giovedì 7 gennaio 2016

Incontrare, generare, raccontare

Casa san Girolamo - Spello

La vita spirituale non è la cura di una “cittadella dell’anima”, rivolta quasi a impermeabilizzarla e a isolarla come se fosse un ecosistema separato. In un certo senso, vita spirituale oggi potrebbe significare soprattutto cura spirituale di tre verbi, che si esprime nella loro coniugazione in tutte e tre le forme possibili: attiva, passiva, riflessiva…
 
Incontrare. La vita spirituale, prima di tutto, è essere incontrati (ecco, la forma passiva); da questo nasce quindi la possibilità di incontrare gli altri (forma attiva) e nello stesso tempo di incontrarmi riflessivamente con me stesso. L’importante è riconoscere che l’incontro è la vita, non un additivo estraneo alla vita. Il primato della vita è il primato dell’incontrare: l’incontro è stupore, sorpresa, esodo; è deserto e manna, distanza e prossimità. Vittorio Bachelet in un suo scritto invita proprio ad “apprendere la virtù dell’incontro”. Nel mistero trinitario lo Spirito è incontro. Una spiritualità alla quale manca la dimensione dell’incontrare è vuota, ripetitiva, narcisisticamente avvitata su se stessa. Tutt’al più, una spiritualità dell’incontro che non sa dilatarsi oltre lo spazio e il tempo riduce la vita spirituale a un club salottiero di amici.
Incontrare oltre lo spazio, nell’epoca della globalizzazione, è una sfida urgente per l’Azione cattolica, che non può accontentarsi di presenze significative in alcuni Paesi, ma tutto sommato circoscritte e prive di un’apertura internazionale significativa, senza quindi poter accompagnare la Chiesa nella mondialità della sua proiezione evangelizzatrice.
L’incontro si deve poi dilatare anche nel tempo, in avanti e all’indietro. Questo potrebbe significare rimetterci a studiare i Padri della Chiesa, che hanno vissuto una fase di annuncio della fede in un contesto di collasso dell’impero romano, con molte analogie con il nostro tempo. Dopo il sacco di Roma del 410, ad esempio, sant’Agostino ha dovuto confrontarsi con le stesse accuse del mondo pagano che oggi abbiamo sentito dopo l’11 settembre 2001 (per la verità anche tra cristiani): “Abbiamo i barbari in casa, non è tempo di amore”.


Generare. L’incontro autentico si traduce sempre in un “concepimento spirituale” come vero evento di novità. Concepimento spirituale è capacità di decisione nella vita; decisione di lavoro, di scelta vocazionale e di servizio. È riuscire a capire che non tutte le scelte stanno su uno stesso piano. Noi, invece, spesso non sappiamo essere generativi, non sappiamo compiere – insieme – le scelte giuste nel momento giusto. Nella vita quotidiana, accanto a tante piccole luci, ci sono rari momenti privilegiati in cui può scattare una scintilla e accendersi un fuoco.
Vita spirituale è riconoscere i momenti privilegiati di novità; il tempo della grazia dentro il tempo dell’orologio, il kairòs dentro il chronos. È saper concepire per poter generare; è riuscire a far convergere tutte le facoltà, le attese, le speranze di una persona nel punto di fusione in cui la vita prende una fisionomia diversa. La vita spirituale è gratitudine che nasce dal riconoscimento di essere stati chiamati all’essere da un atto di cui noi non possediamo l’origine. Se la grazia è la prima parola, la gratitudine deve essere la seconda. La vita spirituale è continua rigenerazione dall’alto. Ecco la vera sfida: rinascere dall’alto. È rivolta anche a noi la parola severa e accorata di Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?» (Gv 3,9-10).
L’applicazione associativa è evidente: Come, voi che siete l’Associazione in cui si parla continuamente di scelta religiosa, non conoscete queste cose? Non vi accorgete quando le parole girano a vuoto, quando non fanno più presa sul vissuto delle persone, quando la macchina consuma inutilmente carburante, quando il freno a mano è tirato e non riusciamo a schiodarci dal terreno? Come ogni persona, anche un’associazione gloriosa rischia di essere schiacciata dal proprio passato e non essere più generativa. Chi sa rigenerarsi, sa essere fecondo, contagioso; sa restituire fecondità, sa accompagnare gli altri verso la rinascita. Forse questo accompagnamento spirituale oggi è un compito straordinariamente importante. In un intervento alle religiose, papa Francesco disse che si diventa acide come zitelle quando non si è feconde. Non dobbiamo sottovalutare il pericolo di essere sempre pronti a lamentarci perché gli altri non ci capiscono e non ci aiutano. Risentiti, quindi frigidi e sterili. Non possiamo permettere che l’equilibrio, che è la cifra della vita spirituale in Azione cattolica, degeneri in equilibrismo, trasformando la scelta religiosa nel pretesto per non scegliere mai. La scelta religiosa è prima di tutto capacità di scegliere! Non può trasformarsi in un alibi per mascherare l’inerzia di chi starebbe sempre sulle questioni di metodo, senza mai entrare nel merito. Una vita spirituale autentica e non evasiva deve generare stili di riordino del vissuto, forme di diaconia e di ministerialità appassionate, non solo di servizio alla Chiesa ma anche di elaborazione del bene comune; progettualità lungimiranti e coraggiose sull’educazione e sulla scuola, sul lavoro e sul welfare, sulla partecipazione alla vita della polis non sono estranee né alla scelta religiosa, né alla vita spirituale. Vita spirituale e scelta religiosa s’incontrano appunto nella loro attitudine generativa.


Raccontare. La vita spirituale è incontro, generazione, partecipazione, comunicazione, reciprocità anche nella distanza; è tessitura, inclusione, dono di senso, discernimento capace di trasformare i problemi in occasioni di crescita; ma è anche capacità di leggere in controluce e raccontare gli eventi della vita personale, associativa, ecclesiale, culturale e sociale. Quindi ha uno sguardo lungo, uno sguardo intergenerazionale. Se vogliamo prendere sul serio la storia, dobbiamo prendere sul serio il verbo raccontare. Una vita spirituale alla quale manca la dimensione della tessitura narrativa è incapace di annuncio, di sintesi coinvolgente tra fede e storia: incapace di essere un luogo fertile dove gli orizzonti si allargano, i volti s’incontrano, le differenze diventano conviviali, il futuro si fa restituzione creativa alla giovani generazioni come risposta alle incompiutezze del passato. L’opzione narrativa non corrisponde solo a una moda culturale, ma è la forma della comunicazione che sa stare dentro la storia delle persone. Oggi la dimensione narrativa risponde, non a caso, a un bisogno diffuso: lo story telling è ormai diventato un fattore primario di identità civile e persino aziendale. Al di là delle mode, dobbiamo riconoscere che la narrazione è nata con il Vangelo, mentre oggi sembra essere una scoperta del marketing!
Solo dopo aver trovato un centro di senso, Agostino è riuscito a raccontare la propria vita in modo coinvolgente; scrivendo le sue Confessioni, ha inventato un genere letterario. Un autentico genere letterario, perché in quella storia particolare ed estremamente personale, possiamo ritrovarci tutti.
Il raccontare non è una cosa facile. Deve esserci anzitutto una “materia prima” interessante (che, grazie a Dio, non ci manca!), ma anche una capacità di amalgama, di elaborazione, di tessitura personalizzata e profetica. Dobbiamo trovare un centro di senso attorno al quale costruire la trama, selezionare gli eventi significativi, trasformandoli in una narrazione aperta e inclusiva che non allontana, ma trasforma la distanza in prossimità.
Appartiene alla cura intergenerazionale della narrazione anche la coltivazione di un immaginario religioso. I teologi hanno fatto bene ad affermare (anche se con qualche eccesso iconoclasta) che l’immaginario religioso è un luogo teologico pericoloso. Ma oggi gli studi sull’immaginario sociale fioriscono e dicono che una società non sta in piedi senza un immaginario sociale condiviso. I nostri ragazzi che cosa immaginano quando diciamo “paradiso”? Che cosa immaginano quando diciamo “felicità”? L’immaginario religioso è il corollario di una spiritualità narrativa, perché la grande storia che abbraccia e incrocia tante piccole storie esige un patrimonio condiviso di concetti e immagini, di dottrina e intuizione, di verità e passione.
Come ha scritto William B. Yeats, “educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco”. E il grande Gustav Mahler aggiungerebbe: “La tradizione è la salvaguardia del fuoco, non l’adorazione della cenere”. Ma un cristiano deve stare dentro questa tradizione e raccontarla in modo creativo e coinvolgente, non abitudinario e apatico, senza mai dimenticare le parole infuocate di santa Chiara da Montefalco:  “Tutte le cose ardono, tutte le cose ardono, e voi che fate?”.

A questo punto la riflessione può trasformarsi in invocazione e preghiera:

Santo Spirito,
illumina il cuore e la mente
ispira pensieri e opere di bene
compagina e rigenera la vita
accomuna la famiglia umana
promuovi il regno dell’amore
dona la grazia della comunione
e accoglici tutti nella gloria della Trinità.
Amen


(Tratto da Le coordinate della vita spirituale nell’esperienza dell’Azione cattolica, in Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici, Ave, in corso di stampa)

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