domenica 4 ottobre 2015

5 domande a mons. Charamsa (e non solo)


L'intervista di mons. Krzysztof Olaf Charamsa, apparsa proprio ieri sul "Corriere della sera", alla vigilia del Sinodo sulla famiglia, si presta a varie considerazioni, di segno anche molto diverso, che hanno tutte - o dovrebbero avere - il segno di una grande amarezza, da qualsiasi prospettiva si consideri l'episodio. Mons. Charamsa ha fatto, come oggi si dice, coming out, dichiarandosi gay e attualmente legato a un compagno, Eduard Planas. Grande, e più che prevedibile, il clamore mediatico su una storia sofferta ma che a questo punto non può più considerarsi privata, anche perché il prelato polacco ha ricoperto vari uffici pastorali nella diocesi di Lugano ed è attualmente ufficiale nella Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano, docente fra l'altro alla pontificia Università Gregoriana e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.
Vorrei premettere anzitutto che per svolgere considerazioni serene e senza autocensure su questo episodio è essenziale prescindere in modo assoluto da qualsiasi giudizio non solo sulla persona di mons. Charamsa, ma anche sulla sua vita, cioè sull'insieme dei comportamenti che concorrono a definire la biografia di una persona. È su quest'ultimo episodio in sé - innegabilmente e intenzionalmente mediatico - che vorrei dire in maniera libera e caritatevole rivolgere a mons. Charamsa 5 domande, provando a dintiguere alcuni piani, che in questo polverone rischiano di essere confusi:
1) Si è trattato di vero coraggio, come molti si sono affrettati a proclamare? Se il coraggio rinuncia alla prudenza, non rischia di accompagnarsi all'incoscienza o comunque di allontanarsi troppo dalla responsabilità? Per anni lei ha dichiarato fedeltà a un'istituzione, nella quale è entrato in modo libero, assumendo progressivamente delle grandi responsabilità e di fatto tradendo la fiducia che in lei è stata riposta. Ripeto, non entro nel merito delle sue scelte di vita, ma non le sembra che quando c'è incoerenza evidente tra vita privata e professione di fede pubblica, la richiesta rivolta all'istituzione di cambiare le sue regole sia non del tutto disinteressata?
2) Gettarsi a capofitto -  in questo modo e in questo momento - con un megafono nel tritacarne del circolo mediatico, che userà la sua storia per qualche mese prima di buttarla via per parlare d'altro, è davvero una testimonianza alla bellezza dell'amore e all'insopportabilità delle discriminazioni, come lei pensa? L'intervista a un quotidiano, calendarizzata in questo modo, la presentazione del suo compagno (in quella che di fatto è diventata una conferenza stampa), addirittura l'annuncio di un libro e la pubblicità gratuita che ne ricava parlano davvero un linguaggio di spontaneità ingenua?
3) Ritiene che il celibato - da lei scelto liberamente all'atto della sua ordinazione e non imposto - sia una condizione più intollerabile per un gay, rispetto a ogni altra persona eterosessuale? Non è che i preti si dividono in gay e "neutri" o che, peggio ancora (come ho scritto in post precedente), la giusta condanna dell'omofobia rischia di alimentare una forma strisciante di eterofobia? Nelle sue dichiarazioni sembra quasi che esista un problema celibatario solo per i gay; non sarà il caso di distinguere la questione della omosessualità dalla promessa di celibato che contraddistingue un ministro ordinato? Giova davvero confondere i due piani?
4) Se fossimo alle soglie di un Sinodo sul celibato dei preti la sua esternazione sarebbe stata, secondo me, ugualmente inopportuna, ma almeno pertinente. Perché invece depistare l'attenzione dell'opinione pubblica su un tema certamente scottante e che merita di essere discusso, ma che non è all'ordine del giorno di un Sinodo sulla famiglia? Ritiene che il tema dei credenti gay dovrebbe essere messo al centro di questo Sinodo? O forse, con tutti i riflettori accesi, non si doveva perdere un'occasioni così ghiotta?
5) In una sua dichiarazione, lei ha definito "fantastico" papa Francesco: si rende conto che il suo gesto è invece la migliore palla-gol che si poteva passare a tutti i "tradizionalisti" che invece lo ritengono un pericolo per la Chiesa? Le interviste di molti prelati sui giornali di oggi, lo lasciano intendere abbastanza facilmente; la reazione più immediata e impaurita suona all'incirca così: Ecco dove si va a finire andando dietro a questo papa
Insomma, forse lei pensava di usare i giornali ed è stato usato da loro, forse pensava di usare la sua storia per aprire la Chiesa e invece la sua storia sarà usata proprio per cercare di blindarla… 
Infine, vorrei concludere con altre due domande:
- Ai responsabili del mondo dell'informazione: se in vista del Sinodo, una coppia di anziani sposi vi avesse chiesto di raccontare la loro storia, fatta di fedeltà, anche se fragile e sofferta, di coerenza nella professione delle proprie idee, di accompagnamento generoso dei propri figli e nipoti e di quelli di altri, l'avreste raccontata? No, perché "fa notizia" l'uomo che morde un cane, non viceversa; ma a forza d'inseguire questo principio idiota, vi state rendendo conto di trasformare in regola l'eccezione alla regola e di disegnare l'immagine di un paese narcisista e viziato, che forse non assomiglia per nulla al paese reale?
- Ai responsabili della Congregazione per la dottrina della fede o dell'università Gregoriana: le vostre istituzioni funzionano come la "Germanwings", dove si facevano manutenzioni impersonali, secondo regole asettiche, ed è successo nel maggio scorso che un pilota con pulsioni suicide, di cui nessuno in azienda sapeva nulla, ha portato un intero aereo a schiantarsi contro una montagna? Come si fa a non guardare negli occhi le persone, oltre la superficie levigata delle funzioni, e poi non accorgersi che c'è chi vive una condizione di sofferenza e ha bisogno di essere ascoltato, aiutato e preso sul serio?
Forse i veri interlocutori di mons. Charamsa non sono né i giudici inappellabili né i tifosi superficiali: i primi non vogliono guardare in faccia la realtà, i secondi ne immaginano una che non esiste.

3 commenti:

  1. i protagonisti monsignore stampa curia...è tutta un ipocrisia. nella chiesa c'è la regola fai come vuoi noi lo sappiamo ma facciamo finta di non sapere e puoi diventare anche Papa.

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  2. Perfetto. Condivido. Non si poteva dire di piu' e meglio. Bisogna ritornare a "distinguere per unire"......

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  3. Il mio commento si riferiva alla riflessione di Luigi Alici ovviamente !

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