sabato 19 novembre 2016

Se questo è un referendum


Sul referendum costituzionale ormai alle porte è stato scritto molto, a proposito e sproposito. Si sono intrecciate valutazioni molto circoscritte e puntuali; a volte troppo, fino a perdere di vista la posta in gioco. In altri casi, al contrario, le valutazioni si sono tenute molto lontane dal merito del quesito referendario, fino a declassarlo a semplice pretesto per esprimere una preferenza politica che con il referendum ha poco o nulla a che fare. Si potrebbe aggiungere che l’oscillazione fra un'angolatura troppo stretta e, all'opposto, troppo ampia, compare in entrambi gli schieramenti: alcuni orientamenti per il SI e per il NO si fermano alla lettera (o ad aspetti marginali) della proposta di riforma; nello stesso tempo, c'è chi vorrebbe trasformare l'appuntamento elettorale in un referendum su altro, in ultima analisi sul governo Renzi, o addirittura sulla sua persona. Quest'errore lo ha commesso inizialmente lo stesso Presidente del Consiglio (duramente criticato, tra gli altri, anche dal Presidente emerito Napolitano), ora è invece commesso da un ampio schieramento antigovernativo (e persino interno al PD!).
Si potrebbe aggiungere che, inevitabilmente, oltre i contenuti, siamo in presenza di uno scontro intergenerazionale; non solo all'interno della classe politica, ma persino dei costituzionalisti: i più giovani spesso tendono a valorizzare gli elementi di novità, seppur imperfetti; i meno giovani tendono invece a denunciare un grave vulnus all'impianto stesso della nostra Carta costituzionale, la quale - sia detto per inciso - può continuare ad essere la più bella del mondo, senza per forza diventare il pretesto per un immobilismo mummificato.
Rispetto a questo scenario, semplificare è sempre una grande tentazione, alla quale dobbiamo però resistere con tutte le forze: semplificano, infatti, sia quelli che minimizzano, parlando di una semplice procedura di snellimento istituzionale, sia quelli che drammatizzano, evocando una linea del Piave fra la democrazia e un'oscura deriva autoritaria (è singolare, fra l'altro, che anche da destra si evochi tale pericolo, dopo aver invocato per anni strumenti normativi più decisionisti). La drammatizzazione impropria è, a suo modo, una forma di semplificazione. L'attacco scomposto a Benigni, accusato di essere un venduto e un traditore, ne è uno dei segni spiacevoli.
Concluderei così questo primo giro di pensieri:
- non si può minimizzare: l'appuntamento referendario è importante, si DEVE votare. I pentiti della Brexit nel Regno Unito e della vittoria di Trump negli USA in molti casi sono cittadini che non hanno votato!
- non si deve drammatizzare: chi vota SI non è un pericoloso antidemocratico, chi vota NO non è un bieco sabotatore. 
Debbo infine aggiungere una considerazione personale, che articolerei in 3 punti:
1) Senza entrare nello specifico della riforma, su cui ormai è stato detto tutto, si deve ammettere che il sistema attuale non funziona e ha oggettivamente bisogno di essere rinnovato, a cominciare dal superamento del bicameralismo paritario. Questo, almeno in passato, lo hanno ammesso quasi tutti, salvo tirarsi indietro all'ultimo momento, quando, dopo aver "parlato" per mesi di riforme, il cerchio cominciava a stringersi. D'altro canto, appare una ipocrisia intollerabile proclamare che con la vittoria del NO si farebbe in 6 mesi una vera riforma, soprattutto perché quasi sempre chi parla così ha avuto in passato il tempo e il potere per fare la loro vera riforma! Non possiamo più andare avanti con un sistema che non esiste in quasi nessun paese del mondo e che è ormai ostaggio di una rete di complicità contrapposte, di veti incrociati e di lungaggini intollerabili, che sono i veri nemici della democrazia. Una democrazia che non sa accelerare il passo con i tempi che cambiano avalla nei fatti un sottosuolo di poteri invisibili, che decidono per noi, lasciando intendere astutamente che le assemblee parlamentari sono luoghi folcloristici inadatti per momenti difficili. Non possiamo accettare che la democrazia non possa essere una forma politica adeguata per un tempo di crisi.
2) Non esistono condizioni ideali, ma solo condizioni storiche per le riforme, ed è compito della politica capire quando si verifica una congiuntura storica in cui poter fare quello che prima non si è fatto e che forse dopo non si potrà fare più per molto tempo. Nel merito, questa riforma ha molte imperfezioni, di contenuto e di linguaggio, e i puristi fanno bene a ricordarcelo. Tuttavia la politica deve fare sempre sintesi tra i valori e la storia, anche a costo di qualche compromesso, che fa la vera differenza in uno statista: la differenza per cui, con il suo coraggio, Tsipras, in Grecia, ha assunto la statura di un vero leader rispetto al radicalismo avventurista del suo ministro Varoufakis; in piccolo, è la stessa differenza che, all'interno del PD, ha contraddistinto la scelta sofferta di Cuperlo rispetto a quella più facile di D'Alema. L'aver spinto per scomporre l'abbinamento improvvido tra riforma costituzionale e legge elettorale è un atto meritorio, in questo caso, di realismo politico. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che molto spesso i puristi sono il rifugio ideale degli opportunisti: se in Italia la difesa - doverosa, energica e convinta - del sindacato, dei partiti e di tutti gli spazi di partecipazione democratica è un valore irrinunciabile della nostra repubblica parlamentare, non dobbiamo nemmeno negare che – proprio per questo – tali spazi sono diventati spesso nicchie oscure e protette, usate come rifugio di politicanti ideologici e fuori della storia, senza arte né parte, che hanno trasformato le assemblee democratiche in un prateria, teatro di esibizionismi includenti e parassitari. Ai puristi dobbiamo tutti moltissimo, ma dobbiamo anche ricordare che forse, ogni tanto, dovrebberso guardarsi le spalle: spesso - inconsapevolmente, è ovvio - mentre lavorano per il bene comune, lasciano proliferare indisturbati antichi e nuovi egoismi corporativi…
3) Oggi, nell'attuale congiuntura storica - europea, non solo italiana -, soprattutto dopo l'elezione di Trump (!), non possiamo nasconderci che il referendum assume un valore politicamente simbolico. Molto probabilmente una vittoria del NO potrebbe significare: una delegittimazione del Governo, con una possibile soluzione "all'italiana" rappresentata da un governicchio di transizione, per andare poi ad elezioni in clima di grande confusione; una resa dei conti all'interno del PD, che potrebbe portare a una scissione; un incoraggiamento al populismo e alla demagogia, che, dopo le elezioni francesi, potrebbero estendere il loro contagio in Italia; un colpo fatale al futuro dell'Europa dei popoli, che potrebbe immiserirsi sempre più in un rigurgito di nazionalismi a malapena ammantati da una anonima deriva burocratica; una ripresa in grande, grandissimo stile della speculazione finanziaria, che restituirebbe ai mercati l'ultima parola, in presenza di una democrazia esitante e impotente. Non dobbiamo drammatizzare troppo, è vero; ma se si avverasse anche una sola di queste possibilità…
Nel caso di una vittoria del SI forse gli effetti sarebbero diversi, ma non riesco a immaginarli così preoccupanti. Fra l'altro, gli esperti ci ricordano che, oltre alla possibilità di riformare la legge elettorale, ci saranno vari spazi aperti per interventire successivamente a livello legislativo e amministrativo, attenuando criticità e stimolando verso interpretazioni meno divisive e più condivise di una cornice normativa da riempire gradualmente di atti concreti. Questo, a prescindere dal Presidente del consiglio; a mio modesto avviso (e credo di non essere solo), si può votare SI anche contro Renzi.
Confesso, da ultimo, che se dentro di me il SI stava lentamente vincendo sul NO "ai punti", anzi di stretta misura, dopo l'elezione di Trump mi sono convinto sempre più. Un'Italia instabile e un'Europa debole sono un regalo che non dobbiamo assolutamente fare né a Trump, né a Putin e nemmeno a Erdogan o Assad (né in futuro a Marine Le Pen o a Salvini).
Senza dire che qualcuno dovrebbe convincermi che Brunetta, Salvini, Gasparri, D'Alema, Vendola, Grillo & co. siano i veri paladini della Costituzione e i migliori difensori del nostro futuro.

giovedì 10 novembre 2016

Il futuro dell'Europa dinanzi a Trump, Putin e Erdogan: hic Rhodus, hic salta

In una delle sue opere più conosciute, Rivoluzione personalista e comunitaria (1935), Emmanuel Mounier individua cinque diversi modelli di società: tre di questi, in particolare, possono aiutarci a comprendere alcuni sommovimenti profondi nel sottosuolo della storia, non solo americana, dopo l'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Il primo modello è quello della "società di massa": un insieme di individui senza vocazione, privi di identità, schiavi del conformismo e della "tirannia dell'anonimo". Un secondo modello  è chiamato da Mounier "società in noialtri" e indica quella forma di associazione che, reagendo a una massa anonima e impersonale, cerca di riscattarsi attraverso una investitura autoritaria, che si realizza attraverso una "mistica del capo": la febbre dell'uomo carismatico, che dà voce a una maggioranza silenziosa, snobbata dagli apparati, diventa in alcuni momenti una sorta di riscatto dalla disgregazione e dalla umiliazione, incarnandosi  in  una coscienza collettiva personificata, che rappresenta ed esprime "noialtri". Mounier pensava soprattutto ai fascismi come tipiche manifestazioni di questo modello, accanto al quale egli ne disegna un terzo, internamente più vivo del precedente ma politicamente meno connotato: è la  "società vitale", costituita da un legame diretto, immediato, quasi viscerale, tra compagni di avventura, che si sentono vivi solo perché cementati da pezzi di esperienza, da comuni abitudini e comuni interessi. Oggi potremmo dire: è una società vitale non solo ogni piccola comunità che si aggrappa alle proprie consuetudini e tradizioni, escludendo il diverso, ma anche ogni aggregazione estemporanea, tenuta insieme dal tifo per una squadra di calcio o una rockstar, o da uno dei tanti social network, che tengono a battesimo comunità effimere e superficiali.
Rimescolando
lo schema di Mounier ma restando fedele alla sua intuizione, si potrebbe dire che Trump è il frutto di una "società vitale", che non accetta di lasciarsi disgregare dalla globalizzazione, che rifiuta il riemergere di nuove dinastie
(i Kennedy, i Bush, i Clinton…) dentro una democrazia formale e inaridita; può farlo solo affidandosi a un leader diverso, illudendosi che possa essere un outsider solo perché parla il linguaggio di "noialtri": ruvido, sfrontanto, addirittura volgare. Insomma, massimamente politically incorrect.
Nessuno di noi, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da qualcuno che non sia medico, perché l'ospedale non funziona. Eppure nella vita democratica - che oggi non funziona, questo è certo - non essere un politico e nemmeno un sincero democratico sta diventando paradossalmente un requisito vincente.

Aristotele ci ha insegnato che solo la politica - correttamente intesa - è capace di quello sguardo universale sull'intero da cui dipende l'edificazione del bene comune. Le società vitali sono invece selettive: i poveri  ammirano il miliardario di successo, i patiti della rete il superesperto di tecnologie digitali, gli intransigenti la persona onesta, i localisti arrabbiati chi non guarda troppo lontano, la gente stufa dell'includenza vorrebbe un decisionista… Il problema è che il riccone potrebbe non accorgersi degli altri, l'onesto potrebbe essere un incompetente assoluto, il decisionista un dittatore in erba, il simpatico insolente un pericoloso
pasticcione. In un'epoca in cui la politica conta sempre di meno, chi si vanta di non far parte dell'establishment, potrebbe però essere organico a un diverso sistema di potere, che forse pesa di più di quello politico: ad esempio, il potere finanziario o quello mediatico.
Si può avere un successo elettorale inaspettato semplicemente perché si sono intercettate le corde giuste, si è captata la visceralità di una società vitale, presentandosi - anche in buona fede - come il suo interprete autentico e unico, e diventando così il "noialtri" della situazione. Non sempre questa è una forma di autoritarismo (come pensava Mounier, in un'epoca in cui - forse - la democrazia era più fragile), ma certamente è una forma di populismo, che usa la retorica dell'antipolitica per cavalcare la democrazia. Il male peggiore, anche nella vita sociale, non è sempre quello dichiarato; spesso è un parassita del bene, e può nascondersi ovunque: nella politica e nell'antipolitica.
Lasciamo a un Altro, com'è ovvio, il giudizio sulle persone, le quali peraltro sono spesso diverse da come appaiono o vogliono apparire, e possono sempre cambiare (non solo in peggio): ma è inevitabile prendere posizione su idee e ideali, azioni singole e comportamenti consolidati di chi occupa responsabilità pubbliche. E come è un po' difficile affermare che alla Casa Bianca sia stato eletto un vero cristiano (che ha alle spalle due divorzi e tre mogli), solo perché è contro i gay, allo stesso modo è difficile attribuire una passione smisurata per il bene comune a chi controlla società che hanno dichiarato fallimento 4 volte.
È altrettanto importante prendere posizione sulle conseguenze e sul possibile contagio populista dell'"effetto-Trump": l'Europa, che si vanta di essere culla della democrazia, di quale politica internazionale sarà capace, avendo come interlocutori figure come
Trump, Putin e Erdogan? Potrà mantenere un silenzio ipocrita sul futuro della democrazia in Turchia, in cambio di un megacampo profughi finanziato da noi, che non turbi i nostri sonni? Potrà accettare tranquillamente - per non dire altro - che Trump svenda un pezzo di Mediterraneo a Putin, rassegnandosi a una presenza stabile in Siria di basi militari russe? Come affrontare un possibile contagio populista in Francia, dove le elezioni sono imminenti, saldandosi con forme striscianti di nazionalismo e  xenofobia che circolano in modo semiclandestino quasi ovunque, finché non troveranno un tribuno senza scrupoli pronto a sdoganarle e trasformarle in una bandiera? E se in Italia l'esito del referendum portasse a una scissione nel Pd e a nuovi esperimenti di governo, che in realtà sin da ora appaiono molto vecchi?
In una favola di Esopo si racconta di un atleta sbruffone che si vantava di aver fatto un grandissimo salto da un piede all'altro del celebre colosso di Rodi e che era in grado, per provarlo, di esibire dei testimoni; al che uno degli astanti pronunciò la celebre frase: "Hic Rhodus, hic salta". Cioè: l'ostacolo è qui, non servono testimoni, facci vedere ora se sei capace di saltare. In questo momento, in cui le "società vitali" alimentano (o accettano) il dilagare dei populismi, all'Europa non basta più invocare la testimonianza della propria storia. È giunto il momento di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Domani potrebbe essere troppo tardi.