giovedì 18 giugno 2015

«Laudato si'»: papa Francesco sulla cura della casa comune


L'enciclica di papa Francesco è un documento molto ampio e impegnativo, che merita di essere letto più volte in modo attento e cordiale, evitando - come purtroppo sta accadendo anche questa volta - di usarlo unicamente per cercarvi una conferma ai propri pregiudizi. 
Provo a condividere solo una prima impressione, a cominciare da un particolare apprezzamento per la felice scelta del titolo: la citazione di Francesco d'Assisi (Laudato si') contiene l'invito ad assumere uno «sguardo diverso» (111) sul creato, centrato sugli atteggiamenti positivi dello stupore e della lode, della gratitudine e della gratuità: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12). Il sottotitolo contiene quindi alcune parole-chiave per la comprensione del testo: il riconoscimento della «casa comune», che «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l'esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1), si collega all'idea di «una cura generosa e piena di tenerezza» (222).
«Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli» (53): questo giudizio severo costituisce la premessa fondamentale del testo; bisogna ammettere che siamo di fronte a una sfida epocale, che non è lecito ignorare o minimizzare. Questo punto di partenza spiega anche la natura in certo senso anomala dell'enciclica, che non si rivolge soltanto al mondo cattolico e agli "uomini di buona volontà" (secondo la formula di papa Giovanni), ma «a ogni persona che abita questo pianeta» (3).
Dinanzi alla gravità di questa sfida, papa Francesco non esita ad «assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile» per «dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue» (15). Quest'approccio collega il dato della gravità a un principio di fondo, che può considerarsi - a mio avviso - la chiave interpretativa dell'intera enciclica: «Tutto è connesso» (117, 138). Sviluppando a un livello diverso l'idea di ecosistema, tale tema ricorre continuamente, anzitutto per collegare in modo esplicito e insistito l'approccio ecologico e quello sociale (49,93,139); quindi per motivare l'appello a una «solidarietà universale» (14), evocando temi particolarmente cari a san Giovanni Paolo II (molto citato): «L'interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (164). Per il cristiano tale appello si traduce nell'invito a riscoprire il dinamismo trinitario della creazione: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240). 
C'è dunque una solidarietà nel bene e nel male; rispetto a quella, stupenda e magnifica, che scaturisce dal disegno della creazione, il nostro tempo ce ne offre una controfigura inquietante: «quello che sta accadendo alla nostra casa» intreccia insieme deterioramento della qualità della vita e degradazione sociale; esiste infatti un'«intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta». Il primo capitolo ne offre una panoramica ampia e informata. Dinanzi a questi scenari «nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa» (63).  
Nel secondo capitolo tali dinamiche sono rilette alla luce della fede e se ne ricava un insegnamento fondamentale: «la creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall'amore che ci convoca ad una comunione universale» (76). Proprio in nome di una vera comunione universale, si guarda al messaggio francescano che proclama l'armonia di tutto il creato: «Suolo, acque, montagne, tutto è carezza di Dio» (84). La conseguenza è immediata e vincolante: «L'ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l'umanità e responsabilità di tutti» (95).
Non è possibile, dunque, ignorare «la radice umana della crisi ecologica» (terzo capitolo): fare i conti a viso aperto con «la globalizzazione del paradigma tecnocratico» significa misurarsi con la crisi dell'antropocentrismo moderno, e in modo particolare con la tentazione del relativismo pratico, quindi riconoscere la necessità di difendere il lavoro, e interrogarsi intorno al rapporto tra ricerca biologica e implicazioni etiche.
Per guardare oltre la crisi abbiamo bisogno, secondo papa Francesco, di «un'ecologia integrale» (quarto capitolo), che possa fare sintesi fra tutte le sue dimensioni (ambientale, economica, sociale, culturale…), senza dimenticare la vita quotidiana e mettendo al primo posto «il principio del bene comune» e della «giustizia tra le generazioni».
Il quinto capitolo, che suggerisce «alcune linee di orientamento e di azione», fa il punto della situazione in merito al dialogo sull'ambiente, a livello di politiche internazionali, nazionali e locali, invocando altresì un dialogo tra poltica ed economia e quindi tra scienze e religioni.
L'ultimo capitolo («Educazione e spiritualità ecologica») invoca infine una vera e propria «conversione ecologica», aprendo la fede cristiana alla prospettiva di un'alleanza tra umanità e ambiente, e quindi di un'autentica «fraternità universale» (228). L'idea di base si può riassumere così: «L'ideale non è solo passare dall'esteriorità all'interiorità per scoprire l'azione di Dio nell'anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose, come insegnava san Bonaventura» (233).

A una prima lettura, tre aspetti in particolare rendono questa enciclica, a mio giudizio, meritevole di profonda attenzione:

a) l'organicità della tesi di fondo: rispetto al dibattito attuale sui temi ecologici, da anni bloccato tra una difesa a oltranza dell'antropocentrismo (e quindi della tecnologia) e un estremismo biocentrico (quasi sempre anti-tecnologico), papa Francesco afferma con forza: «Non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia» (118). L'unitarietà dell'approccio integra il piano scientifico, filosofico, sociale e ultimamente mistico: «Infatti non sarà possibile impegnarsi in cose grandi soltanto con delle dottrine, senza una mistica che ci animi» (216). Per questo motivo, fra l'altro, «non è neppure compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell'aborto» (120). Da questo punto di vista, divinizzazione della terra e mito del progresso illimitato sono due facce della medesima medaglia; com'è possibile combattere la violenza contro l'ambiente e chiudere gli occhi sulla violenza dell'uomo contro l'uomo?

b) il radicalismo della proposta: papa Francesco non esita a levare alta la sua voce contro ogni tentativo di insabbiare o dissimulare il problema. «Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro» (194). Questo radicalismo sfida in modo aperto e politically incorrect gli stereotipi culturali, le abitudini di consumo individuale, le disattenzioni evasive della religione, il potere pervasivo della finanza e della tecnocrazia. Lo stesso appello a rallentare i consumi e ad «accettare una certa decrescita» (193)
s'inquadra in un principio radicale e semplicissimo, di cui siamo invitati a scoprire le potenzialità straordinarie: «meno è di più» (222);

c) la coerenza del metodo: in un testo come questo, che affronta questioni complesse, in larga misura dipendenti da informazioni empiriche, papa Francesco scrive un'enciclica in un certo senso anomala: per un verso, pienamente inserita nella tradizione cristiana (come documentano le citazioni, da san Tommaso a san Bonaventura, oltre a san Francesco) e molto attenta al magistero dei pontefici che lo hanno preceduto, oltre che a vari documenti - molto belli - di episcopati nazionali (assente la Conferenza episcopale italiana, come in EG); per altro verso, il papa si mette umilmente in ascolto della scienza senza esserne schiavo, nomina filosofi contemporanei (come Ricoeur e più volte Guardini), si mostra consapevole della posta in gioco, accettando di affidarci un testo composito, ampio e impegnativo, dal quale non era possibile attenderci l'afflato unitario e intimamente "bergogliano" di Evangelium vitae. Grazie a questo metodo, viene messo in pratica concretamente un dialogo esemplare tra fede e ragione, arrivando persino a proporre due splendide preghiere finali, con due destinazioni diverse. 

Ne risulta un approccio profetico e di grande realismo; dominato dalla speranza, preoccupato continuamente di censire e valorizzare esperienze esemplari e alternative - soprattutto nel micro - che meritano di essere incoraggiate, ma consapevole che abbiamo bisogno di un nuovo sguardo e di nuova sintesi, che interpella tutti noi, nessuno escluso, a fare un passo in avanti: «L'autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa» (112).

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