sabato 3 settembre 2016

I pericoli della natura e i mali degli uomini


Il primo novembre del 1755 un evento sismico eccezionale, oggi comunemente ricordato come "terremoto di Lisbona", interessò una superficie vastissima, dal nord Africa a gran parte dell'Europa, provocando migliaia di morti. Ne scaturì, tra l'altro, un vivacissimo dibattito intorno al male, interpretato, di volta in volta, come prova della collera divina o come smentita di ogni facile ottimismo, con il quale si cercava di "difendere" Dio dall'accusa di essere responsabile del male nel mondo. Come ha scritto Adorno, "il terremoto di Lisbona guarì Voltaire dalla Teodicea di Leibinz", contribuendo in modo decisivo alla formazione di un vero e proprio "illuminismo radicale".
L'enigma del male resta, ancora oggi, un peso durissimo da portare, per la vita umana e per il pensiero. Tuttavia, se la storia ci ha insegnato qualcosa, non possiamo confondere il piano naturale degli eventi con quello morale delle azioni. Il terremoto è un fatto, l'omicidio è un atto. Nel primo caso non ci sono intenzioni né colpe né imputazioni di responsabilità. Non possiamo quindi considerare gli eventi naturali come la longa manus della volontà divina, dovendo poi fare salti mortali per cercare di giustificare il suo operato; anche in tempi recenti, qualche uomo di Chiesa non si è vergognato di classificare l'AIDS come una punizione inviata da Dio ai peccatori! Non possiamo però, per lo stesso motivo, nemmeno usare gli eventi naturali per negare l'esistenza di Dio. Gli eventi naturali in sé ci parlano solo di natura e basta.
Per quanto riguarda invece l'agire morale, la natura umana deve assumersi il peso delle proprie responsabilità. Guerre, ingiustizie e violenze di ogni genere, come pure la corruzione che impedisce un adeguamento antisismico delle abitazioni, o più semplicemente l'incoscienza nella scelta di sconsiderate soluzioni abitative (per esempio, popolando di case le pendici del Vesuvio…) non ci dicono nulla della natura di Dio, ma solo della natura dell'uomo.
Se  prendiamo in mano il groviglio delle disgrazie, delle sofferenze, delle ingiustizie, delle brutalità di ogni tipo e cerchiamo di dipanarlo, alla fine troveremo un filo doppio con due soli capi: uno conduce alla precarietà naturale, l'altro alla fragilità morale. Qui Dio non lo incontriamo come causa, ma solo come misericordia. Per incontrare Dio come origine, dobbiamo coltivare e svolgere all'infinito il gomitolo del bene.
Il terremoto è un esempio drammatico dell'aggrovigliarsi di precarietà naturale e di fragilità morale nella regione della finitezza. Nell'ordine naturale, non possiamo negare che l'esistenza (e la bellezza!) della natura precede e oltrepassa i pericoli che ne possono derivare. Un ghiacciaio è un luogo di splendore immacolato, ma può essere anche la tomba degli alpinisti più esperti. Il segmento degli Appennini centrali, tra il Gran Sasso e i monti Sibillini, è uno scrigno di bellezze incomparabili: discrete, forse non appariscenti, ma proprio per questo  straordinarie. Se non ci fossero gli Appennini, non ci sarebbe la faglia che ha provocato il terremoto. Se non ci fosse la neve, non ci sarebbero le valanghe. Troppo spesso dimentichiamo questa mescolanza naturale di bellezza e di pericolo, e preferiamo l'incoscienza alla prudenza.
Nell'ordine della vita morale il discorso si fa invece più complesso, ma anche in questo caso è impossibile (e molto pericoloso) dividere bene e male secondo raggruppamenti umani, identificati dalla razza, dalla cultura o dalle condizioni di vita. Ecco un compito arduo al quale non possiamo sottrarci: mantenere la differenza tra bene e male, senza trasformarla automaticamente in una differenza tra buoni e cattivi!
Quando la natura s'impone in tutta la sua pericolosa complessità, come ho ricordato nel post precedente, la prima reazione degli umani è quella di ricomporsi in una fraternità originaria, che precede distanze, incomprensioni e divisioni; ma spesso queste ultime tornano a prendere il sopravvento.
In questo terremoto lo stiamo toccando con mano. 
La risposta della prima ora è quella dei soccorritori. Una risposta generosa e disinteressata, immediata e competente, a volte persino commovente ed eroica. Dinanzi ad un traumatico evento naturale, scatta come un improvviso istinto morale, che non fa calcoli, non ha retropensieri, non ha bisogno di una legge dello Stato, non si chiede se sotto le macerie ci sia un credente o un ateo, un comunista o un liberale, un sano o un malato. Per questo siamo così duri con gli sciacalli e i profittatori che antepongono la logica della convenienza a quella della pietà. E non solo nella forma artigianale e scoperta del furto, ma anche in quella più subdola e diabolica dell'opportunismo e della corruzione. La risposta immediata dei soccorritori testimonia che le persone umane sono esseri naturalmente morali
A distanza di qualche giorno dal sisma, torna a riemergere, purtroppo, un'altra risposta, quella degli spettatori. Lo spettatore mantiene una distanza di sicurezza e deve trovare un alibi per poterla giustificare, nascondendo abilmente in questo modo la propria inerzia o vigliaccheria. La scena del sisma viene rappresentata come un teatro dove si recita a soggetto: ci sono i politici ladri e incompetenti, gli imprenditori furbi e pronti ad approfittarsi, i tecnici compiacenti che vendono a peso d'oro consulenze fasulle, persino i proprietari che hanno speso male (o non hanno speso affatto) i loro soldi. A volte, purtroppo, questi giudizi sono veritieri, ma lo spettatore - ecco il punto - non se ne dispiace affatto: il cinismo non gli impedisce di cavalcare uno sciacallaggio mediatico, magari con qualche vignetta oltraggiosa, per andare in prima pagina, o con giudizi al vetriolo sull'operato delle autorità, per volgere a proprio favore la disgrazia ed egemonizzare la rabbia. Lo spettatore disinteressato non ha troppi scrupoli, convinto com'è della propria superiorità morale. 
In questo arco di risposte possibili, soprattutto oggi, avvertiamo l'urgenza soprattutto di un altro tipo di risposta, appartenente alla famiglia del comportamenti virtuosi: la risposta dei seminatori, che guardano lontano, non si curano degli applausi a scena aperta, tessono con i fatti l'elogio della concordia, promuovono il bene comune, elaborano progetti. Progetti urbanistici, sociali, educativi, politici a prova di terremoto; capaci di resistere alle faglie delle divisioni, alle scosse telluriche delle polemiche strumentali, agli sciami sismici degli opportunismi di bassa cucina, alla peste contagiosa della corruzione. La natura, mettendo in pericolo le nostre vite, c'insegna che - anche fisicamente - l'unione è superiore alla divisione, che gli edifici solidi possono essere diversissimi nella foggia esterna, ma devono essere sostanzialmente simili nelle fondamenta.
Ho parlato di atteggiamenti possibili, più che di gruppi definiti: c'è sempre in ognuno di noi uno spettatore in agguato da cui dobbiamo guardarci, un soccorritore troppo timido che non dobbiamo frenare, un seminatore esitante che merita l'incoraggiamento più forte. La generosità verso il presente ha bisogno, oggi più che mai, di una generosità verso il futuro, non meno eroica e incondizionata della prima.

Nessun commento:

Posta un commento