venerdì 9 settembre 2016

Tornano i muri

Quando, dopo settimane di pressioni e disordini, il governo della Germania Est annuncia il 9 novembre 1989 la libera circolazione verso la Germania occidentale, il muro che per 28 anni aveva diviso in due la città di Berlino diventa di colpo un innocuo oggetto di souvenir. Con la caduta del muro di Berlino la strada per la riunificazione tedesca era aperta in modo ìirreversibile e sarebbe stata formalmente sancita il 3 ottobre 1990. Allora fummo in molti a leggere in quell'evento - comunque di incalcolabile portata storica - il simbolo di una svolta epocale e irreversibile, che avrebbe portato con la sé la fine della guerra fredda e il cosiddetto tramonto delle ideologie. Promulgando l'enciclica Centesimus annus nel 1991, nel centenario della Rerum novarum, Giovanni Paolo II, che non era stato mai tenero con il comunismo, mise in guardia profeticamente contro il dilagare di un capitalismo selvaggio che avrebbe potuto generare nuovi e ancor più gravi problemi.
Nel frattempo, ci troviamo di fronte a singolari paradossi: è sostanzialmente morto l'unico nemico, esterno e compatto, del capitalismo e ne sono spuntati come funghi molti altri, riconoscibili e nascosti, esterni e interni. La promessa di un mondo globale si sta capovolgendo nella proliferazione di tante piccole tribù; l'illusione di vivere in unico, megavillaggio planetario si scontra con l'incapacità di capirsi e condividere i fondamentali del vivere insieme, in cui il nascere e il morire, il matrimonio e la procreazione, l'ospitalità e la solidarietà sembrano variabili impazzite di una nuova Babele.  
Gli ideali altissimi che l'Occidente continua a celebrare (come la libertà, l'uguaglianza, la democrazia...) suonano sempre più spesso come banali dichiarazioni retoriche. Ormai, in un mondo diventato di colpo troppo grande e vuoto, viviamo aggrappati al perimetro del nostro egoismo, che scambia i diritti di tutti con un elenco di preferenze insindacabili. Qualcosa di sinistramente feudale sta cambiando il nostro panorama civile: isole di sicurezza blindata, come antichi castelli medievali, debbono tenere a distanza gli altri, i barbari, i servi della gleba, i senza diritti... Quando i signori s'incontrano, in qualche maniero superprotetto, sembra che la loro unica preoccupazione sia la sicurezza del proprio spazio vitale.
Tornano i muri, chi l'avrebbe detto? Non tornano nemmeno alla chetichella, quasi come qualcosa di inevitabile, di cui dobbiamo scusarci; tornano in forme sfrontate, esibizionistiche. Difendersi in modo aggressivo è solo un altro modo di aggredire.
Non parlo solo dei muri innalzati fisicamente per difendere alcuni confini territoriali: il muro eretto dagli Stati Uniti ai confini con il Messico; quello costruito nel 2002 da Israele in Cisgiordania ed eufemisticamente chiamato "barriera di separazione israeliana"; quelli che stanno spuntando come funghi in quel che resta dell'Europa che è stata patria del cristianesimo, prima ancora che dell'illuminismo, e che non è riuscita a indicare le proprie radici nel preambolo della Costituzione. L'elenco sarebbe lungo: in Irlanda (Belfast cattolica-protestante), a Cipro (zona greca-zona turca), tra Macedonia e Grecia, tra Austria e Italia, tra Ungheria e Serbia, e ora il grande muro di Calais, finanziato dal Regno Unito in territorio francese. In quest'ultimo caso, paradossalmente due governi si accordano (cioè superano un muro) per costruirne un altro.
Ma non bisogna fermarsi ai muri fatti di pietre, cemento e filo spinato: ci sono altri muri simbolici, attorno ai quali si ripete la logica antica (cantata nell'Iliade) dell'assedio, della difesa, delle sortite. Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 non sono stati forse un tentativo (riuscito) di violare i muri dei radar, dell'elettronica, della privacy? Ci sono poi i muri eretti dai poteri invisibili della finanza, delle multinazionali, dei sistemi di controspionaggio, degli apparati militari...
Ma i muri più indecenti e più pericolosi sono sempre quelli interni: i muri dei pregiudizi, dei vari razzismi (impliciti ed espliciti), dei fondamentalismi (non solo religiosi), del cinismo e dell'indifferenza. Muri eretti persino dalle forse politiche che proclamano la propria superiorità morale, che non vogliono contaminarsi con gli "altri", che nascondono i propri limiti gridando sempre al complotto esterno. Tutto si decide sempre su quella linea protettiva e rassicurante che divide tra "dentro e "fuori".
Mai che ci venga in mente che i problemi che abbiamo "dentro", con noi stessi e con i nostri simili, sono i più subdoli e pericolosi, e spesso la radice profonda di molti conflitti esterni.
Questi muri fanno esplodere tutte le nostre contraddizioni. Vogliamo il benessere e la stabilità, ma non assicuriamo nemmeno quel minimo ricambio intergenerazionale che possa garantirci la pensione. Non vogliamo fare i contadini, i muratori, gli idraulici, gli infermieri, ma non vogliamo nemmeno che questi mestieri siano in mano a stranieri in mezzo a noi. Vogliamo essere tolleranti senza sentirci pronti a collaborare, essere aperti ma solo con i "nostri", comunicare senza ascoltare, celebrare i nostri valori senza credere ormai più a nulla. Persino la politica che - per fortuna - accoglie gli immigrati non si accorge che tenere migliaia di persone sul territorio nazionale in uno stato di ozio forzato, dalla mattina alla sera, è un altro modo di erigere un muro: vi diamo da dormire e da mangiare, ma non vogliamo sapere e vedere di più.
Ci consideriamo competenti e sapientoni, ma ci manca quel minimo senso storico, che rende la lungimiranza verso il futuro direttamente proporzionale alla lungimiranza verso il passato. A distanza di anni, i costruttori di muri - salvo casi rarissimi e giustificati - si sono sempre dovuti vergognare di quel che hanno fatto. Il muro di Berlino non è l'unico esempio.
Soprattutto non riusciamo a uscire dalla comoda logica dell'emergenza, che ci esonera dal fare progetti seri, e non ci accorgiamo che ci aspettano in realtà decenni di "colonialismo al contrario", in cui dovremo scontare amaramente le nostre false politiche di civilizzazione, fatte in realtà - molto spesso, forse non sempre - di depredazioni sistematiche, di violenze oscene e di miliardari commerci di armi.

2 commenti:

  1. Non vogliamo fare gli infermieri? Ma le conosce le lunghissime graduatorie di laureati in Scienze Infermieristiche in tutte le ASL d'Italia? Perché con queste belle prediche volete ridurre l'Italia ad un immenso campo profughi, con centinaia di migliaia di FALSI PROFUGHI, gente sconosciuta che volete immettere a forza nel circuito sociale italiano già provato dal pensiero progressista comunista e dal liberismo sfrenato? Il modello multirazziale e multiculturale è fallito, in Francia in Belgio, ma non nelle vostre utopie, quasi da punizione divina per il colonialismo. Veramente, tutte le gravissime riserve nei confronti del Signor Bergoglio, le ritrovo in questo testo che mi sconcerta non poco. Sembra la solita minestra progressista riscaldata da decenni di Azione Anticattolica. Stefano Gizzi, Ceccano

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  2. Non sarebbe meglio provare a ragionare anziché offendere? Sto chiedendo troppo?

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