venerdì 9 ottobre 2015

Natura e persona: lo "sguardo diverso" di papa Francesco



Attesa e sorpresa, si sa, non sempre stanno insieme; in particolare, quando si tratta di rispondere a sfide complesse e globali, le attese possono diventare eccessive, in qualche caso addirittura sproporzionate. Non si può certo dire che l’enciclica di papa Francesco, Sulla cura della casa comune, non fosse un testo atteso; eppure è innegabile che la sorpresa ha superato l’attesa, come per Evangelii Gaudium, del resto. Nel caso di Laudato si’, la sorpresa in un certo senso è ancora più grande, ma solo il lettore che saprà scavare, con pazienza e lungimiranza, dentro un testo così profondo e stratificato potrà scoprire molto di più di quello che cerca.
La sorpresa riguarda, in particolare, un nodo cruciale dell’enciclica, costituito dal rapporto tra natura e persona, oggi al centro di un dibattito incandescente. Potremmo parlare di questione etico-antropologica, nel senso più ampio e inclusivo del termine: non solo una questione teorica (in ogni caso non secondaria), ma anche un crocevia in cui convergono aspetti molto diversi della questione ecologica, di ordine economico, sociale e politico, fino alle abitudini di vita individuali e alla prassi pastorale. 
Ecco la sfida: prendere sul serio la minaccia alla biosfera, mantenendo ferma – ovviamente – l’affermazione che l’uomo è unico essere voluto da Dio per se stesso, affermazione che attraversa tutta la tradizione cristiana, esplicitamente richiamata al n. 24 della Gaudium et Spes e ribadita in molte encicliche di Giovanni Paolo II.
L’impianto di fondo di Laudato si’ sfugge a questo falso dilemma, senza assumere un atteggiamento prudentemente cautelativo e senza “giocare in difesa”. Al contrario, papa Francesco imposta il discorso in modo radicale, grazie a un doppio passo avanti: da un lato, sul versante della natura, assume fino in fondo l’istanza ecologica, che invoca un approccio globale e integrato, senza lasciarsi appagare da interventi settoriali; dall’altro, afferma risolutamente che anche «l’ambiente sociale ha le sue ferite […] tutte sono causate in fondo dal medesimo male, cioè dall’idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti» (6). In altri termini, c’è un rapporto stretto tra «deterioramento della qualità della vita umana e degradazione sociale» (espressione che dà il titolo al cap. IV). Papa Francesco lo dice in modo esplicito: «Non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia» (118). Come l’alterazione dell’equilibrio naturale ha un riflesso globale, compromettendo la biosfera, allo stesso modo il disordine antropologico, che nasce da un potenziamento sconfinato della libertà, ha un riflesso sociale, compromettendo la convivenza.
Ecco allora un principio di fondo dell’enciclica: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (49). Non è possibile invocare approcci globali in chiave ecocentrica e poi separare queste due diverse forme di giustizia: rispetto al disegno unitario e stupendo della creazione, «quello che sta accadendo alla nostra casa» intreccia insieme deterioramento della qualità della vita e degradazione sociale.  
È questa l’alternativa profetica di papa Francesco al panteismo naturalistico: «L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (234), egli scrive, tenendo audacemente presenti anche i mistici dell’Islam. «Tutto è collegato» (91), «Tutto è connesso» (117, 138): questa tesi di fondo, continuamente ribadita nel testo, può considerarsi una chiave interpretativa dell'intera enciclica, che la fede cristiana traduce nell’invito a riscoprire il dinamismo trinitario della creazione, radice ultima della relazione tra tutte le creature: «Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (240).
Da questa tonalità di fondo scaturisce l’invito ad assumere uno «sguardo diverso» (111) sul creato, centrato sugli atteggiamenti positivi dello stupore e della lode, della gratitudine e della gratuità: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode» (12). Lo stesso appello a un compito etico, implicito nella cifra della “cura”, incarna coerentemente questo stile, che antepone all’etica della responsabilità una spiritualità della contemplazione: il riconoscimento della «casa comune», che «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l'esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1), rimanda all'idea di «una cura generosa e piena di tenerezza» (222).
Ne risulta un approccio profetico e insieme di grande realismo; dominato dalla speranza, attento a censire e valorizzare esperienze esemplari e alternative – soprattutto nel “micro” – che meritano di essere incoraggiate, ma consapevole che abbiamo bisogno di un nuovo sguardo e una nuova cura della casa comune, che interpella tutti noi, nessuno escluso: «L'autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa» (112).

[Testo tratto da  Natura e persona: lo “sguardo diverso” di papa Francesco, in G. Notarstefano (a cura di), Abiterai la terra. Commento all’enciclica Laudato si’, Ave, Roma 2015, pp. 51-58].

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