giovedì 21 maggio 2015

L'uovo (di Renzi) oggi o la gallina (dell'alternativa) domani?

Non pochi lettori mi hanno fatto notare il lungo silenzio, dovuto a fattori diversi; tra questi, anche il bisogno di capire cosa c'è dietro all'incattivirsi del tessuto sociale e politico del nostro paese. In superficie vediamo una serie di fenomeni sempre più divisivi: ieri era Silvio Berlusconi a dividere gli italiani in guelfi e ghibellini, oggi è Matteo Renzi. Certamente sono possibili - e persino auspicabili - letture diverse del renzismo. Io vorrei provare però a suggerire di andare, se possibile, più in profondità.
Certamente, da un lato, come non essere perplessi dinanzi alla disinvoltura istituzionale del Presidente del Consiglio, che avrà certamente moltissime doti e non pochi meriti, ma fra questi sembra mancare la qualità fondamentale di uno statista: la capacità inclusiva di valorizzare le competenze, mettere insieme le persone, fare squadra, saper ascoltare e dialogare. Il giudizio sul suo operato, però, si attenua se siamo in grado di vedere il grado abissale di paralisi istituzionale in cui era sprofondato il nostro paese: un paese ostaggio di una classe politica che ha spesso usato la libertà (a destra) e la giustizia sociale (a sinistra) come una sorta di ricatto permanente in nome del quale tenere in ostaggio la società italiana, bloccata da serie di veti incrociati e delegittimazioni reciproche. In questo, forse, l'Italia è stato il paese che ha interpretato il bipolarismo nel modo peggiore. 
Uno stallo che, tutto sommato, andava bene a quel coacervo di corporazioni che, nella irrilevanza della politica, si sono preoccupate solo di blindare il proprio fortino: giornalisti e tassisti, farmacisti e notai, insegnanti e imprenditori… Nella lista - ahimè - temo che si debbano aggiungere, accanto ai partiti, anche la magistratura e il sindacato. Lo schema è sempre lo stesso: sono ben altre le cose da fare, ben altri gli interessi da toccare, ben altre le priorità. Il "benaltrismo" è la maschera di una società corporativa che è andata incontro alla crisi ad occhi chiusi, aggrappata ai propri interessi, rischiando di sfracellarsi.
Per questo, ad oggi, se guardo a Renzi e alla maggior parte dei suoi giovani ministri, che (in qualche caso) parlano con molta sicurezza di cose che non conoscono, mi viene un po' di tristezza; se poi guardo ai suoi oppositori - soprattutto interni - che farebbero dinanzi a ogni problema una bella commissione di una cinquantina di persone continuando a chiedere il consenso sempre sulle cose da fare e mai sulle cose fatte, mi viene una grande rabbia. 
Al punto in cui eravamo, poi, il fatto stesso che sia avvenuto finalmente un drastico ricambio generazionale non può che essere un bene: chi fa o cerca di fare, può (spesso) sbagliare, ma chi non fa (o non ha fatto) nulla per paura di sbagliare sbaglia di sicuro. 
Alla fine, tutto sembra ridursi a questo dilemma, non del tutto banale: meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Megli oggi l'uovo di Renzi, che sbaraglia le camere e fa digerire (con il voto, non con il manganello!) una legge elettorale imperfetta, dopo decenni di inconcludenza assoluta, o la gallina di un'alternativa domani, per cui ogni riforma è sempre sbagliata e rappresenta addirittura un ostacolo peggiore dell'immobilismo, perché allontana dal grande falò del sistema, sulle cui ceneri può sorgere il Salvatore della patria (personale o ideologico) che promette la palingenesi in cambio di un consenso a prescindere?
Vorrei concludere anticipando una domanda, sulla quale tornare in un prossimo post: se Fitto e Berlusconi non vanno d'accordo, si separano; se un bel gruppo di parlamentari Cinquestelle  e Grillo non vanno d'accordo, si separano; se Civati e Renzi non vanno d'accordo, si separano; se Tosi e Salvini non vanno d'accordo, si separano; se Barbara Spinelli e "L'altra Europa per Tsipras" non vanno d'accordo, si separano.  Non è che stiamo esagerando?
L'elenco, purtroppo, si potrebbe allungare moltissimo, se consideriamo non la divisione esplicita, ma la slealtà nella collaborazione, se non addirittura il sistematico boicottaggio dentro lo stesso partito e gruppo parlamentare.
Ci hanno insegnato che la politica dovrebbe essere il luogo in cui le differenze si articolano, si compongono e si traducono in progetti. Se è in atto un fenomeno che ha qualcosa di simile a una fissione nucleare, non è forse questo il problema che dovrebbe preoccuparci di più? E se tale fenomeno non riguardasse solo la politica? Se avesse contagiato anche le famiglie, la scuola, l'università, le imprese, i sindacati, la magistratura, la sanità? Se la crisi della democrazia fosse solo il sintomo e se invece una conflittualità inguaribile in tutti gli ambienti di vita e di lavoro fosse la vera malattia? Non sarebbe questo, davvero, il fenomeno di cui dovremmo preoccuparci di più? 

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