mercoledì 12 agosto 2015

Istituire la vita

«L'uomo è l'animale che istituisce il suo legame con la vita» (p. 137): questa espressione di Francesco Stoppa può riassumere efficacemente il messaggio posto al centro del suo libro Istituire la vita. Dopo aver pubblicato, nel 2011, un altro bel libro sulla centralità (e fragilità) della dinamica intergenerazionale (La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni, Feltrinelli), Stoppa ora sottolinea con forza l'urgenza di stringere un nuovo patto con la comunità; memore dell'invito di Franco Basaglia a "entrare nel rischio", egli ricorda che la sua lotta contro il fenomeno dell'istituzionalizzazione non va scambiata come un attacco a tutte le istituzioni in quanto tali. Analista di scuola lacaniana, Stoppa lavora presso il Dipartimento di salute mentale di Pordenone, dove coordina il progetto di comunità "Genius loci", di cui il libro è un'espressione interessante e costruttiva. 
«Il vero compito delle istituzioni - secondo Stoppa - è istituire la vita» (p. 10). Le istituzioni intercettano i passaggi cruciali dell'esistenza e per questo hanno bisogno di pratiche di comunità in cui la costruzione del legame sociale sia nello stesso tempo mezzo e fine. Solo in questo caso la comunità «può produrre una redenzione della vita» (p. 165); il nostro paesaggio interno è sempre nutrito da ciò che è fuori dei nostri confini dell'io: «L'interiorità è un fatto sociale prima che individuale» (p. 21). Tuttavia, «contrariamente a quanto se ne può pensare, una vita può dirsi pienamente umana - secondo Stoppa - solo in quanto non è lasciata a se stessa, in quanto riceve un certo tipo di trattamento, quando viene istituita» (p. 24). In questo senso la famiglia, nonostante oggi sia «esposta alle radiazioni di una società priva di una bussola etica» (p. 27), è un'istituzione dove s'impara a divenire umani: «Prima di essere delle dispensatrici di performace, le istituzioni, a partire da quella familiare, sono i luoghi preposti all'umanizzazione deli individui» (p. 30).
Istituire è un atto che eleva ciò che esiste al di sopra di ogni valore di uso o di scambio; dobbiamo liberarci dalla tentazione di vedere ovunque all'opera un dispositivo biopolitico di dominio e scoprire che istituire è « un atto solidale al farsi del legame sociale. L'uomo istituisce la vita in quanto rappresenta il tramite attraverso il quale ogni singola esistenza va a mettersi in relazione con le altre» (p. 49).
La prima delle competenze di una comunità è dunque riflettere sul tenore dei legami e riscoprire la propria vocazione civile: anziché «chiudersi nelle certezze del suo "intra"» dobbiamo invece cercare di «abitare l'incertezza nella dimensione "inter"» (p. 118). A partire da qui, si tratta quindi di dare visibilità alle differenze, riconoscendo che oggi la nuova frontiera della xenofobia è l'indifferenza, che produce l'isolamento del singolo dal suo stesso gruppo.
Se è vero quindi che la comunità non esiste ma si fa, come qualcosa di perennemente dinamico, si può anche affermare che il noi" “è un pronome in costruzione» (p. 128); per questo dobbiamo fare i conti con un compito paradossale: «non bisogna insistere per includere tutti, ma allo stesso tempo non bisogna lasciare fuori nessuno» (p. 131).  La via tracciata dal libro si riassume a questo punto in un invito, realistico e positivo, a «creare e mantenere una tensione dialettica tra la comunità e le istituzioni» (p. 132); un invito non astratto e velleitario, ma accreditato dal racconto del lavoro positivo della comunità "Genius loci", che nasce dalla scelta di prendersi cura di un certo luogo, guardando in modo diverso alla sicurezza e incrementando forme di partecipazione e prossimità che riconsegnino piazze e strade alla loro condizione naturale di spazi vissuti. Si tratta insomma di attivare «una micropolitica del quotidiano» (p. 145), a partire da un principio di fondo: «Ci vuole l'Altro per essere riconsegnati a noi stessi» p. 160). 
Per evitare che una comunità si avviti su stessa, va continuamente rifondato il patto di civiltà che mantiene i cittadini in una relazione di reciprocità solidale. Si tratta, in una parola, di rifondare le istituzioni a partire da una nuova sfida: «se per la mia generazione salvare il mondo aveva a suo tempo significato abbattere le mura delle istituzioni, allora il compito delle nuove generazioni, per continuare l'opera di salvataggio del mondo, potrebbe essere quello di rifondarle (non come noi adulti immagineremmo o gradiremmo, ovviamente)» (p. 174).
Francesco Stoppa chiuderà IV° Seminario interdisciplinare sull'accoglienza, promosso dalla Fondazione Lavoroperlapersona, che avrà luogo a Offida dal 17 al 19 settembre. Un'occasione preziosa per ascoltarlo e dialogare con lui. 


F. Stoppa, Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità, Vita e Pensiero, Milano 2014, pp. 180.

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