sabato 7 maggio 2016

Amoris Laetitia e la parabola del professore

"Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma
credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa
attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità
" (AL, 308).


A mio giudizio, è questa un'affermazione centrale della recente Esortazione "Amoris Laetitia", sull'amore nela famiglia, con la quale Francesco assume e rilancia i due Sinodi sulla famiglia. Al di là del tono dimesso, si tratta di una dichiarazione solenne e autorevole - che per molti versi deve mettere i brividi a ogni vero credente -  con la quale il papa manifesta il senso più alto del mandato, che ritiene di avere ricevuto come Vicario di Cristo sulla terra, in questo particolare frangente storico. 
Ogni altro aspetto specifico del testo, secondo me, dovrebbe essere letto alla luce di questa frase, che comporta un'autentica "rivoluzione copernicana" nella postura della Chiesa rispetto alla storia. 
Prima di riprendere e approfondire, in un prossimo post, alcune delle tesi portanti di "Amoris Laetitia", vorrei ora provare a offrire una chiave di lettura di tale "rivoluzione copernicana" attraverso un piccolo esempio.

C'era una volta un vecchio professore di matematica. Bravissimo, ma vecchio e stanco. Si era laureato a pieni voti e aveva davanti a sé grandi attese, ma le porte della carriera universitaria non si aprirono, come segretamente sperava. Andò a insegnare in un liceo, e a poco a poco si adattò alla vita scolastica, anche se in cuor suo si considerava sprecato per quei ragazzi. I primi anni, comunque, furono di grande successo: quando andava alla lavagna, in quella classe che nessuno riusciva a tenere, scendeva un silenzio elettrizzante. I più bravi lo idolatravano, gli altri lo temevano, la classe intera lo seguiva. Il professore era esigente, molto esigente, ma le cose alla fine andavano molto bene. 
Il suo vero nemico era però il tempo: cominciarono a passare gli anni, implacabilmente, uno dopo l'altro. Poco a poco il professore si era affezionato ad alcuni giri di frase, ad alcune formule, ad alcuni modi di dire: da giovane avevano funzionato, perché non dovrebbero funzionare sempre? Ma la ripetizione delle stesse cose è un veleno micidiale, che anestetizza la vita e fa perdere progressivamente il contatto con gli altri. La routine è il nemico implacabile dell'entusiasmo. Quel professore esigente diventò sempre più severo, chiuso, irrigidito nei propri schemi e alla fine spompato. Un piccolo tarlo, che lo accompagnava da anni, gli crebbe dentro fino a diventare un ritornello ricorrente: "Questi ragazzi non mi capiscono, non mi seguono, non mi meritano". La distanza dagli allievi si trasformò in vero e proprio disprezzo.
Nel frattempo, da qualche anno le classi erano sempre meno numerose: fuori della scuola accadevano strani fenomeni, mai capitati, per lui incomprensibili. Le famiglie si sfasciavano, la società si andava sbriciolando e le tecnologia - quella tecnologia che un tempo lui conosceva così bene - era diventata una banale merce di consumo. I ragazzi erano sempre più apatici, distratti, aridi, attaccati ai loro telefonini, da cui succhiavano il nulla. Nessuno voleva più andare a scuola.

Un giorno il nuovo preside lo chiamò: gli fece un lungo discorso, che gli dava fastidio, lo rimetteva in discussione, lo lasciava disorientato e infastidito. Disse di sì a quasi tutte le parole del preside, alternando espressioni di circostanza a un ossequio vuoto e formale, ma in cuor suo aveva ormai mollato. 
"Ma cosa vuole questo qui? Vuole insegnarmi il mestiere, dopo tanti anni d'dui scuola? Io conosco la materia e la trasmetto nella sua interezza. I contenuti sono quelli che contano, non abbasserò mai l'asticella… dove andremo a finire altrimenti? Se fuori della scuola le cose non vanno bene, non è mica colpa mia! Che vuole da me, che mi metta a fare l'assistente sociale? I ragazzi non sono più quelli di una volta, la società non è più quella di una volta, ma la legge della caduta dei gravi o la teoria della relatività non possono mica cambiare per accontentare questa gente di dura cervice! Che significa che io debbo riconoscere la loro fragilità, camminare insieme a loro, integrarli e non emarginarli? Non posso mettermi al loro livello; una volta sceso dalla cattedra, che cosa mi rimane? Sono uno professore, io; loro una massa di svalvolati…"

Chi vuole intendere, intenda…

5 commenti:

  1. Ho capito, questa è la storia mimetizzata di Gesù C. che nvece di morire in croce ha continuato a vivere e a svolgere la sua missione in un mondo che si disinteressa sempre più delle sue "teorie". In genere i prof iniziano severi e inflessibili e poi con l'età si raddolciscono (o anche ramolliscono), ma lui invece continua (forse perchè ciò lo riporta alla sua giovinezza?) a ripresentare lo stesso "teorema".

    "Le leggi non possono mica cambiare per accontentare questo popolo dalla dura cervice!"
    Infatti, questo è proprio Gesù C. che lo diceva, che lo pensava. Quel Mosè che osò intercedere verso Jahwe, il quale bollò il suo popolo come "duro di cervice", e che strappò il pentimento di Dio perchè non lo distruggesse, quel Mosè poi introdusse il divorzio proprio concordando (stando al professore-maestro Gesù C.), alla fine, con Jahwe nel definire "duro di cuore" il popolo: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli". Mentre invece questo vecchio e stanco Gesù C. continua a riportare tutto al principio, riconosce la durezza di cuore del popolo ed è più misericordioso di san Francesco e di papa Francesco messi insieme, eppure da vecchio rintronato continua a sognare, disegnare e insegnare il vecchio sogno e disegno di Dio. Chi vuol capire capisca.

    Matteo 19 "Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via?». 8 Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio».
    10 Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11 Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12 Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

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  3. Mah, non sono sicuro di aver capito. So solo che non è minimamente quanto intendevo

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  4. Vero vero vero , le ripetizioni addormentano !!!

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  5. Sinceramente, se capisco bene quanto ha scritto in modo forse un po’ criptico Massimo Zambelli, mi trovo d’accordo con lui. Naturalmente non si può negare che, se la didattica (fuori di metafora: la pastorale, o l’evangelizzazione) si riduce alla ripetizione di poche stanche formulette senza considerazione per la realtà di coloro cui la pastorale è diretta, il preside fa bene a richiamare il professore.
    Se però si applica questo apologo ad “Amoris Laetitia”, sembra che, come scrive Zambelli, il professore rimbrottato sia Gesù, colpevole di continuare a insegnare agli uomini la volontà di Dio, non ciò che gli uomini vogliono sentirsi dire. O forse, a dire il vero, più che Gesù il professore rimbrottato è lo Spirito Santo, colpevole di averci lasciato non un vago senso di pace e di misericordia legato alla figura di un certo Gesù che ognuno immagina come vuole, ma ben quattro Vangeli scritti (e sbagliare una volta va bene, ma per farlo quattro volte di fila si deve essere proprio imbolsiti come il vecchio professore), che – come ogni testo scritto – rispondono alle nostre rinnovate domande sempre con le stesse parole. Millenovecento anni fa i lettori dei Vangeli leggevano che Gesù avrebbe detto “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra commette adulterio”, e per millenovecento anni il testo ha continuato a dire la stessa cosa, e oggi ancora: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra commette adulterio”, così come il vecchio professore che ripete sempre le stesse cose. Ora, capisco bene che dopo millenovecento anni il preside si sia stufato, e voglia imporre un cambiamento (e infatti questa formula ripetuta così a lungo non è stata citata nell’ultima sua circolare, che pure verteva proprio sull’argomento, cosa che fa pensare a un deliberato e consapevole occultamento); però sinceramente io sono affezionato allo Spirito Santo, vecchio professore che conosce la materia, l’ha spiegata bene nel suo libro e sa anche come insegnarla; dunque sinceramente mi fido di più di lui che del preside.
    (Ezio Gamba)

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