venerdì 15 luglio 2016

La violenza e il nulla


Al centro del libro XXII dell’Iliade campeggia l’ira funesta di Achille, dopo che Ettore ha ucciso Patroclo, il suo compagno d’armi. Mentre i Troiani sono rinchiusi nella città, Ettore rimane da solo sotto le mura ed è istigato da Minerva a cimentarsi con lui. Lo scontro sanguinoso tra i due eroi si conclude con la sconfitta del troiano: Ettore, ferito a morte, supplica il suo nemico di rendere il proprio cadavere ai genitori. Ma la risposta di Achille è durissima:
Or cani e corvi
Te strazieranno turpemente, e quegli
Avrà pomposa dagli Achei la tomba.
Non pregarmi, iniquo,
Non supplicarmi nè pe’ miei ginocchi

Nè pe’ miei genitor. Potessi io preso
Dal mio furore minuzzar le tue
Carni, ed io stesso, per l’immensa offesa
Che mi facesti, divorarle crude.
No, nessun la tua testa al fero morso
De’ cani involerà: nè s’anco dieci

E venti volte mi s’addoppii il prezzo
Del tuo riscatto, nè se d’altri doni
Mi si faccia promessa, nè se Príamo
A peso d’oro il corpo tuo redima,
No, mai non fia che sul funereo letto
La tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
Ti squarcino le belve a brano a brano.

Quindi il cadavere dello sconfitto viene spogliato e legato dietro il carro del vincitore, che fa un macabro giro intorno alle mura della città. Nel libro seguente si racconta dei solenni funerali di Patroclo, con Achille che sgozza dodici giovani prigionieri troiani. Il libro XXIV si apre quindi con un’assemblea degli dèi, i quali deliberano che Achille restituisca il corpo di Ettore alla sua famiglia. Frattanto il vecchio re Priamo, grazie alla protezione del dio Hermes, arriva senza essere visto nella tenda di Achille e s’inginocchia davanti a lui, supplicandolo di rendergli le spoglie del figlio.
… Achille!
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo; deh! pensa
Ch’io mi son più misero, io, che soffro,
Disventura che mai altro mortale
Non soffrì, supplicante alla mia bocca
La man premendo che i miei figli uccise.

Achille è mosso a compassione dal ricordo di suo padre Peleo, chiede a Priamo di sedere a mensa nella sua tenda e acconsente a rendergli le spoglie del figlio. Siamo in uno dei vertici della letteratura di tutti i tempi: alla fine, il vincolo intergenerazionale e la solidarietà del dolore riducono di colpo l’asimmetria del rapporto, lasciando che l'umanità trionfi:
A queste voci intenerito Achille
Membrando il genitor, proruppe in pianto;
E preso il vecchio per la man, scotollo
Dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai pie’ dell’uccisore, e quegli
Or il padre, or l’amico, e risonava
Di gemiti la stanza.

Rileggere, a distanza di migliaia di anni, questo miracolo di una pietas ritrovata, che consente di superare la barriera tra amico e nemico, ristabilendo una reciprocità sui “fondamentali” di un’umanità ferita, aggiunge dolore a dolore, nella nostra epoca avvelenata da un odio assoluto e una violenza estrema, che non arretra nemmeno dinanzi all’innocenza. Non ci sono civili, donne o bambini che possano avere un diritto all’esenzione in questa barbarie che non sembra avere più nulla di umano. Al contrario, proprio un bimbo è la preda più ambita da usare e agitare davanti al sistema mediatico per innalzare il livello del terrore.
Non c’è un vecchio che possa affacciarsi alla tenda del nemico più acerrimo e chiedere le spoglie del figlio, caduto in un duello leale; non c’è più un nemico che possa commuoversi al pensiero del proprio padre e ritrovarsi di colpo come un figlio fragile e solidale. Non c’è più alcuna frontiera oltre la quale la violenza non possa spingersi; in molti casi, non ci sono più nemmeno le spoglie delle vittime, ridotte a una poltiglia biologica irriconoscibile!
Mai la violenza e il nulla sono stati così vicini, gomito e gomito: esaltati nel medesimo delirio, assaporati con il medesimo gusto diabolico, condannati alla medesima dissoluzione.
Oggi non possiamo più permetterci di dire che episodi terroristici come quelli che hanno insanguinato Nizza, Dacca, Parigi, troppe città europee e più ancora – molto di più! – ormai tutti i continenti, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, ci fanno tornare indietro di millenni! No: l’autore (o gli autori) dell’Iliade difficilmente avrebbero immaginato e progettato barbarie più atroci di queste.
Guardare indietro e capire quando la nostra storia è cominciata davvero ci spaventa e ci consola: ci spaventa, perché i veri barbari primitivi, che vorrebbero riportare la storia alla preistoria, sono tornati in mezzo a noi; ci consola, perché l’unica storia che abbia un futuro e che meriti di essere raccontata è quella che canta la pietas, non la barbarie. La barbarie non ha storia, perché non ha parole, non ha idee, non ha dignità. Non ha nulla. L’occidente salottiero che ha civettato irresponsabilmente, per troppo tempo, con il nichilismo ne prenda atto: forse i nostri kamikaze, nati, allevati e cresciuti nel nulla dell’Occidente, ci hanno preso troppo sul serio.