martedì 22 settembre 2015

Quale misericordia? La Sua!



I contributi che compongono questo volume sono nati nell’ambito di un convegno, ma in senso più generale sono il punto di arrivo di un lungo percorso di approfondimento, maturato attraverso riflessioni comuni e incontri seminariali, nell’ambito del “Centro studi Amore misericordioso” di Collevalenza, promosso con l’intento di esplorare il valore antropologico e l’attualità storica della misericordia, come nuova frontiera di evangelizzazione, a partire dal messaggio della beata Madre Speranza. L’articolazione del volume riflette nella sua ispirazione unitaria il senso di questo cammino, cercando di intrecciare tre riferimenti diversi.
Il primo riferimento riguarda una sfida che proviene dal mondo odierno, in cui verifichiamo quotidianamente la difficoltà crescente – a livello personale, familiare, sociale – a stare insieme a lungo, superando difficoltà e conflitti, soprattutto quando si producono ferite che stentano a rimarginare. Le conferme purtroppo non mancano: ad esempio, a livello politico è facile verificare che non esiste oggi un partito o un’alleanza di partiti in cui non sia in atto una forte conflittualità interna, che ha un effetto paralizzante sulla dinamica decisionale, traducendosi spesso in vere e proprie scissioni; in questi casi il disaccordo – più o meno motivato e strategico – non solo impedisce di elaborare insieme le differenze, trasformandole in progetto (quale dovrebbe essere la finalità istituzionale di una forza politica), ma alimenta tentazioni irresistibili in senso personalistico. Il piccolo orticello come alternativa alla grande politica.
Un secondo esempio riguarda il rapporto che ognuno di noi ha con se stesso: con la propria vita e soprattutto con il proprio corpo. Quando le fragilità patologiche raggiungono una soglia dura da sopportare, soprattutto quando siamo soli e non sperimentiamo una rete di solidarietà compassionevole e operosa, allora si fa strada la tentazione di farla finita, di spezzare il filo e lasciare incompiuta la tela della vita. La piaga del suicidio e, a un livello diverso, il miraggio dell’eutanasia corrispondono a un’altra forma di secessione, formalmente non molto diversa da quella che sta allentando il tessuto del vivere sociale.
Un terzo esempio ci viene offerto dalla fragilità del vincolo coniugale e, più in generale, dell’ordine degli affetti: quando il narcisismo diventa una prigione, più o meno dorata, ogni disaccordo o conflitto, non sempre serio (a volte, anzi, molto futile), viene patito come una violenza, trasformandosi immediatamente in un attentato alla nostra autonomia. Anche per questo, la reazione spesso diventa estremamente violenta. Recentemente è stato varato in Italia un provvedimento relativo al cosiddetto “divorzio breve”, che prevede la riduzione a sei mesi della durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi, necessario per ottenere il divorzio. Rincorrere questa deriva può essere del tutto inutile: se il conflitto diventa un disvalore assoluto e la velocità un valore altrettanto assoluto, in una prospettiva in cui il narcisismo asociale è il nuovo dogma di fede dell’individualismo, persino sei mesi potrebbero essere un periodo lunghissimo e insopportabile.
A questo punto, dobbiamo chiederci: perché non riusciamo più a stare insieme? Forse perché non sappiamo più che cosa significhi davvero essere insieme. Riflettere sull’incrocio tra famiglia e Vangelo della misericordia ci aiuta allora a passare da una domanda oggi molto diffusa (Quanto possiamo stare insieme?) a un’altra, ben più radicale: Che cosa significa essere insieme?
Il secondo riferimento del libro, al quale tutti gli autori sono attenti, è di ordine ecclesiale e s’interroga sulla straordinaria coincidenza fra il Sinodo ordinario sulla famiglia («La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo»), che segue a distanza di un anno l’Assemblea straordinaria, disegnando in questo modo, quasi plasticamente, una vera e propria sinodalità in cammino, e il Giubileo sulla misericordia, che si apre nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II°. Si potrebbe aggiungere anche l’appuntamento, molto importante per la Chiesa italiana, del V° Convegno ecclesiale nazionale, sul senso dell’umanesimo in rapporto a Gesù Cristo. Senza perseguire collegamenti ingenui o sintesi arbitrarie, è difficile minimizzare il legame interno fra questi appuntamenti, che possono tutti considerarsi come segni della inesauribile fecondità della stagione conciliare, contro vecchi e nuovi “profeti di sventura”. È precisamente l’invito conciliare a scrutare i segni dei tempi che oggi ci chiama a riconciliare miseria e misericordia come nuova frontiera di evangelizzazione; un invito che trova proprio nella famiglia il banco di prova per riconoscerne le ferite e annunciare la profezia del matrimonio cristiano.
Il terzo e ultimo riferimento riguarda il carisma di Madre Speranza e della famiglia dell’Amore misericordioso da lei fondata. La scelta di tenere insieme in questo libro una doppia accezione di famiglia non deve sorprendere. Sullo sfondo dell’unica famiglia umana, accanto alla famiglia fondata sul sacramento del matrimonio si può collocare l’estensione metaforica che identifica una famiglia religiosa: in entrambi i casi si tratta di due annunci profetici che testimoniano e accreditano, in modo esemplare e parlando a tutti i cristiani, il valore liberante dell’essere insieme. L’annuncio della misericordia, che papa Francesco pone al centro del suo magistero e di un Giubileo straordinario, è stato anche – non senza incomprensioni, equivoci, resistenze, ostilità –, il carisma spirituale di una donna di umilissime condizioni, misteriosamente (ma non troppo) approdata a Collevalenza; non lontano da santa Chiara di Montefalco, dalla beata Angela di Foligno, da santa Rita di Cascia, tutte donne che hanno sperimentato una straordinaria intensità mistica, tradotta in un messaggio per noi.
Questi tre riferimenti – all’orizzonte culturale, al contesto ecclesiale, al carisma dell’Amore Misericordioso – attraversano in maniera diversa i contributi che compongono questo libro... 

(dalla mia Introduzione al volume, che offre un contributo importante e costruttivo in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia)

L. Alici (a cura di), La famiglia e il Vangelo della misericordia, Áncora, Milano 2015, pp. 136, € 12,50

Contributi di: +Gualtiero Bassetti, Francesco Miano e Giuseppina De Simone, +Marcello Semeraro, Rosanna Virgili, P. Aurelio Pérez, +Domenico Cancian, Vincenzo Badalucco e Rosanna Durante, Norberto Pentiricci e Barbara Giorgini, Anselmo Grotti e Rossana Ragonese, Aldo Maria Valli e Serena Cammelli

venerdì 4 settembre 2015

Le differenze degli indifferenti


La foto di Aylan Kurdi, il bimbo siriano di tre anni trovato ormai senza vita sulla spiaggia di Bodrum, ha fatto il giro del mondo e non è il caso di riprodurla ancora una volta. La morte di un essere umano è sempre una ferita, anche quando giunge al termine di una vita sazia di anni. La morte di un bimbo rappresenta un'aggravante atroce, che grida vendetta al cospetto di Dio, almeno per due ulteriori motivi: anzitutto perché è una morte inequivocabilmente innocente, sulla quale non pesa nemmeno un'ombra di male; secondariamente perché contiene un volume di attese legittime e di promesse violate, che rendono quella morte assolutamente ingiusta. La giustizia fa sempre la differenza fra una morte buona e una cattiva, e l'assenza di pietà rende insopportabilmente straziante tutto questo. L'enfasi mediatica, in questi casi, non è mai troppa, è anzi sempre troppo poca.
Provando ad allargare il discorso, si potrebbe vedere nel corpicino di Aylan, adagiato sulla battigia, cioè su una linea di frontiera tra il mare e la terraferma, una metafora di tutti i conflitti che oggi non siamo in grado di gestire. Tutti i conflitti, nessuno escluso, esplodono sul filo della differenza. Ci sono differenze più complesse e invisibili, che nascono sul terreno culturale, sociale e politico, come esiti di percorsi storici diversi, e differenze più immediatamente tangibili, che prendono corpo nello spazio. Tutte possono essere attraversate, tutte possono trasformarsi in muri insuperabili. Anche Kant, con la sua meticolosa capacità analitica, aveva distinto il limite (Grenze), inteso come frontiera che delimita rispetto a un orizzonte di ulteriorità, e il confine (Schranke), inteso soprattutto come barriera e ostacolo. Sul piano spaziale la distinzione è evidente: possiamo aprire i valichi di frontiera o mettere dei paletti insuperabili. Molte guerre sono nate proprio per questo e il nazionalismo ne è stata la copertura ideologica più ripugnante.
Sul piano storico-culturale la distinzione è più sfumata e molto più insidiosa, soprattutto perché non tutte le culture sono uguali e quando il multiculturalismo (cioè non semplicemente il pluralismo culturale, ma la compresenza di culture diverse dentro una stessa società politica) conosce accelerazioni improvvise, il fenomeno diventa ancora più grave di una guerra di posizione, combattuta ai confini degli Stati. 
Storicamente le culture occidentali hanno imparato ad essere particolarmente tolleranti e inclusive dopo secoli di guerre, mentre altre culture più identitarie hanno preferito proteggersi escludendo, e per questo possono essere eccezionalmente strumentalizzate da una fondamentalismo pseudoreligioso. 
Oggi ci troviamo dinanzi a un fenomeno nuovo: nel mondo occidentale le culture "porose" stanno diventando intolleranti rispetto ad altre culture, solitamente chiuse nei loro recinti identitari, che invece hanno cominciato a bussare alle nostre porte e vogliono partecipare al nostro banchetto.
Paradosso incredibile: il nostro mondo industriale avanzato è impegnato in un'operazione sistematica e pervasiva di demolizione di differenze fondamentali, che tende a sfumare, minimizzandola, la differenza tra natura e cultura, tra animali e persone, tra maschile e femminile, tra bene e male, tra vero e falso; non paletti insuperabili, ma una tavolozza di preferenze individuali assolutamente insindacabili, dinanzi alle quali la politica deve alzare le mani, assumendo atteggiamenti agnostici e funzionali. L'individualismo più estremo teorizzato nella modernità non si sarebbe mai sognato di coltivare una deriva libertaria così spinta. Questo atteggiamento crede di farsi forte presentandosi come massimamente inclusivo: chi crede nella famiglia "tradizionale" o nella rilevanza della differenza sessuale può accomodarsi tranquillamente al banchetto degli indifferenti. C'è posto per tutti, nessuno impedisce a nessuno alcunché, perché strepitare?
Accade però che le masse affamate dei popoli poveri inizino un esodo di proporzioni gigantesche (che forse durerà decenni), scappando da paesi in guerra, spolpati dal colonialismo, dove le multinazionali delle armi continuano a realizzare affari d'oro. E che cosa accade? Che il mondo occidentale, libertario e tollerante, comincia a rialzare muri, a chiudere le frontiere, a rimettere in voga i vagoni blindati e la marchiatura del bestiame umano. 
Ad Aylan (e purtoppo a migliaia di bambini come lui) abbiamo tolto la parola per questo; ma non è difficile immaginare che cosa potrebbero dirci: Come, la cultura dei sì solo a noi vuole dire dei no? La cultura del "tutto è negoziabile" riscopre solo con noi differenze insuperabili?
Non vi accorgete che state combattendo una nuova grande guerra, non direttamente ma per procura, e non volete vedere né sapere né sentire? 
Forse la società degli indifferenti sta diventando intollerante perché non ha risolto alla radice il problema della differenza. Dove c'è indifferenza non c'è - non ci può essere - riconoscimento delle differenze, e senza riconoscimento si genera l'abisso della Grande Estraneità Reciproca che è la differenza peggiore. Quella per cui anche un bimbo di tre anni affogato in mare per scappare dalla guerra, alla fine dei conti, è solo un episodio mediatico di cui tra qualche giorno non parlerà più nessuno.



Quello che resta di Kobane, la città siriana da cui scappava la famiglia di Aylan. Dedicato a quanti si chiedono: Perché non restano a casa loro?