mercoledì 11 maggio 2016

Cittadini di Galilea

L’estate si sta avvicinando e il desiderio di ritagliarsi un po’ di spazio per la lettura di un buon libro comincia a farsi sentire. Un’opportunità immediata è la prima pubblicazione dell’editrice Ave uscita dal laboratorio “polmone spirituale” di Casa San Girolamo a Spello, Cittadini di Galilea. La vita spirituale dei laici. I contributi di Luigi Alici, mons. Mansueto Bianchi e Matteo Truffelli, accompagnano il lettore lungo il sentiero di Galilea, la terra da cui è partito il cammino di Gesù e il percorso della Chiesa. Un luogo simbolico ma assai concreto, da cui può idealmente prendere il via l’esperienza di ogni laico cristiano, chiamato a vivere la propria spiritualità nelle realtà che abita quotidianamente, dalla famiglia al lavoro, dalla parrocchia alla città.

L. Alici, M. Bianchi, M. Truffelli, Cittadini di Galilea. La cita spirituale dei laici, Ave, Roma 2016, pp. 128, € 7

sabato 7 maggio 2016

Amoris Laetitia e la parabola del professore

"Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma
credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa
attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità
" (AL, 308).


A mio giudizio, è questa un'affermazione centrale della recente Esortazione "Amoris Laetitia", sull'amore nela famiglia, con la quale Francesco assume e rilancia i due Sinodi sulla famiglia. Al di là del tono dimesso, si tratta di una dichiarazione solenne e autorevole - che per molti versi deve mettere i brividi a ogni vero credente -  con la quale il papa manifesta il senso più alto del mandato, che ritiene di avere ricevuto come Vicario di Cristo sulla terra, in questo particolare frangente storico. 
Ogni altro aspetto specifico del testo, secondo me, dovrebbe essere letto alla luce di questa frase, che comporta un'autentica "rivoluzione copernicana" nella postura della Chiesa rispetto alla storia. 
Prima di riprendere e approfondire, in un prossimo post, alcune delle tesi portanti di "Amoris Laetitia", vorrei ora provare a offrire una chiave di lettura di tale "rivoluzione copernicana" attraverso un piccolo esempio.

C'era una volta un vecchio professore di matematica. Bravissimo, ma vecchio e stanco. Si era laureato a pieni voti e aveva davanti a sé grandi attese, ma le porte della carriera universitaria non si aprirono, come segretamente sperava. Andò a insegnare in un liceo, e a poco a poco si adattò alla vita scolastica, anche se in cuor suo si considerava sprecato per quei ragazzi. I primi anni, comunque, furono di grande successo: quando andava alla lavagna, in quella classe che nessuno riusciva a tenere, scendeva un silenzio elettrizzante. I più bravi lo idolatravano, gli altri lo temevano, la classe intera lo seguiva. Il professore era esigente, molto esigente, ma le cose alla fine andavano molto bene. 
Il suo vero nemico era però il tempo: cominciarono a passare gli anni, implacabilmente, uno dopo l'altro. Poco a poco il professore si era affezionato ad alcuni giri di frase, ad alcune formule, ad alcuni modi di dire: da giovane avevano funzionato, perché non dovrebbero funzionare sempre? Ma la ripetizione delle stesse cose è un veleno micidiale, che anestetizza la vita e fa perdere progressivamente il contatto con gli altri. La routine è il nemico implacabile dell'entusiasmo. Quel professore esigente diventò sempre più severo, chiuso, irrigidito nei propri schemi e alla fine spompato. Un piccolo tarlo, che lo accompagnava da anni, gli crebbe dentro fino a diventare un ritornello ricorrente: "Questi ragazzi non mi capiscono, non mi seguono, non mi meritano". La distanza dagli allievi si trasformò in vero e proprio disprezzo.
Nel frattempo, da qualche anno le classi erano sempre meno numerose: fuori della scuola accadevano strani fenomeni, mai capitati, per lui incomprensibili. Le famiglie si sfasciavano, la società si andava sbriciolando e le tecnologia - quella tecnologia che un tempo lui conosceva così bene - era diventata una banale merce di consumo. I ragazzi erano sempre più apatici, distratti, aridi, attaccati ai loro telefonini, da cui succhiavano il nulla. Nessuno voleva più andare a scuola.

Un giorno il nuovo preside lo chiamò: gli fece un lungo discorso, che gli dava fastidio, lo rimetteva in discussione, lo lasciava disorientato e infastidito. Disse di sì a quasi tutte le parole del preside, alternando espressioni di circostanza a un ossequio vuoto e formale, ma in cuor suo aveva ormai mollato. 
"Ma cosa vuole questo qui? Vuole insegnarmi il mestiere, dopo tanti anni d'dui scuola? Io conosco la materia e la trasmetto nella sua interezza. I contenuti sono quelli che contano, non abbasserò mai l'asticella… dove andremo a finire altrimenti? Se fuori della scuola le cose non vanno bene, non è mica colpa mia! Che vuole da me, che mi metta a fare l'assistente sociale? I ragazzi non sono più quelli di una volta, la società non è più quella di una volta, ma la legge della caduta dei gravi o la teoria della relatività non possono mica cambiare per accontentare questa gente di dura cervice! Che significa che io debbo riconoscere la loro fragilità, camminare insieme a loro, integrarli e non emarginarli? Non posso mettermi al loro livello; una volta sceso dalla cattedra, che cosa mi rimane? Sono uno professore, io; loro una massa di svalvolati…"

Chi vuole intendere, intenda…