sabato 29 agosto 2015

La pietà esiliata e l'empietà esibita

Confine Macedonia-Serbia. La Pietà. foto di Robert Atanasovsky (Afp)
La differenza fra l'umano e il disumano esiste. Esiste ed è semplicissima. È la medesima differenza che c'è tra la pietà e l'empietà. Dinanzi alla violenza, alla sofferenza, all'ingiustizia l'empietà tace, si volta dall'altra parte o addirittura aggredisce; la pietà no: la pietà soccorre e presta aiuto; se serve, presta anche la voce a chi non ha più fiato in gola. L'umano si distingue dal disumano perché dinanzi al male può ma non deve: può commetterlo ma non deve farlo; può chiudersi nell'indifferenza ma non deve chiudersi. Questa differenza abissale è la linea di frontiera tra bene e male dinanzi alla nostra libertà: dinanzi al bene possiamo e dobbiamo, dinanzi al male possiamo e non dobbiamo.
Per il fenomeno dell'immigrazione nessuno potrà più parlare di emergenza: ormai le proporzioni quantitative e qualitative sono davanti agli occhi di tutti. Se una mamma, una sola mamma con il proprio piccolo in grembo, come nella splendida foto che ormai è diventata un'icona straziante dell'esclusione, si trovasse in quella condizione umiliante e disperata, saremmo davanti a un gigantesco problema morale; se invece quella foto ormai da anni può essere moltiplicata per 100, per 1.000, per100.000…, allora siamo davanti anche a un gigantesco problema politico.
Eppure la politica oggi continua a oscillare tra due reazioni opposte - certo molto diverse - ma ugualmente inefficaci: da un lato la reazione debole e politicamente inconcludente di chi a parole parla di inclusione, ma non crea le condizioni per realizzarla concretamente, in modo stabile e non solo provvisoriamente assistenzialistico; da un altro lato la reazione ripugnante e questa volta davvero empia di chi a parole - e nei fatti! - realizza l'esclusione. La differenza non è da poco: nel primo caso siamo in presenza di intenzioni (forse) buone, alle quali non seguono i mezzi adatti a realizzarle; nel secondo caso siamo in presenza di intenzioni (sicuramente) cattive, che spesso purtroppo si traducono in atti di chiusura e di ostilità manifesta. I due atteggiamenti non possono essere messi sullo stesso piano, anche se in qualche caso un certo dilettantismo buonista e pasticcione fornisce un pretesto bello e buono per rinforzare cinismo e indifferenza.
In entrambi i casi, tuttavia, si manca completamente di senso storico: basta una minima conoscenza storica dei grandi fenomeni migratori per sapere che nessuna operazione di polizia è mai riuscita a fermarli, meno che mai alcuna retorica xenofoba. Questa ondate hanno sempre travolto le frontiere, sconvolto gli assetti politici, spazzato via le culture blindate: alla fine, il mondo non è stato mai più lo stesso!
Si potrebbe rileggere oggi, a quasi mezzo secolo di distanza (!), l'enciclica Populorum Progressio (1967), in cui Paolo VI metteva in guardia severamente sugli effetti - a lungo termine insostenibili - di un sistema di ingiustizia sociale istituzionalizzata: «Quando tanti popoli hanno fame, quando tante famiglie soffrono la miseria, quando tanti uomini vivono immersi nella ignoranza, quando restano da costruire tante scuole, tanti ospedali, tante abitazioni degne di questo nome, ogni sperpero pubblico o privato, ogni spesa fatta per ostentazione nazionale o personale, ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile» (PP, 53). Già allora si poteva indovinare a quali esiti ci avrebbe condotto questo modello di sviluppo: «deve essere ben chiaro ad ognuno che ciò che è in gioco è la vita stessa dei popoli poveri, è la pace civile nei paesi in via di sviluppo, ed è la pace del mondo» (PP, 55). Già allora si metteva in guardia contro ogni forma di nazionalismo e di razzismo (PP, 62-63). Già allora la diagnosi era molto chiara: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (PP, 66). Già allora l'ammonimento era inequivocabile: «che i ricchi sappiano almeno che i poveri sono alla loro porta e fanno la posta agli avanzi dei loro festini» (PP, 83).
È parte di questo sguardo lungo sulla storia il dovere di fronteggiare in modo efficace e concreto l'urgenza, ma nello stesso tempo d'interrogarci più in profondità sulle cause, per poter poi proporre soluzioni davvero serie e durature. Questo scavo dev'essere condotto in molte direzioni, e perciò può essere solo il frutto di un'opera lungimirante e concertata. Anche la riflessione filosofica dev'essere chiamata in causa, impegnandosi in un percorso critico e radicale, che offra anticorpi preziosi contro la miopia delle reazioni emotive, affidate solo alla pancia. A partire da oggi, vorrei offrire un contributo a questa riflessione che, alla fine, se Dio vorrà, potrebbe approdare a un piccolo libro, secondo il metodo che ho seguito nello scrivere "I cattolici e il paese". Se i lettori, oltre a seguirmi, mi accompagneranno con le loro domande e i loro buoni pensieri, potrà essere davvero un cammino fatto insieme.

2 commenti:

  1. Quando si smette di essere giovani nel corpo, nei pensieri, negli ideali, si smette di crescere, si comincia ad avere paura. Paura di ciò che si ignora, paura di perdere la tranquillità (la noia) di ciò che si è acquisito smettendo così di evolverci e non ce ne accorgiamo e non vogliamo vedere.
    Se però, per caso o ascoltando qualcuno o a causa di un evento, entra in noi la consapevolezza di ciò che succede intorno a noi, di chi c'è intorno a noi, di che solo per dove si è nati non siamo al posto di un altro, allora non possiamo più girare la faccia da un'altra parte. Se lo facciamo saremo empi, diventeremo vuoti, perché noi siamo tutti collegati e se non andiamo avanti insieme siamo destinati al fallimento dell'umanità.

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  2. "Se non andiamo avanti insieme": è proprio così. Il verbo andare ha in questo caso bisogno di due avverbi fondamentali: avanti e insieme. Grazie

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