giovedì 22 dicembre 2016

Natale tra paura e speranza

- Palmira, Raqqa, Aleppo… Parigi, Nizza, Berlino…
- Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto… e poi Visso, Norcia, Castelsantangelo sul Nera…
Luoghi molto diversi: in alcuni casi metropoli famose, in altri città lontane e sconosciute ai più, in altri ancora piccoli borghi pacifici all'ombra degli Appennini… Che cosa hanno in comune? Oggi sono tutti luoghi della paura, anzi del terrore. La società della sicurezza garantita, in cui tutto dev'essere saldamente sotto controllo, è invece un luogo abitato da un'emozione ancestrale, solitamente associata a uno stadio primordiale dell'umano, dominato dall'insecuritas, dalla mancanza di stabilità, di protezione, di sicurezza, di punti di riferimento certi e affidabili: hanno paura i primitivi, hanno paura i bambini… 
Il grado estremo della paura è il terrore, che esplode in rapporto a una causa mostruosa, sterminatrice, irreparabile. Il terrore è una paura orrenda, terrificante, che diventa panico quando si avverte che la fine è ormai prossima. Ben altro rispetto all'angoscia, da alcuni filosofi celebrata come una condizione emozionale - impassibile e un po' salottiera - che accompagna l'avvertimento del nulla!
Resta una differenza fondamentale, però, fra i due gruppi (purtroppo molto più ampi) di città o paesi: nel primo caso il terrore è un prodotto "artificiale" dell'uomo, quasi sempre un distillato di altissima tecnologia militare e di bassissima passione politica; nel secondo caso il terrore è prodotto da un evento naturale, che può semmai essere più o meno distruttivo a seconda dell'imprudenza umana (soprattutto a livello edilizio). Il male, il male umano, soprattutto quando è voluto, premeditato, addirittura pianificato a tavolino nei minimi dettagli è certamente il "disvalore aggiunto" che rende ogni disgrazia non solo cruenta, ma soprattutto profondamente ingiusta e intollerabile.
Il Natale di quest'anno - inutile nascondercelo - è un evento di speranza che ha come sorella minore la paura. Una paura che certamente può essere aggravata dal disinteresse, dalla distrazione, dall'indifferenza: non solo individuale, ma persino sociale, politica, mediatica. Anche il mondo dell'informazione ha gravi responsabilità nei confronti di questi eventi, se è vero che l'informazione non è, non può essere, non deve essere solo uno specchio; in qualche caso uno specchio che distorce, in qualche altro addirittura uno specchio che nasconde! 
L'informazione è anche inchiesta, reportage, denuncia, lavoro sul campo, minuzioso controllo delle fonti; non solo comodo lavoro di collage delle agenzie, fatto a tavolino, magari enfatizzando lo scoop per nascondere la povertà della ricerca. Anziché alimentare il sensazionalismo e cavalcare la paura, il mondo dell'informazione - se vuole servire la convivenza civile - non deve inzuppare il pane nelle disgrazie: le deve riconoscere, raccontare, contestualizzare, documentare…
Iniutile nascondersi che non è sempre così: nei confronti del fenomeno della guerra in Siria, leggendo la stampa sembra quasi che tutto sia esploso di colpo, dalla sera alla mattina, così, senza motivo. Instabilità politica, traffici di armi, errori diplomatici, strategie di destabilizzanti sono in realtà fenomeni che vengono da lontano, che potevano essere chiamati per nome e denunciati.
Nel caso del terremoto, vedo il pericolo opposto: sta mancando il dopo, non il prima. Forse perché il terremoto nel centro Italia è ormai una "non notizia": non ci sono state - per fortuna! - vittime, i danni non appaiono - a prima vista! - così "interessanti". Il lettore ha bisogno di macerie fumanti, di sangue, di strazio. Lo stato di sospensione agonizzante di molti borghi, dove si registra con sgomento un pericolo di emigrazione forzata e irreversibile; un patrimonio di edifici storici e artistici forse irrecuperabile; un microtessuto produttivo ferito a morte, che non sa come rialzarsi; un tessuto sociale sfilacciato e disorientato: queste realtà purtroppo interessano meno, sono una "non notizia". Il problema è vendere lo scoop: quello che c'era prima e ci sarà dopo non interessa troppo.
Quando la paura resta sola ed è ulteriormente mortificata dal disinteresse - il caso di Aleppo è emblematico - tutti avvertiamo, nel profondo, che alla sofferenza s'aggiunge l'umiliazione. 
È allora che abbiamo bisogno, più che mai, di un vero Messia bambino, che in realtà è già in mezzo a noi, che è sempre in mezzo a noi, non solo a Natale. Un Messia bambino per il quale ancora oggi, purtroppo, "non c'è posto nell'albergo" della nostra vita. 
Tornare ad "albergare" il Bambino che bussa alla porta della nostra vita: ecco un augurio di Natale che potrebbe non essere scontato.
Buon Natale a tutti!

giovedì 8 dicembre 2016

Sant'Agostino, da Ippona ad Annaba


Sant'Agostino non si scrive solo in latino
391, Ippona, Basilica pacis: Agostino, ormai tornato nel suo paese natale, Tagaste, da circa tre anni, entra nella cattedrale e il popolo improvvisamente lo trascina dinanzi al vecchio vescovo Valerio, chiedendogli per acclamazione che fosse ordinato sacerdote. La sua fama ormai lo aveva preceduto: era partito per l'Italia con grandi ambizioni di carriera ed era tornato profondamente cambiato dalla conversione alla fede cristiana. All'ordinazione seguirà la consacrazione episcopale e, fra il 395 e il 397, la successione a Valerio, che lo vedrà vescovo di Ippona fino alla morte (430). Da qui Agostino giocherà un ruolo straordinario come filosofo, teologo, interlocutore privilegiato del vescovo di Roma nella difesa della fede. Le sue opere andranno letteralmente a ruba. La prima parte delle "Confessioni" comincerà a circolare prima ancora che potesse portare a termine la sua opera più famosa.
Mare splendido
La luce dell'alba sul golfo di Annaba
Dal 28 al 29 novembre 2016, l'Università "Badji Mokhtar" di Annaba (nome moderno di Ippona), con il Patrocinio del Ministero dell'Educazione e della Ricerca scientifica, ha organizzato un Convegno internazionale sul pensiero di Agostino di Ippona nelle sue dimensioni locali e universali; un Convegno al quale ho avuto la fortuna di partecipare, come relatore e membro del Comitato scientifico.
La posizione di questa città di mare è unica: una insenatura stupenda, in cui si alternano la dolcezza delle spiagge e i panorami mozzafiato della montagna che precipita di colpo su un mare purissimo.
Annaba è una città grande e moderna, di circa mezzo milione di abitanti, con una università importante e dinamica, di circa 40.000 studenti.

Arrivando, la prima sorpresa è la luce.
È difficile comprendere la dottrina agostiniana della illuminazione senza aver visto la luce che accende il cielo africano. E Albert Camus, altro grande algerino, ha aggiunto che da questa luce dipende la bellezza del mondo.

I relatori (escluso il fotografo)
L'università

Il convegno, in cui si sono alternati ospiti stranieri (soprattutto americani) e docenti locali, promosso dalla Facoltà di Studi umanistici e Scienze sociali, è stato un evento unico, non solo per gli ospiti: sotto il profilo scientifico, ma ancor più come un esercizio di dialogo interreligioso e di autentico scambio culturale.

L'Algeria è un paese orgoglioso della propria indipendenza, conquistata nel 1962, dopo otto anni di guerra sanguinosa con la Francia, che ha provocato un milione e mezzo di vittime, circa un terzo della popolazione di allora, oggi cresciuta impetuosamente fino a raggiungere i 40 milioni.


La sorpresa più grande riguarda la popolazione studentesca, soprattutto femminile: ottima preparazione e conoscenza delle lingue, grande curiosità intellettuale, motivazione straordinaria, desiderio di crescere e d'imparare.

Sullo sfondo le rovine della Basilica pacis
In particolare mi hanno colpito l'alto numero di frequenza ai corsi di lingua e cultura italiana, la conoscenza attenta e appassionata del nostro paese.

La visita al sito archeologico dell'antica Ippona è fonte di emozioni straordinarie. La pianta della basilica lascia indovinare dimensioni importanti, in un'epoca lacerata da tensioni molto forti con i Donatisti, che di fatto, dopo la conferenza di Cartagine (412), provocano uno scisma doloroso, non privo (anche allora!) di risvolti nazionalisti.
Il rapporto tra Agostino e Donato (ad Annaba considerati entrambi santi) genera dibattiti appassionati ancora oggi.

L'abside e la cattedra episcopale

In fondo, al centro dell'abside, un modesto sedile in pietra evoca la cattedra del vescovo: di per sé un posto anonimo, inghiottito dalla storia, da cui in realtà si è levata una parola alta, appassionata e autorevole, che continua a interpellare ancora oggi credenti e non credenti.


All'esterno della Basilica, sulla sinistra, ci sono i resti evidenti del battistero: quattro colonne incorniciano un piccolo spazio quadrato, in cui si fronteggiano tre scalini, dove i catecumeni scendevano, per risalire dalla parte opposta come cristiani.


Il battistero
Il sito merita certamente di essere conosciuto e valorizzato. In tutto lo spazio all'aperto non è difficile scoprire tra l'erba pezzi di mosaico a cielo aperto che - una volta recuperati e restituiti all'antico splendore - potrebbero trasformare questo luogo in un sito unico al mondo, autentico patrimonio dell'umanità.
In un piccolo museo adiacente si possono ammirare mosaici di fattura squisita, statue, suppellettili di epoca romana e persino fenicia.

Mosaici straordinari
La moderna basilica di sant'Agostino domina da una collina adiacente il sito archeologico.

Eretta tra il 1881 e il 1907 e recentemente restaurata, la basilica è un interessante edificio in stile neomoresco e neobizantino, dove alcuni giovani padri agostiniani tengono viva la memoria del loro grande Fondatore.

In una lettera, Agostino scrive: “E’ una gloria più grande uccidere la guerra con la parola, anziché uccidere gli uomini con la spada e procurare o mantenere la pace con la pace, non con la guerra”. 

La nuova Basilica di Sant'Agostino

Una profezia che attraversa i secoli e raggiunge anche questo nostro mondo, in cui lo spazio del dialogo interreligioso e della fraternità continua ad essere troppo fragile, stretto tra i due estremi del fondamentalismo e dell'indifferenza.