giovedì 5 novembre 2015

Agostino e il Sinodo sulla famiglia


373 dopo Cristo, un giovane brillante e di belle speranze arriva a Cartagine dalla provincia. Lo studio della retorica, indispensabile per la scalata sociale a cui aspira, non riesce a soddisfare la sua sete di verità; anche l'incontro con la Bibbia lo delude, mentre l'intransigentismo dei seguaci di Mani lo cattura. A distanza di più di vent'anni, quand'è ormai vescovo e racconta questo episodio nel III libro delle Confessioni, Agostino prende le distanze dal fondamentalismo dei Manichei con un argomento di incredibile e straordinaria attualità, che merita di essere ricordato. L'errore di fondo delle loro dottrine deriverebbe, secondo il vescovo di Ippona, da un background materialista, che trasforma la lotta tra bene e male in uno scontro fisico tra potenze cosmiche, da far impallidire - diremmo oggi - la saga di Tolkien del "Signore degli anelli". Il materialismo si traduce quindi in un letteralismo biblico, incapace di comprendere il senso invisibile della Scrittura, che solo l'intelligenza spirituale può cogliere nelle pieghe nascoste oltre la sua superficie visibile, e in un rigorismo etico, statico ed esteriore. Questi due atteggiamenti si fondevano nei Manichei in una dura critica all'Antico Testamento: interpretato alla lettera, appariva loro un concentrato di sacrifici, prescrizioni e pratiche rituali contradditorie e inconciliabili con il il Nuovo Testamento. 
La risposta di Agostino è sorprendente e tiene conto sia della differenza paolina tra littera e spiritus, sia - ancor di più - di quella tra legge e grazia: chi si ferma alla dimensione esteriore non solo non coglie il significato più profondo della Parola di Dio, ma perde di vista anche il senso stesso della coscienza morale, che deve raccordare l'immutabilità delle legge divina alla mutevolezza dei tempi: non dobbiamo indignarci quando vediamo che i precetti divini «sono diversi in rapporto alle diverse circostanze di tempo, pur essendo entrambi al servizio della medesima giustizia»; «ciò vorrebbe forse dire - si chiede retoricamente Agostino - che la giustizia è soggetta a variazioni e mutamenti? In realtà sono i tempi cui essa sovrintende che non procedono simultaneamente, proprio perché sono dei tempi» (3,7,13). In quegli anni, aggiunge, «io non afferravo che la giustizia... aveva presente simultaneamente tutti i suoi precetti ad un livello di gran lunga più alto e sublime e, senza conoscere variazioni particolari, era tuttavia in grado di assegnare precetti appropriati alle situazioni particolari e non tutti simultaneamente (nulla ex parte variari et tamen variis temporibus non omnia simul, sed propria distribuentem ac praecipientem)» (3,7,14). 
Ciò non impedisce di riconoscere che alcuni vizi e misfatti sono condannati da Dio in assoluto, anche andando contro i costumi dominanti. Accanto ad essi, però, ci sono anche «i peccati di chi è in cammino (peccata proficientium), motivo di biasimo secondo un principio di perfezione da chi giudica rettamente, e di incoraggiamento nella speranza di un buon raccolto, come i germogli in vista del grano». Ci sono poi atti che assomigliano a un vizio o a un misfatto ma in realtà non sono peccati «poiché non offendono te, Signore Dio nostro, né i rapporti di convivenza, come quando ci si procura cose che servono opportunamente nelle circostanze della vita, senza esser sicuri che ciò avvenga per la voglia di possedere». Insomma chi si ferma alla lettera, non comprende la complessità della sintesi tra legge e storia, che dobbiamo responsabilmente compiere in interiore homine; una sintesi sempre perfettibile, che non può essere bypassata sostituendola con un "ricettario" rigido e statico, astratto e atemporale. 
Ecco allora la conclusione di Agostino: «Insomma sono molte le azioni che sembrerebbero umanamente riprovevoli, mentre sono da approvare, stando alla tua testimonianza, e molte le azioni lodate dagli uomini e che la tua testimonianza invece condanna; spesso infatti altro è il modo in cui un atto si presenta, altro lo spirito con cui lo si compie, come pure il complesso di circostanze che non conosciamo» (3,9,17).
Dedico con gioia queste pagine di un grande Maestro, certamente non sospetto di relativismo, a tutti i "seriamente preoccupati", che che vivono con angoscia gli esiti del Sinodo sulla famiglia. A volte un po' di senso storico è la medicina migliore contro tutte le nostre paranoie.

4 commenti:

  1. Forse era meglio mettere tutto il testo di Agostino e poi un commento. Il risultato di questa riflessione non è chiaro come vorrebbe sembrare: lascia aperte diverse strade di interpretazione, a mio avviso, come se potesse essere letto con uguale "soddisfazione" da chiunque.
    L'ultima citazione di Sant'Agostino che viene fatta può apparire assolutamente relativistica se letta fuori dal suo contesto.
    Ora, sant'Agostino ha scritto un mare di roba, che usata opportunamente (con il copia e incolla) fa dire tutto e il suo contrario con uguale fervore. Alcune eresie sono partite proprio così. Non è però un approccio corretto, sia nei confronti del santo (mio patrono, tra l'altro) che nei confronti del lettore, che non ha letto il contesto dell'opera.
    Meglio sarebbe dire che la pratica pastorale con il tempo deve fare degli aggiustamenti, ma non alla dottrina, piuttosto a quelle cose che possono aiutare i credenti a comprendere in maniera più profonda la dottrina stessa, visto che le circostanze della vita e i costumi del tempo attuale non aiutano più in tal senso.
    Ci sono molte cose nella Chiesa che non sono dogmi, ma sono segni che contribuiscono alla vita e alla perfezione spirituale dei cristiani (che poi come lievito fanno lievitare l'impasto che è l'umanità tutta): il celibato dei preti, la continenza (per tutti!), il digiuno e l'astinenza. le opere di misericordia, ecc.
    Comprendere che c'è complessità nella sintesi tra legge e storia non basta per agire in maniera morale retta: è troppo pericoloso per una persona debole. Grazie a questo tipo di approccio esiste la possibilità di eludere in maniera scellerata o inconsapevole i principi morali, trovando al contempo una giustificazione plausibile (l'ha detto sant'Agostino, il quale intendeva ben altro).
    Capisco che mettere nel blog tutto il contesto dei brani citati di sant'Agostino sia quasi follia, eppure dobbiamo renderci conto che l'estrema sintesi che pretendiamo al giorno d'oggi, quella che chiede di leggere o sentire solo il "succo" delle cose, in realtà ci può far smarrire il senso vero delle cose stesse. In particolare la questione dell'evoluzione della morale è un argomento assolutamente incompatibile con la sintesi, proprio perché queste mutazioni avvengono a piccoli passi nella storia degli uomini, attraverso costumi, cultura, fatti storici, e sintetizzare questo processo ci fa sentire al di sopra di quelle persone che per noi avevano un atteggiamento morale incomprensibile, se visto come un salto di qualità e non come una evoluzione di piccoli passi.
    Quello che comunque è ancor più importante ribadire è che i fondamenti della morale — basati essenzialmente sui 10 comandamenti e sull'interpretazione che ne fa Gesù (avete inteso che fu detto... ma io vi dico...), sulla regola d'oro (non fare agli altri... / fai agli altri... ), — non mutano con il mutare dei costumi. Quello che muta è la consapevolezza di alcune azioni morali a scapito di altre, e l'azione della Chiesa si rivolge ai credenti perché possano agire in maniera moralmente retta nel tempo che vivono. Per esempio: non cambia il "non rubare" (è sempre peccato grave), ma non pagare le tasse o usare i soldi pubblici per interessi privati, in estrema sintesi, è una forma di furto verso i più deboli in particolare; e al giorno d'oggi è importante ricordarlo (anche per cambiare lo stato delle cose, impedire che questo succeda e creare un sistema più virtuoso che aiuti tutti).

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  2. Non dobbiamo scambiare un blog con una trattazione scientifica; il testo di Agostino (NON manipolato) suscita un interesse, interroga il lettore, può far crescere un interesse ad approfondire. Del resto, nelle parti citate risulta chiaramente che Agostino distingue benissimo tra legge e storia, e non scambia il cammino dell'uomo con la storicità della legge; ricorda anche, però, che ognuno deve elaborare responsabilmente una sintesi e che quindi il nostro compito non è di sostituirci alle persone deboli, ma di accompagnarle (anche con la nostra debolezza) a crescere in autonomia morale. Mi pare che il suo testo si occupi solo del peccato e non prenda in considerazione il cammino del peccatore. Oggi, papa Francesco a Firenze - nemmeno a farlo apposta - ha indicato due tentazioni da cui i cristiani si debbono guardare: il pelagianesimo e lo gnosticismo. E il testo di Agostino - guarda caso - riguarda proprio una critica alla gnosi manichea! Se non guardiamo prima di tutto al peccatore (quindi anche a noi stessi), la vita cristiana si riduce ad un prontuario di peccati e l'unica preoccupazione resta quella di mettere in guardia contro manipolazioni, eresie, relativismo. Vogliamo continuare così?

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  3. Sono arrivato su questo blog cliccando su un link sul sito dell'Azione Cattolica Italiana e ho letto con curiosità l'articolo, anche grazie al suo titolo. Per quanto prolisso (lo so!) ho risposto a caldo, ma non per criticarne i contenuti, ma perché mi sembra che un lettore sprovvisto di cultura agostiniana deve fare un atto di fede sulle conclusioni.
    Spesso il compianto card. Biffi diceva — quando gli chiedevamo perché non rispondesse pubblicamente ai giornali che non riportavano le sue parole e lo criticavano duramente su cose da lui mai dette — : "L'importante è che ne parlino". Perché la verità ha anche strade sue per arrivare a farsi strada nei cuori.
    Forse sono semplicemente io che non capisco il linguaggio dei blog, che spesso ritengo troppo sintetici, perché non riesco ad accontentarmi delle impressioni, ma ho bisogno di certezze.

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  4. Il confronto serve a questo: ad andare oltre le impressioni e a mettere alla prova le certezza autentiche. Quindi continuiamo a dialogare! Cordialmente

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