giovedì 1 settembre 2016

Il terremoto tra natura e cultura

Può essere una proiezione retrospettiva, non lo nego, ma circa un'ora prima delle 3 e 36 del 24 agosto mi ero svegliato quasi di soprassalto, per un caldo innaturale. Il silenzio immoto aveva un che di inquietante, perfino di spaventoso. Il sonno, tornato presto, aveva inghiottito quella sensazione sgradevole. Il risveglio arriva poco dopo e ci scaraventa di colpo in un'atmosfera ondeggiante e sinistra. "Il terremoto!". Quando cominciamo a renderci conto, tutto ormai - il letto, la stanza, la casa intera, il paese da un lato e la campagna dall'altro - è in preda a uno scuotimento che si amplifica repentinamente. Sordo, maligno, inequivocabile. L'oscillazione in un attimo ci accerchia e ci tiene in pugno, il letto è in preda di gemiti inarrestabili. E poi, subito dopo, un brontolio minaccioso, cupo, ci piomba addosso da lontano, esplodendo in un fragore assordante e duro; ora tutto trema in un sussulto verticale, il tuono sordo si trasforma in un rimbombo chiaro e acuto, mescolando in un unico boato lo scuotimento profondo della terra e i rimbalzi urlanti dei solai e delle pareti. Il fracasso di qualche piatto in equilibrio instabile che rovina a terra, sbriciolandosi in mille pezzi, è l'ultima coda sonora - ormai innocua, quasi ridicola - che precede il silenzio. Ma siamo già fuori.
Finestre illuminate, visi sgomenti che si affacciano. Ormai sono quasi tutti in strada.
Il sisma ha restituito alla natura il suo potere primordiale, quasi selvaggio, e l'incontro fra persone che si conoscono da anni, spesso rese vicine solo dal numero civico, avviene in uno strato elementare e profondo del vivere, in cui cadono le convenzioni sociali, si azzerano le distanze, e ci si ritrova accomunati in un istinto primordiale di sopravvivenza. La natura si riprende la scena e sospende la cultura. 
La solidarietà passa per le tazze di camomilla (o di caffè, a seconda dei casi), si estende immediatamente a chi non facciamo fatica a immaginare messo molto peggio di noi. Anche gli sguardi che tornano ad affondare negli smartphone non hanno il sapore futile e discriminatorio di sempre. Comincia ad emergere il quadro della sciagura, i nomi familiari di molte località si caricano di un alone oscuro e tragico. La seconda scossa ci trova in strada: il terrore fa sbandare di qua e di là, senza trovare una terraferma dove rifugiarsi.
Poi, lentamente, la tensione comincia a scemare; passano il camion della raccolta differenziata, qualche auto, un tizio che non riesce a dormire e cammina, ignorato dai più, tutta la notte. Insieme ai saluti, le convenzioni sociali si riprendono il proprio spazio. Tornano i luoghi comuni, i soliti sapientoni cominciano a sciorinare ricette improbabili, la comunità generata quasi miracolosamente dal sisma torna a frazionarsi in mille sottogruppi. 
C'è tempo per pensare, per interrogarsi sul mistero di una fragilità che cerchiamo invano, ogni giorno, di esorcizzare in mille modi; ma anche per rifugiarsi in un pugno di certezze, misere e rassicuranti, alle quali troppo spesso deleghiamo il nostro futuro.
Probabilmente, su scala più ampia, è quanto sta accadendo al Paese, quando cala la polvere e la fraternità dell'emergenza torna a dissolversi nel reticolo dei sospetti, delle diffidenze e degli scetticismi, che il terremoto sembra aver sospeso solo per poche ore. Ma questa è un'altra storia, sulla quale varrà la pena di tornare...

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