, ci giunge anche dal grande poeta indiano: «Chi non vede il fratello nella notte, nella notte non può vedere se stesso» (Tagore).

Indice


Invito alla lettura
Luigi Alici

parte prima: La deliberazione pratica

La deliberazione pratica tra passato e presente
Antonio Da Re

Ragione dialogica e discernimento morale: contributo del personalismo e dell’ermeneutica a una bioetica della cura. Da Levinas a Ricoeur
Agustín Domingo Moratalla

Deliberazione pratica e natura umana nello Stato costituzionale
Francesco Viola

Etica della comunicazione in rete
Adriano Fabris

 

parte seconda: La rete di cura
La catena della fiducia entro la rete sanitaria
Giuseppe Galli

Il Consulto: tra ricerca di consiglio e trasferimento di responsabilità
Cesare Scandellari

La rete di cura: fiducia e responsabilità. La “cellula del buon consiglio” nelle reti di cura
Mariano Cingolani

Il secondo parere in oncologia: l’importanza di una comunicazione personalizzata
Luciano Latini, Lucia Montesi

Il consenso informato nella pratica clinica
Americo Sbriccoli

La formazione, il dialogo e la cura
Maurizio Mercuri

L. Alici (a cura di),  La “cellula del buon consiglio”. Condividere la deliberazione pratica, a cura di L. Alici, Aracne, Roma 2015,  pp. 135, € 12.

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