domenica 5 luglio 2015

Europa in bilico



La situazione della Grecia, oggi chiamata alle urne in un referendum drammatico, assume un valore che oltrepassa di gran lunga l'ambito giuridizionale che gli è stato attribuito dal governo greco. In una specie di paradossale capovolgimento di fronte, un popolo strozzato dai debiti accumulatisi nel tempo - prima per l'irresponsabilità dei suoi governi precedenti e poi per l'opportunismo miope dei suoi creditori attuali - può condizionare pesantemente il futuro anche di altri popoli ricchi e benestanti; la disperazione non conosce frontiere, può attivare reazioni a catena del tutto imprevedibili. Molte guerre sono cominciate così.  
La questione è complessa e le semplificazioni ideologiche non aiutano a vederci chiaro: da un lato, i cittadini di altre nazioni europee (non solo i tedeschi!) non capiscono perché un greco potrebbe cominciare a godersi - forse addirittura a 57 anni - una pensione pagata a vita da loro; da un altro lato, nessuno capisce perché la situazione del debito greco sia stata tollerata per anni e gestita con un sistema di finanziamento che aveva forse lo scopo di ingrassare i creditori. 
Da un lato, non si può strepitare in difesa di un'autonomia nazionale che non c'è, quando si è esposti con un deficit di bilancio colossale né si può alienare la fiducia dei creditori, imboccando una strada populista che metterebbe a rischio il futuro democratico della Grecia: la patria remota della democrazia è stata anche la patria prossima dei colonnelli, non dimentichiamolo. Se ne dovrebbe ricordare il purismo autolesionista di una certa sinistra, che ha fatto in campagna elettorale promesse che non poteva mantenere e che comincia a sfaldarsi appena si avvicina al potere, scaricando sulle istituzioni la propria paralisi decisionale.
Da un altro lato, non si può più nascondere un grave deficit di strategia comunitaria dietro il comodo paravento di un eccesso di miopia contabile. Da che mondo è mondo, l'ipertrofia degli apparati anonimi è il risultato inevitabile di una carenza della politica, nel senso più alto del termine: carenza di visione, carenza di progetti, carenza di leadership. A meno che non ci sia qualcuno disposto a pensare che l'Europa di De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet abbia fatto un passo avanti affidandosi alla leadership di Juncker!
Il problema, come ho accennato, in un post precedente, è molto profondo e dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome: siamo entrati in un'epoca caratterizzata da un mix di complessità e differenze che non siamo capaci di gestire. Lo sviluppo tecnologico, il sistema produttivo, la globalizzazione economica, la speculazione finanziaria, persino l'apparato mediatico sono fattori di una svolta culturale, fondata sui grandi scenari e sulle grandi promesse, ma non ci hanno detto che gli effetti collaterali di questa svolta comportano inevitabilmente anche una grande conflittualità che non siamo capaci di elaborare e risolvere positivamente. La tecnica ha preso in mano il futuro e può funzionare solo se continua a correre, ma questo ci spaventa e ci fa regredire verso il mito rassicurante della piccola tribù. Non si può alimentare sottobanco la potenza del desiderio senza far evolvere contemporaneamente la logica della responsabilità. Non ci possono essere grandi progetti senza grandi ideali. Non si può stare insieme senza essere insieme.
In questi casi allora scatta la semplificazione ideologica, che fabbrica su due piedi un capro espiatorio, perdendo senza troppi problemi il senso della realtà: se il conflitto è profondo, la spiegazione è semplicissima ed è sempre nelle mani di pochissime persone. La rete in questi giorni pullula di queste semplificazioni rassicuranti, del tipo: quello che nessuno vi ha detto, ve lo spiego io. Il cinismo dispotico della Merkel, l'incompetenza spavalda di Varoufakis, i piani segreti del Fondo monetario internazionale, l'indolenza levantina dei Greci, e via semplificando.
In fondo, la decomposizione del tessuto familiare, al suo interno e al suo esterno, oggi sembra frutto della stessa logica: i coniugi che non ce la fanno più a stare insieme hanno ragioni da vendere, ma il risultato non cambia. Allora scatta il meccanismo autodifensivo: se fossi capitato con una persona diversa… Io che ci posso fare? Oppure, a un livello più alto: è in atto una macchinazione occulta, la tribù delle "famiglie sane" deve difendersi. 
La paura genera il tribalismo, il tribalismo scatena simultaneamente una voglia cieca di compattarsi all'interno e un'aggressività altrettanto cieca verso l'esterno. C'è sempre, da qualche parte, un Grande Vecchio davanti al quale ci sentiamo legittimati a compiere una Grande Crociata.
Purtroppo, in questo modo c'è un potenziamento reciproco di aggressività e dietro la rivendicazione ottusa delle proprie identità al ribasso si delegittima il senso profondo dell'essere insieme. Dietro l'attacco ai burocrati di Bruxelles o all'irresponsabilità di Tsipras, alla fine è proprio l'Europa dei popoli a franare; quella di cui ci riempiamo continuamente la bocca. 
I conflitti sono un dato fisiologico nella vita sociale e ci pongono sempre dinanzi a un bivio: se vengono governati, si trasformano in fattori di crescita; se vengono pompati diabolicamente, si trasformano in guerra. Qualche capopolo irresponsabile che cavalca la paura dovrebbe essere definito per quello che è: un interventista, che sogna di trasformare la conflittualità in guerra.  
Lo so che qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedermi: ma tu, allora, da che parte stai? E forse questa domanda, solo apparentemente innocente, conferma purtroppo il tribalismo e, per alcuni di noi, la voglia di contarsi.

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