giovedì 19 novembre 2015

Quando la violenza è peggio della guerra



In una società complessa niente è mai troppo semplice: la vera semplicità si nasconde ai nostri occhi e noi non dobbiamo correre il rischio di cercarla nel posto sbagliato oppure - peggio - dimenticarla completamente. I tragici fatti di Parigi pesano ancora sul nostro cuore, esasperando i sentimenti più elementari che tutti noi proviamo quando si avviciniamo pericolosamente a quella enigmatica (ma chiarissima) linea di frontiera che divide l'umano dall'inumano: i sentimenti regressivi della paura, del dolore, dell'angoscia e quelli aggressivi della rabbia, dell'odio, dell'ostilità. L'umano è messo duramente alla prova, quando accade che una ragazza solare ed esemplare come Valeria Solesin, di cui sappiamo praticamente tutto, e un ragazzo giovane come lei, di cui non sappiamo praticamente nulla, ma verosimilmente accecato dall'odio e dalla disperazione, muoiono insieme: tutti e due vittime della stessa stessa violenza, per motivi in entrambi i casi incomprensibili, eppure diametralmente opposti, incommensurabili. 
Non si può mettere sullo stesso piano la vittima e il carnefice: sarebbe come aggiungere violenza a violenza, fino a diventarne complici. In questi casi, il numero dei morti cambia in modo significativo la rilevanza quantitativa dell'evento, ma non quella qualitativa: quando la violenza nasce da motivazioni pertinenti, comprensibili e giustificate potrebbe anche chiamarsi forza (come nel caso della legittima difesa), ma quando la sproporzione è assoluta, allora si deve parlare solo di violenza: violenza gratuita, allo stato "chimicamente" puro, con l'aggravante della sua perversa istituzionalizzazione.
Quando si mette sul piatto della bilancia una vita umana (o peggio, tante vite umane, peggio ancora se innocenti) sull'altro piatto nessuna motivazione potrà mai pesare altrettanto: la sproporzione è infinita, la bilancia collassa su se stessa. Non c'è più ragion di Stato che tenga: la motivazione politica diventa un pretesto delirante, la copertura religiosa un accecamente fanatico e blasfemo.
Quando poi la vittima è un ragazzo (o una ragazza!) kamikaze, lo scenario diventa ancora più inquietante: la morte della vittima si trasforma in una morte "utile", la morte del carnefice in un martirio altrettanto "utile", in una sorta di raddoppiamento nichilistico della distruzione. 
Dinanzi a questi scenari tutto diventa complesso e non dobbiamo cadere nella tentazione rassicurante della semplificazione ideologica: non tutto è evidente e immediato, perché il fenomeno del terrorismo dell'Is viene da lontano, sponsorizzato, allevato e usato in modo miope e criminale da macrospici errori di politica internazionale, da opportunismo doppiogiochista, da dilettantismi e strabismi diplomatici. 
C'è un doppio sguardo al quale non possiamo rinunciare: dobbiamo guardare lontano, denunciare criminali guerre di aggressione di cui ancora scontiamo gli effetti perversi, esigere trasparenza economica e persino tracciabilità nei pagamenti delle grandi forniture di petrolio sottobanco; dobbiamo chiederci anche se possiamo andare avanti così, con gli Stati Uniti che vogliono contemporaneamente deporre Assad, combattere Putin e vincere l'Is, e soprattutto con un'Europa che non c'è politicamente nei momenti straordinari e c'è (anche troppo) burocraticamente nella nostra vita ordinaria.
Ma nello stesso tempo dobbiamo guardare vicino: a questi ragazzi montati e disperati, in gran parte nati e cresciuti nelle nostre periferie, ai quali non basta più osservare dal buco della serratura gli sprechi indecenti di un Occidente consumista e svogliato; ragazzi accecati dalla rabbia e dalla frustrazione, alla ricerca di sicurezze ideologiche, di solidarietà galvanizzanti, di promesse impossibili. Ragazzi alla ricerca ossessiva e famelica di un nemico che possa confermarli nella loro convinzione purista di una comunità alternativa, che non vuole scendere a patti, che non sa - e non vuole - distinguere nel paniere dei valori dell'Occidente scienza e ideologia, democrazia e illegalità, progresso e ingiustizie sociali, religione e laicità...
Pronunciare il nome della guerra in un tale contesto significa dare a questa paradossale esaltazione collettiva della violenza proprio quello di cui ha bisogno: è come dare una dose a un tossico!
La guerra è una orrenda prova di forza per risolvere i conflitti, nell'illusione di fare prima e avere la meglio. Essa suppone però una identificazione geopolitica - e prima ancora istituzionale - del nemico; sospende alcune regole della vita sociale, ma non tutte: rispetta (o almeno cerca di rispettare) i civili, rispetta (o almeno cerca di rispettare) i prigionieri, si dà un codice militare di comportamento, riconosce il valore delle dichiarazioni, delle tregue e dei trattati, si accanisce quasi sempre sui confini più che sulle persone.
Nulla di tutto questo sta accadendo in questi anni. Siamo dinanzi a un fenomeno nuovo e dobbiamo avere il coraggio di cercare di capirlo e giudicarlo con categorie nuove. Dire guerra è una semplificazione, che tradisce un'impotenza culturale prima ancora che politica.
No, questa non è una guerra: è molto peggio. È una regressione verso una violenza selvaggia, che sembra riportarci indietro dal chiaroscuro della storia verso il buio della preistoria.
Pare che Napoleone avesse affermato: "Il male, in guerra come in politica, non è scusabile se non è assolutamente necessario". Ciononostante, lui non sembra aver fatto un grande sforzo per cercare di capire se tutto il male prodotto dalle sue guerre fosse davvero così assolutamente necessario. Eppure, oggi siamo spudoratamente oltre quest'affermazione, anche se dobbiamo comunque continuare a tenerla ferma, denunciando nello stesso tempo chi ne ha fatto un uso ipocrita. Oggi siamo in presenza di una sfida completamente nuova e diversa: il male è tanto più politicamente sovversivo quanto più è gratuito e non necessario! Perché qualcuno dovrebbe dimostrarci - con la forza della ragione e non con la ragione della forza - che la morte di persone innocenti, a teatro o al ristorante, fosse davvero assolutamente necessaria.
Mentre però la società deve ripensare profondamente se stessa, e aiutare la politica a guardare lontano  e a non cavalcare la paura, noi non dobbiamo dimenticare una verità semplice, semplicissima: il valore infinito della vita umana - sempre, dovunque -, di cui nessuno può disporre a suo piacimento, - mai, in nessuno luogo.
Non dobbiamo semplificare quello che è complesso, ma prima di tutto non dobbiamo complicare quello che è veramente semplice.

giovedì 12 novembre 2015

Papa Francesco alla Chiesa italiana

TV2000: Visita pastorale a Prato e Firenze – 10 novembre mattina

Puntata speciale del diario di Papa Francesco sulla Visita pastorale del Santo Padre a Prato e Firenze, condotta da Gennaro Ferrara con Marco Burini. 
Ospiti in studio: 
padre Michele Goh Lye Heng – Rettore e cappellano di San Bernardino da Siena – Roma, 
Leonardo Becchetti – Economista Università Tor Vergata, Luigi Accattoli – Corriere della Sera, 
Luigi Alici – Prof. Filosofia Morale presso Univ. di Macerata – già Presidente Nazionale di Azione Cattolica.

Ecco il video integrale

giovedì 5 novembre 2015

Agostino e il Sinodo sulla famiglia


373 dopo Cristo, un giovane brillante e di belle speranze arriva a Cartagine dalla provincia. Lo studio della retorica, indispensabile per la scalata sociale a cui aspira, non riesce a soddisfare la sua sete di verità; anche l'incontro con la Bibbia lo delude, mentre l'intransigentismo dei seguaci di Mani lo cattura. A distanza di più di vent'anni, quand'è ormai vescovo e racconta questo episodio nel III libro delle Confessioni, Agostino prende le distanze dal fondamentalismo dei Manichei con un argomento di incredibile e straordinaria attualità, che merita di essere ricordato. L'errore di fondo delle loro dottrine deriverebbe, secondo il vescovo di Ippona, da un background materialista, che trasforma la lotta tra bene e male in uno scontro fisico tra potenze cosmiche, da far impallidire - diremmo oggi - la saga di Tolkien del "Signore degli anelli". Il materialismo si traduce quindi in un letteralismo biblico, incapace di comprendere il senso invisibile della Scrittura, che solo l'intelligenza spirituale può cogliere nelle pieghe nascoste oltre la sua superficie visibile, e in un rigorismo etico, statico ed esteriore. Questi due atteggiamenti si fondevano nei Manichei in una dura critica all'Antico Testamento: interpretato alla lettera, appariva loro un concentrato di sacrifici, prescrizioni e pratiche rituali contradditorie e inconciliabili con il il Nuovo Testamento. 
La risposta di Agostino è sorprendente e tiene conto sia della differenza paolina tra littera e spiritus, sia - ancor di più - di quella tra legge e grazia: chi si ferma alla dimensione esteriore non solo non coglie il significato più profondo della Parola di Dio, ma perde di vista anche il senso stesso della coscienza morale, che deve raccordare l'immutabilità delle legge divina alla mutevolezza dei tempi: non dobbiamo indignarci quando vediamo che i precetti divini «sono diversi in rapporto alle diverse circostanze di tempo, pur essendo entrambi al servizio della medesima giustizia»; «ciò vorrebbe forse dire - si chiede retoricamente Agostino - che la giustizia è soggetta a variazioni e mutamenti? In realtà sono i tempi cui essa sovrintende che non procedono simultaneamente, proprio perché sono dei tempi» (3,7,13). In quegli anni, aggiunge, «io non afferravo che la giustizia... aveva presente simultaneamente tutti i suoi precetti ad un livello di gran lunga più alto e sublime e, senza conoscere variazioni particolari, era tuttavia in grado di assegnare precetti appropriati alle situazioni particolari e non tutti simultaneamente (nulla ex parte variari et tamen variis temporibus non omnia simul, sed propria distribuentem ac praecipientem)» (3,7,14). 
Ciò non impedisce di riconoscere che alcuni vizi e misfatti sono condannati da Dio in assoluto, anche andando contro i costumi dominanti. Accanto ad essi, però, ci sono anche «i peccati di chi è in cammino (peccata proficientium), motivo di biasimo secondo un principio di perfezione da chi giudica rettamente, e di incoraggiamento nella speranza di un buon raccolto, come i germogli in vista del grano». Ci sono poi atti che assomigliano a un vizio o a un misfatto ma in realtà non sono peccati «poiché non offendono te, Signore Dio nostro, né i rapporti di convivenza, come quando ci si procura cose che servono opportunamente nelle circostanze della vita, senza esser sicuri che ciò avvenga per la voglia di possedere». Insomma chi si ferma alla lettera, non comprende la complessità della sintesi tra legge e storia, che dobbiamo responsabilmente compiere in interiore homine; una sintesi sempre perfettibile, che non può essere bypassata sostituendola con un "ricettario" rigido e statico, astratto e atemporale. 
Ecco allora la conclusione di Agostino: «Insomma sono molte le azioni che sembrerebbero umanamente riprovevoli, mentre sono da approvare, stando alla tua testimonianza, e molte le azioni lodate dagli uomini e che la tua testimonianza invece condanna; spesso infatti altro è il modo in cui un atto si presenta, altro lo spirito con cui lo si compie, come pure il complesso di circostanze che non conosciamo» (3,9,17).
Dedico con gioia queste pagine di un grande Maestro, certamente non sospetto di relativismo, a tutti i "seriamente preoccupati", che che vivono con angoscia gli esiti del Sinodo sulla famiglia. A volte un po' di senso storico è la medicina migliore contro tutte le nostre paranoie.