venerdì 7 ottobre 2016

Noi dopo di noi

«Il tempo – ha scritto Heschel, rammentandoci un tratto fondamentale dell’ebraismo - è il dono che Dio fa allo spazio»; una sorta di enigmatico “valore aggiunto”, che ci libera dalla prigione di una topografia chiusa, innalzando la nostra capacità di tessere relazioni a un livello immateriale, che in qualche modo ci avvicina al divino. È interessante rilevare come anche papa Francesco, nel quadro di un approfondimento intorno al bene comune e alla pace sociale, introduca quattro principi euristici, che aiutano ad articolare correttamente le «tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale»; il primo di questi proclama la superiorità del tempo sullo spazio: «Questo principio – egli afferma – permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi». Invece, «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce».

Lo spazio c’inchioda in modo sincronico all’immediatezza materialistica del “qui ed ora”, mentre il tempo ci apre alla sfida dell’articolazione diacronica. Rinunciando a un orizzonte storico, la vita rischia di consumarsi nel segno del ”life is now” (versione ancora più biecamente consumistica del latino “carpe diem”); una tentazione che la Rete oggi alimenta in modo subdolo e pervasivo quando celebra il mito della simultaneità, che spesso tende ad assumere il carattere di una vera e propria idolatria dell’immediato. Ne risulta un paradosso che Jean-Luc Nancy riassume con le parole del poeta francese René Char, prediletto da Hannah Arendt: «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento».

Il tempo invece invita a scavalcare i muri, a far dialogare le grandi distanze, non solo quelle attraverso le quali si dispiega la nostra vita, ma quelle che aprono l’orizzonte intergenerazionale in avanti e all’indietro, vincolandoci a una trama di debiti invisibili, che si rovesciano nel compito esaltante di una restituzione per eccesso. Restituzione in avanti, ovviamente, non all’indietro. «Ogni restituzione è infatti – ha scritto Stoppa – una re-istituzione, istituisce di nuovo nel senso che consente di rileggere gli eventi e i legami in modo inedito rilanciandone i presupposti».

Aristotele aveva intravisto la questione, soprattutto quando ammonisce che una giustizia autentica non può essere quella che fa parti uguali fra disuguali; anche se qui siamo oltre una logica di pura giustizia distributiva, tuttavia questo può già essere un primo passo per testare lo sguardo lungo del “noi dopo di noi”: stiamo forse facendo parti uguali fra questa generazione e quella futura? Se le generazioni che ci hanno preceduto (il “noi” come origine) avessero ragionato così, probabilmente il paesaggio storico-artistico, l’istruzione, il sistema sanitario, l’assetto sociale, le forme di tutela del lavoro, il welfare, il quadro democratico, l’intera tessitura del civile che abbiamo ereditato non sarebbero stati gli stessi. Può il “noi” di oggi dire la stessa cosa, anziché lasciare al “noi” di domani un’eredità senza testamento?

Nella logica stessa della restituzione è implicito l’orizzonte della “relazioni lunghe”, che chiamano in causa il dialogo fra generazioni: non si tratta di tarare la bilancia delle opportunità nella nicchia protetta degli egoismi corporativi, che usa il contratto per formalizzare la convenienza reciproca; si tratta piuttosto di creare le condizioni stesse per una vita sempre più umana sulla terra. Solo riconoscendo il chiaroscuro in cui affondano le nostre radici, possiamo liberare nuove energie, tornare a “mettere sotto pressione” la storia, reinventare spazi inediti per un “noi” meno fragile e ferito.

Il mondo globale è quello che abbraccia anche la storia, non solo lo spazio; che tesse la rete della responsabilità, sostituendo la lungimiranza al cinismo, la gratitudine al risentimento, la progettualità al consumo. La restituzione, se autentica, trasforma la distanza in prossimità e diventa dunque il vero nome dell’accoglienza. … Come scrive Gabrielli, nella Prefazione a questo volume, «è proprio questo “dopo”, infatti, che ci obbliga “ora” a metterci alla prova»  
(tratto da: Noi prima di noi: un'introduzione provocatoria, pp. 27-29).

IL LIBRO
L. Alici, G, Gabrielli (a cura di), Noi dopo di noi. Accogliere, rigenerare, restituire: nella società, nell'educazione, nel lavoro, Collana "Lavoroperlapersona", Franco Angeli, Milano 2016, pp. 120, € 19.

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