venerdì 30 ottobre 2015

L'umano tra natura e cultura


Questo Quaderno di Dialoghi raccoglie gli interventi contenuti nei Dossier dei primi due numeri del 2015 della rivista, dedicati rispettivamente al tema del naturalismo e a quello dell'umano tra natura e cultura. Considerata l'affinità dei temi trattati dai Dossier e in certo modo la loro complementarietà – non casuale ma frutto di una programmazione unitaria –, si è pensato di dare vita ad un volume unico, con l'intento di offrire un contributo alla riflessione su alcune delle questioni più significative che oggi vengono discusse a livello culturale, in particolare a livello filosofico e teologico, e soprattutto uno strumento utile per orientarsi all'interno di questo dibattito.
L'iniziativa ci è parsa opportuna anche in vista del prossimo Convegno Ecclesiale Nazionale della Chiesa Cattolica che, sotto il titolo “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, si terrà a Firenze nel novembre 2015. La cosiddetta “questione antropologica” è oramai da molti anni al centro delle riflessioni della Chiesa Cattolica italiana. Le grandi trasformazioni che segnano la nostra epoca, in particolare il contatto sempre più intenso tra culture e religioni diverse, indotto dal processo di globalizzazione, e l'impatto sempre più forte che il progresso tecnologico produce sulle nostre vite, stanno mettendo in discussione modelli di interpretazione dell'essere umano consolidatisi nella cultura occidentale.
L'auspicata apertura alle differenze culturali e alle novità del futuro va di pari passo con la preoccupazione che una certa idea dell'uomo e della persona umana, considerata fino a oggi valida e intramontabile, venga dichiarata obsoleta e quindi accantonata. La preoccupazione è tanto più giustificata di fronte al fatto che sono molte, e di varia provenienza, le tendenze attuali di pensiero che affermano esplicitamente o almeno suggeriscono un superamento dell'essere umano, una “morte dell'uomo”, o che declinano il futuro dell'umanità nel senso del “post-umano”, un termine che indica la futura ibridazione dell'umano con l'artificiale, lasciando intravedere un profondo cambiamento di paradigma in ordine al rapporto tra natura e cultura. Al tempo stesso non è difficile vedere come spesso, nel discorso pubblico, dietro a una retorica che esalta le differenze a tutti i livelli, si celi, in realtà, una concezione omologante che passa sopra alle differenze autentiche (tra natura e persona, tra maschio e femmina…) in nome di semplificazioni ideologiche astrattamente egualitarie o radicalmente riducibili a opzioni culturali. 
Il Convegno ecclesiale orienta opportunamente il complesso di problemi sotteso alla “questione antropologica” verso un orizzonte comprensivo e sostanziale qual è quello dell'umanesimo. Come si afferma nella Traccia preparatoria al Convegno, “umanesimo” è senz'altro un concetto da svolgere al plurale, perché esistono molteplici umanesimi e molteplici forme in cui esso può esprimersi, ma è anche un concetto che, a prescindere dalle sue diverse articolazioni e applicazioni, esprime un quadro ben definito di proprietà irrinunciabili dell'umano e in generale una chiara opzione a favore della persona umana. A una visione umanistica, infatti, è in ogni caso connessa l'idea di una centralità della persona stessa nel contesto della varietà delle forme viventi, relativa al possesso di proprietà specifiche che non si riscontrano altrove (l'auto-coscienza, la libertà, la capacità di trasformare in modo creativo la realtà intorno a sé e di rispondere delle proprie azioni, la relazionalità come esperienza di reciprocità finalizzata all’edificazione del bene comune…); vanno ricercate in questa direzione le radici della dignità personale, cioè del rispetto dovuto all'essere umano in quanto tale, fondato sul riconoscimento dei valori spirituali che danno una risposta non effimera alle sue domande ultime.
È plausibile parlare di “nuovo umanesimo” per riferirsi ad una nuova stagione dell'umanesimo di cui si avverte la necessità proprio di fronte alle innumerevoli tendenze antiumanistiche che caratterizzano la cultura postmoderna e ai molti fenomeni economici, sociali, politici che contraddicono la prassi dell'umanesimo, anche se è difficile pensare a un “nuovo umanesimo” nel senso di radicalmente diverso da quello che già conosciamo. Già il fatto che il “nuovo umanesimo” sia radicato in Gesù Cristo esclude questa possibilità e, del resto, l'umanesimo occidentale, anche nelle sue forme secolarizzate o addirittura atee o “esclusive”, continua a dare largamente l'impressione di essere erede di una visione cristiana del mondo.     
I contributi presenti in questo Quaderno ruotano esattamente attorno alla difficoltà di declinare la teoria e la pratica dell'umanesimo nel contesto culturale odierno e lo fanno assumendo come filo conduttore il binomio concettuale natura/cultura. Esso consente, in effetti, di considerare un vastissimo complesso di problemi che oggi sono oggetto di discussione. Da una parte sta l'equivocità del termine “natura”, che secondo alcuni rimanderebbe a una serie di costanti fisiche e biologiche che sono in grado determinare gli eventi e di orientare in modo normativo le azioni umane, e che invece secondo altri indicherebbe soltanto il complesso delle realtà e degli eventi che l'uomo non produce. In questo senso “naturale” si distingue ancora da “artificiale”, anche se nel nostro tempo l'impressionante capacità manipolativa da parte della tecnica di ciò che è “naturale” rende quest'ultimo sempre più difficilmente riconoscibile come tale. Non a caso, come abbiamo detto, una delle tesi sostenute dai teorici del post-umano è proprio la progressiva indistinzione nell'essere umano tra “naturale” e “artificiale” in un futuro prossimo. In netta controtendenza con questo orientamento, e anzi come reazione ad esso, sta invece il diffuso e forte desiderio di un ritorno alla “natura”, che costituisce una costante di tutte le civiltà che hanno raggiunto un certo grado di evoluzione culturale, e che oggi assume le forme più diverse, da quelle più radicali espresse dal pensiero ecologico e quelle più blande che si esprimono nell'industria del turismo che promette la visita di luoghi “incontaminati”.
Dall'altra parte anche il concetto di “cultura” non è meno difficile da definire rispetto a quello di “natura”, come ha messo in luce la ricerca divenuta classica di C. Kluckohn e A. L. Kroeber. Esso, soprattutto quando è unito a quello di civiltà, continua a possedere un significato valoriale (in fondo essere un “uomo di cultura” è ancora meglio che non esserlo, e appartenere ad una civiltà è ancora meglio che essere dei barbari), ma è indubbio che nell'ambito dell'antropologia filosofica e di quella culturale questo concetto viene spesso inteso con un significato funzionalistico e relativistico. La cultura per molti è il surrogato di una natura umana carente che possiede un valore esclusivamente nella misura in cui permette di colmare le lacune nella capacità adattiva dell'uomo all'ambiente. Per altri “cultura” rimanda semplicemente al complesso degli usi e dei costumi che contrassegna le società umane, la cui varietà è infinita e refrattaria ad ogni criterio di giudizio che si volesse applicare ad essa dall'esterno. Ogni cultura viene concepita come una sorta di “gioco linguistico”, che risulta significativo soltanto per quelli che vi partecipano e che comunque si sottrae a presunte regole metalinguistiche. Sotto questo punto di vista, la diversità delle culture (e delle religioni) diviene lo strumento con cui giustificare un relativismo culturale (e religioso) che nel momento stesso in cui riconosce un identico valore a tutte le culture (e a tutte le religioni) nega anche il loro valore specifico. Ancora una volta dietro all'esaltazione della differenza culturale sembra nascondersi un potente impulso al livellamento egualitario che rischia di perdere qualsiasi criterio di discernimento.  
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[Dalla Presentazione]

A. AGUTI, L. ALICI,  L'umano tra natura e cultura. Umanesimo in questione, Ave, Roma 2015, pp. 116, € 12

venerdì 23 ottobre 2015

I luoghi e gli altri


Il tema della cura è ormai una costante dei “Colloqui di etica”, punto di confluenza di un ambito di ricerca filosofica oggetto di particolare interesse all’Università di Macerata, che intreccia il senso e il valore del rapporto tra persona e reciprocità con un’attenzione alle coordinate spazio-temporali e alle valenze civili del suo esercizio. Il VI° Colloquio, in continuità con i precedenti, riprende questi temi ponendo in primo piano “la cura dell’abitare” e cercando di esplicitare alcuni nodi teorici sottostanti al rapporto tra “i luoghi e gli altri”. Dentro questa trama problematica è possibile esplorare le dinamiche della convivenza che plasmano una “buona vita umana”, provando a rileggere la costitutiva relazionalità degli esseri umani alla luce delle diverse forme dell’abitare, in uno spazio culturalmente e storicamente identificato, in cui prossimità e distanza, estraneità e convivenza entrano in tensione, oscillando tra cura e paura, autonomia e vulnerabilità, dipendenza e responsabilità.
La ricognizione filosofica si apre in questo modo a un’analisi fenomenologica dello “stare al mondo”, interrogandosi intorno alle condizioni di possibilità di forme più autenticamente umane, senza sottrarsi né alla configurazione di orizzonti normativi né a una ricaduta sul piano delle dinamiche istituzionali, dei processi culturali, delle prassi sociali ed educative. Il quadro teorico si fa carico, in questo modo, di rispondere anche praticamente all’urgenza di elaborare orizzonti critici e occasioni concrete per percorsi possibili di innovazione sociale.
Nascono da qui una serie di interrogativi che si pongono al centro del Colloquio: Come ridefinire un quadro teorico che consenta di ripensare l’abitare umano in una prospettiva capace di far dialogare etica privata ed etica pubblica? Quale statuto del “noi” si configura e può riconfigurarsi entro una pratica sociale e politica concretamente situata? Come riconsiderare le direttrici costituive dello spazio e del tempo, per assumere la cura dell’abitare in modo umanamente degno e responsabile? Come costruire forme non oppressive di inclusione e forme inclusive di autenticità, dentro e oltre i limiti delle tradizionali aree di competenza dell’ordine pubblico o della legalità?
La prima sessione del Colloquio, I luoghi e gli altri, si propone di istruire la questione dell'umano in uno spazio da abitare caratterizzato da identità di luogo e da pratiche di convivenza. La seconda sessione, Stare insieme tra estranei, si rivolge più direttamente al tema della città e del nesso problematico che la configura, tra autonomia ed eteronomia, inclusione ed esclusione. La terza, Cura dell’abitare, esplicita le condizioni di possibilità di un’etica della cura, in un orizzonte di reciprocità che oltrepassa l’orizzonte immediato, assumendosi il compito di custodire, trasmettere, trasformare e promuovere i luoghi e gli altri.

venerdì 9 ottobre 2015

Natura e persona: lo "sguardo diverso" di papa Francesco



Attesa e sorpresa, si sa, non sempre stanno insieme; in particolare, quando si tratta di rispondere a sfide complesse e globali, le attese possono diventare eccessive, in qualche caso addirittura sproporzionate. Non si può certo dire che l’enciclica di papa Francesco, Sulla cura della casa comune, non fosse un testo atteso; eppure è innegabile che la sorpresa ha superato l’attesa, come per Evangelii Gaudium, del resto. Nel caso di Laudato si’, la sorpresa in un certo senso è ancora più grande, ma solo il lettore che saprà scavare, con pazienza e lungimiranza, dentro un testo così profondo e stratificato potrà scoprire molto di più di quello che cerca.
La sorpresa riguarda, in particolare, un nodo cruciale dell’enciclica, costituito dal rapporto tra natura e persona, oggi al centro di un dibattito incandescente. Potremmo parlare di questione etico-antropologica, nel senso più ampio e inclusivo del termine: non solo una questione teorica (in ogni caso non secondaria), ma anche un crocevia in cui convergono aspetti molto diversi della questione ecologica, di ordine economico, sociale e politico, fino alle abitudini di vita individuali e alla prassi pastorale. 
Ecco la sfida: prendere sul serio la minaccia alla biosfera, mantenendo ferma – ovviamente – l’affermazione che l’uomo è unico essere voluto da Dio per se stesso, affermazione che attraversa tutta la tradizione cristiana, esplicitamente richiamata al n. 24 della Gaudium et Spes e ribadita in molte encicliche di Giovanni Paolo II.
L’impianto di fondo di Laudato si’ sfugge a questo falso dilemma, senza assumere un atteggiamento prudentemente cautelativo e senza “giocare in difesa”. Al contrario, papa Francesco imposta il discorso in modo radicale, grazie a un doppio passo avanti: da un lato, sul versante della natura, assume fino in fondo l’istanza ecologica, che invoca un approccio globale e integrato, senza lasciarsi appagare da interventi settoriali; dall’altro, afferma risolutamente che anche «l’ambiente sociale ha le sue ferite […] tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall’idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti» (6). In altri termini, c’è un rapporto stretto tra «deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale» (espressione che dà il titolo al cap. IV). Papa Francesco lo dice in modo esplicito: «Non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia» (118). Come l’alterazione dell’equilibrio naturale ha un riflesso globale, compromettendo la biosfera, allo stesso modo il disordine antropologico, che nasce da un potenziamento sconfinato della libertà, ha un riflesso sociale, compromettendo la convivenza.
Ecco allora un principio di fondo dell’enciclica: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (49). Non è possibile invocare approcci globali in chiave ecocentrica e poi separare queste due diverse forme di giustizia: rispetto al disegno unitario e stupendo della creazione, «quello che sta accadendo alla nostra casa» intreccia insieme deterioramento della qualità della vita e degradazione sociale.  
È questa l’alternativa profetica di papa Francesco al panteismo naturalistico: «L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (234), egli scrive, tenendo audacemente presenti anche i mistici dell’Islam. «Tutto è collegato» (91), «Tutto è connesso» (117, 138): questa tesi di fondo, continuamente ribadita nel testo, può considerarsi una chiave interpretativa dell'intera enciclica, che la fede cristiana traduce nell’invito a riscoprire il dinamismo trinitario della creazione, radice ultima della relazione tra tutte le creature: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240).
Da questa tonalità di fondo scaturisce l’invito ad assumere uno «sguardo diverso» (111) sul creato, centrato sugli atteggiamenti positivi dello stupore e della lode, della gratitudine e della gratuità: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12). Lo stesso appello a un compito etico, implicito nella cifra della “cura”, incarna coerentemente questo stile, che antepone all’etica della responsabilità una spiritualità della contemplazione: il riconoscimento della «casa comune», che «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l'esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1), rimanda all'idea di «una cura generosa e piena di tenerezza» (222).
Ne risulta un approccio profetico e insieme di grande realismo; dominato dalla speranza, attento a censire e valorizzare esperienze esemplari e alternative – soprattutto nel “micro” – che meritano di essere incoraggiate, ma consapevole che abbiamo bisogno di un nuovo sguardo e una nuova cura della casa comune, che interpella tutti noi, nessuno escluso: «L'autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa» (112).

[Testo tratto da  Natura e persona: lo “sguardo diverso” di papa Francesco, in G. Notarstefano (a cura di), Abiterai la terra. Commento all’enciclica Laudato si’, Ave, Roma 2015, pp. 51-58].

domenica 4 ottobre 2015

5 domande a mons. Charamsa (e non solo)


L'intervista di mons. Krzysztof Olaf Charamsa, apparsa proprio ieri sul "Corriere della sera", alla vigilia del Sinodo sulla famiglia, si presta a varie considerazioni, di segno anche molto diverso, che hanno tutte - o dovrebbero avere - il segno di una grande amarezza, da qualsiasi prospettiva si consideri l'episodio. Mons. Charamsa ha fatto, come oggi si dice, coming out, dichiarandosi gay e attualmente legato a un compagno, Eduard Planas. Grande, e più che prevedibile, il clamore mediatico su una storia sofferta ma che a questo punto non può più considerarsi privata, anche perché il prelato polacco ha ricoperto vari uffici pastorali nella diocesi di Lugano ed è attualmente ufficiale nella Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano, docente fra l'altro alla pontificia Università Gregoriana e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.
Vorrei premettere anzitutto che per svolgere considerazioni serene e senza autocensure su questo episodio è essenziale prescindere in modo assoluto da qualsiasi giudizio non solo sulla persona di mons. Charamsa, ma anche sulla sua vita, cioè sull'insieme dei comportamenti che concorrono a definire la biografia di una persona. È su quest'ultimo episodio in sé - innegabilmente e intenzionalmente mediatico - che vorrei dire in maniera libera e caritatevole rivolgere a mons. Charamsa 5 domande, provando a dintiguere alcuni piani, che in questo polverone rischiano di essere confusi:
1) Si è trattato di vero coraggio, come molti si sono affrettati a proclamare? Se il coraggio rinuncia alla prudenza, non rischia di accompagnarsi all'incoscienza o comunque di allontanarsi troppo dalla responsabilità? Per anni lei ha dichiarato fedeltà a un'istituzione, nella quale è entrato in modo libero, assumendo progressivamente delle grandi responsabilità e di fatto tradendo la fiducia che in lei è stata riposta. Ripeto, non entro nel merito delle sue scelte di vita, ma non le sembra che quando c'è incoerenza evidente tra vita privata e professione di fede pubblica, la richiesta rivolta all'istituzione di cambiare le sue regole sia non del tutto disinteressata?
2) Gettarsi a capofitto -  in questo modo e in questo momento - con un megafono nel tritacarne del circolo mediatico, che userà la sua storia per qualche mese prima di buttarla via per parlare d'altro, è davvero una testimonianza alla bellezza dell'amore e all'insopportabilità delle discriminazioni, come lei pensa? L'intervista a un quotidiano, calendarizzata in questo modo, la presentazione del suo compagno (in quella che di fatto è diventata una conferenza stampa), addirittura l'annuncio di un libro e la pubblicità gratuita che ne ricava parlano davvero un linguaggio di spontaneità ingenua?
3) Ritiene che il celibato - da lei scelto liberamente all'atto della sua ordinazione e non imposto - sia una condizione più intollerabile per un gay, rispetto a ogni altra persona eterosessuale? Non è che i preti si dividono in gay e "neutri" o che, peggio ancora (come ho scritto in post precedente), la giusta condanna dell'omofobia rischia di alimentare una forma strisciante di eterofobia? Nelle sue dichiarazioni sembra quasi che esista un problema celibatario solo per i gay; non sarà il caso di distinguere la questione della omosessualità dalla promessa di celibato che contraddistingue un ministro ordinato? Giova davvero confondere i due piani?
4) Se fossimo alle soglie di un Sinodo sul celibato dei preti la sua esternazione sarebbe stata, secondo me, ugualmente inopportuna, ma almeno pertinente. Perché invece depistare l'attenzione dell'opinione pubblica su un tema certamente scottante e che merita di essere discusso, ma che non è all'ordine del giorno di un Sinodo sulla famiglia? Ritiene che il tema dei credenti gay dovrebbe essere messo al centro di questo Sinodo? O forse, con tutti i riflettori accesi, non si doveva perdere un'occasioni così ghiotta?
5) In una sua dichiarazione, lei ha definito "fantastico" papa Francesco: si rende conto che il suo gesto è invece la migliore palla-gol che si poteva passare a tutti i "tradizionalisti" che invece lo ritengono un pericolo per la Chiesa? Le interviste di molti prelati sui giornali di oggi, lo lasciano intendere abbastanza facilmente; la reazione più immediata e impaurita suona all'incirca così: Ecco dove si va a finire andando dietro a questo papa
Insomma, forse lei pensava di usare i giornali ed è stato usato da loro, forse pensava di usare la sua storia per aprire la Chiesa e invece la sua storia sarà usata proprio per cercare di blindarla… 
Infine, vorrei concludere con altre due domande:
- Ai responsabili del mondo dell'informazione: se in vista del Sinodo, una coppia di anziani sposi vi avesse chiesto di raccontare la loro storia, fatta di fedeltà, anche se fragile e sofferta, di coerenza nella professione delle proprie idee, di accompagnamento generoso dei propri figli e nipoti e di quelli di altri, l'avreste raccontata? No, perché "fa notizia" l'uomo che morde un cane, non viceversa; ma a forza d'inseguire questo principio idiota, vi state rendendo conto di trasformare in regola l'eccezione alla regola e di disegnare l'immagine di un paese narcisista e viziato, che forse non assomiglia per nulla al paese reale?
- Ai responsabili della Congregazione per la dottrina della fede o dell'università Gregoriana: le vostre istituzioni funzionano come la "Germanwings", dove si facevano manutenzioni impersonali, secondo regole asettiche, ed è successo nel maggio scorso che un pilota con pulsioni suicide, di cui nessuno in azienda sapeva nulla, ha portato un intero aereo a schiantarsi contro una montagna? Come si fa a non guardare negli occhi le persone, oltre la superficie levigata delle funzioni, e poi non accorgersi che c'è chi vive una condizione di sofferenza e ha bisogno di essere ascoltato, aiutato e preso sul serio?
Forse i veri interlocutori di mons. Charamsa non sono né i giudici inappellabili né i tifosi superficiali: i primi non vogliono guardare in faccia la realtà, i secondi ne immaginano una che non esiste.