mercoledì 13 settembre 2017

Violenze private e pubblica ipocrisia

Chi l'avrebbe mai detto? La violenza - una violenza selvaggia, sanguinaria, disumana - è ormai diventata la compagna inseparabile della nostra vita quotidiana. Un contagio che non riusciamo più a tenere fuori della porta del nostro mondo "civilizzato", ma che s'infiltra spudoratamente anche nelle pieghe di mondi che ritenevamo - a torto o a ragione - più o meno immuni: nei giovani e giovanissimi, nei rapporti affettivi apparentemente più pacifici, nella chiesa, nelle forze dell'ordine…
La violenza più aggressiva, solitamente autorizzata - e addirittura benedetta! - quando assumeva la forma di guerre tra popoli e nazioni, non abita più soltanto l'arena pubblica dei "rapporti lunghi", ma si è infiltrata fin nelle pieghe più intime e invisibili dei "rapporti corti": tra fidanzatini, tra marito e moglie, tra adulti e bambini, tra carabinieri e giovani turiste…
Se ci facciamo caso, per deprecare questa violenza (cercando invano, in questo modo, di immunizzarci da essa), ricorriamo quasi inconsapevolmente al lessico riservato a uno stadio ferino e primitivo dell'umanità, che ormai non usiamo più per gli animali: il branco, una furia selvaggia, un impeto animalesco, una ferocia bestiale, una donna o un bimbo diventati una preda… Ammettiamo così, semplicemente con l'uso di queste parole, che sta accadendo qualcosa: un fenomeno di regressione, una voglia di tornare indietro, rispetto a quel confine elementare fra il civile e l'incivile che abbiamo impiegato secoli per condividere e in qualche modo consacrare. Le conquiste della storia e della cultura non bastano più.
Dichiariamo a parole tali confini come i più alti e invalicabili, ma di fatto li invochiamo solo per "gli altri"; per noi, siamo sempre pronti a chiedere una deroga, un'attenuante, una sorta di franchigia morale. Dentro il castello impenetrabile della privacy ognuno si sente padrone incontrastato e crede di poter fare quello che vuole con i propri feudatari…
"Non ce la facevo più, sono stato uno stupido, ho perso la testa!" Per gli antichi, l'ira faceva parte delle passioni meno nobili dell'umano, che si poneva alla massima distanza dalla luce dell'intelligenza. Oggi l'ira è diventata non solo la giustificazione dei violenti, ma anche il pretesto per accreditare una logica vendicativa di ritorsione a livello sociale, dove la rabbia delle "maggioranze silenziose" non vuole vedere quello che accade e pretende soltanto una escalation inarrestabile delle pene. Siamo arrivati al punto che, con l'istituzione del cosiddetto "omicidio stradale", in autostrada sparare a una persona è diventato meno grave che investirla! In realtà, non esiste alcun rapporto tra aumento della pena e diminuzione dei reati, come ci insegna il percorso esemplare della giustizia riparativa (restorative justice), che vuole rispondere alla colpa con un progetto, non con una riproposizione raffinata e ipocrita della legge del taglione. 
Il problema è che c'illudiamo di toglierci di dosso la marea di "violenza corta" che sta salendo sempre di più, attorno a noi e spesso dentro di noi, con un accanimento giudiziario, inefficace e anch'esso - sia pure a suo modo - un po' "barbaro". Forse c'è una schizofrenia tra pubblico e privato che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e denunciare. La semantica del privato veicolava in origine un'idea di privatezza, quindi di mancanza, di rinuncia (o perdita) della possibilità di trovare il compimento umano nella dimensione civile, in cui il radicamento in una civitas è condizione imprescindibile per partecipare alla edificazione di una civiltà. Oggi invece il privato è diventato un valore "a prescindere", da perimetrare con i paletti della privacy e su cui far sventolare la bandiera dei diritti, strappata dallo spazio pubblico. In realtà i diritti, anche nella cultura illuministica che li ha celebrati, avevano un senso solo sullo sfondo di un'apertura universale, che oltrepassava il recinto individualistico e portava a riconoscere qualcosa di comune oltre le differenze.
Ormai diventati orfani di un mondo pubblico, al quale apparteniamo e grazie al quale diventiamo "civili", il vocabolario dei diritti è usato di fatto per sdoganare il repertorio delle voglie più istintive e indiscutibili, che possono esplodere, in modi più o meno incontrollati, in una terra di nessuno, senza più freni inibitori. Addirittura, senza nemmeno il timore della pena: quando la voglia mi acceca e la società con i suoi valori e le sue leggi è troppo lontana per interessarmi o farmi paura, non mi ferma più nessuno, semplicemente perché io sono solo con me stesso e all'orizzonte non vedo altri che il mio ego. Un animale e la sua preda.
Allora il diritto diventa una pretesa, la convivenza si trasforma in indifferenza, la ragione diventa tutt'al più uno strumento diabolico per fabbricare alibi di ferro o per abbozzare una retorica di autogiustificazione a oltranza.
Se continuiamo a farci male in queste forme barbare e incivili, forse non basta lasciarci illudere dalla logica ipocrita del capro espiatorio, minacciando pene più severe o limitandoci a costruire megacarceri. Forse dobbiamo tornare ad appassionarci alla civitas e magari chiederci se per la formazione dei carabinieri, dei mariti, dei ragazzi, perfino dei preti non ci sia davvero da ricominciare da capo.

venerdì 25 agosto 2017

Autunno, interiorità da ritrovare

«Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante». Mi sono tornate in mente molte volte queste parole di Albert Camus, che, con un tocco magistrale, disegnano la cornice esterna del colloquio tra il dottor Rieux e padre Paneloux, nel romanzo La peste, ambientato nella città algerina di Orano. Il caldo opprimente e implacabile, in cui sembra come liquefarsi la tragedia della pestilenza, con il suo carico indifferenziato di vittime, non impedisce un confronto aspro e sofferto fra i due protagonisti, fatto di domande di senso troppo scomode, dinanzi all'assurdo di tante morti innocenti.

Anche senza agavi, la nostra interminabile estate atmosferica, nella monotonia assolata di giornate sempre sospese sotto un cielo bruciato, si è lentamente mangiata quasi tutte le promesse di libertà, di riposo, di incontri: ha preso in ostaggio le nostre vite, rallentando i movimenti, trasformando le case in soffocanti oasi protette, addirittura impadronendosi dei nostri discorsi, ossessionati dall'amplificazione mediatica delle previsioni e della temperatura percepita.

A un certo punto, vigliaccamente, ho abbandonato a se stesso il mio orticello, dove in un fazzolettino di terra "coltivavo" la pretesa di raccogliere molti pomodori, poche zucchine e melanzane, insieme a un po' di limoni, pesche e uva. Sono tornato a fargli visita qualche giorno fa e lo stato di abbandono mi ha fatto stringere il cuore: nemmeno le erbacce, che avevano avuto un'occasione unica per vincere la loro battaglia, sono riuscite a cantare vittoria. Foglie imbrunite e avvizzite dalla calura, frutta cotta dal sole come se fosse stata in forno… Più in generale, un senso di intontimento prostrato, come se anche la natura si fosse trovata di fronte a un tradimento imprevisto: da amico, il sole si era trasformato in nemico, le nuvole erano scomparse, il cielo come bloccato in un azzurro sfatto e pesante.

Anche questa estate, più o meno come sempre, è stata teatro di incidenti stradali, disgrazie al mare o in montagna, attentati terroristici, atti di violenza - esibiti o nascosti - nei microcircuiti di affetti più meno effimeri e disordinati. Anche noi abbiamo la nostra peste: non solo estiva, beninteso, ma che in estate - per imprudenza o strafottenza - diventa particolarmente aggressiva e pervasiva. Ci manca forse, però, un dottor Rieux e un padre Paneloux che ci sappiano riportare all'essenziale, che ci aiutino a porci domande vere. Siamo sedotti soprattutto dal gossip più fatuo, fatto di patetiche stravaganze miliardarie, con il quale c'illudiamo di esorcizzare l'angoscia della cronaca nera, lasciandoci soverchiare da dissipazione e stordimento.

Le giornate si stanno accorciando, per strada cominciano a rotolare le prime foglie accartocciate. Forse abbiamo bisogno di autunno. Non solo di giornate brillanti e fresche, di colori morbidi e sfumati, di qualche passeggiata rasserenante e ristoratrice; abbiamo bisogno soprattutto di ritrovare noi stessi, di espellere le tossine dell'angoscia e del pessimismo, di ritrovare le ragioni del bene e della speranza. Autunno, tempo di interiorità da ritrovare.

venerdì 18 agosto 2017

In memoria di una infinita strage degli innocenti…






Quando la strage degli innocente serve al potere...

«Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:

Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più»
 (Mt 216-18)


… e genera uno strazio indicibile...


Ettore muore, e Troia viene espugnata. I Greci trionfanti uccidono il figlio di Ettore, Astianatte, precipitandolo dalle mura della città. La regina Ecuba, sua nonna, lo piange così, quando le viene portato sullo scudo del padre:
«O Achei, che menate vanto maggiore di bravura che non di senno, perché avete perpetrato questo crimine inaudito? Per paura di un bambino? Forse perché egli non risollevasse un giorno Troia abbattuta? Valevate dunque ben poco, quando noi soccombevamo, nonostante il valore di Ettore e di infinite altre braccia; e ora che la città è stata presa avete avuto paura di questo bambino?
O diletto, qual misera morte ti colse! Sventurato, come miseramente le patrie mura ti spogliarono il capo dei riccioli, che tua madre spesso pettinava e copriva di baci! Ora dalle ossa infrante ride la strage, e non dico l’orrore. O mani, che dolce somiglianza avevate con quelle del padre, eccovi qui, davanti a me, spezzate nelle giunture. O bocca adorata, che pronunziavi parole così fiere, sei spenta!
Tu mi mentisti, quando venendo nel mio letto, dicevi: “Nonna, reciderò per te i miei riccioli folti e ti accompagnerò con i miei compagni al sepolcro, rivolgendoti cari saluti”. Non tu me seppellisci, ma io, vecchia, senza patria, senza eredi, seppellisco il tuo misero cadavere, te così giovane!»


(Euripide, Le troiane, traduzione di Dario Del Corno)


… non dimentichiamo il valore della vita…

« L’uomo combatte continuamente contro la morte. Esso alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia! Non si lasci morir nulla di ciò che fu bello e giocondo»

(Giovanni Pascoli, Pensieri e discorsi)


… e non rinunciamo a soffrire per la giustizia

«Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: - monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può né vincerla né impattarla.
- E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual è la buona nuova che annunziate a’ poveri? Chi pretende da voi che vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu dato né missione, né modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i mezzi ch’erano in vostra mano per far ciò che v’era prescritto, anche quando avessero la temerità di proibirvelo»


(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXV)

venerdì 4 agosto 2017

Buon compleanno, Charlie Gard

Oggi Charlie Gard avrebbe compiuto il suo primo anno di vita. La sua vicenda, resa paradossale e atroce da una singolare concomitanza di fattori (può essere utile, tra le altre, la ricostruzione del Corriere della sera), ha commosso il mondo intero.
Ormai non è più il caso di usare la sua storia per rassicurarci con facili capri espiatori; del resto, a questo (s)proposito abbiamo ormai sentito di tutto: i pediatri inglesi negligenti e crudeli, la giustizia cieca, la burocrazia lenta, i genitori troppo protagonisti, il medico americano opportunista, persino un papa reticente ed evasivo… Sulla tua fragile esistenza, caro Charlie, si sono dati appuntamento tutti i fattori che più possono imbrogliare la matassa della vita, insieme a un repertorio di luoghi comuni grossolano e insopportabile. Su quella linea di frontiera esilissima in cui accanimento ed eutanasia si fronteggiano, invece di disporci a una pietà responsabile e solidale, molti di noi hanno preferito esorcizzare smarrimento e impotenza, nascondendosi dietro slogan vuoti e sicurezze fasulle. 
Molto probabilmente la medicina non avrebbe potuto salvarti; proprio per questo, però, il vero accanimento che avremmo dovuto evitare è stato quello legale, che si è interposto fra la tua vita e quella dei genitori, di fatto espropriandoli della loro patria potestà.
In realtà, caro Charlie, con la tua vicenda hai messo a nudo che nella tua vita fragile e preziosa sei semplicemente uno di noi; che anche la nostra vita, come la tua, è in bilico sull'orlo di un abisso e, a volte (non sempre, per fortuna), il progresso tecnologico contribuisce a rendere ancora più instabile e sgretolabile il terreno sul quale poggiamo i piedi.
Mentre da una parte moltissime persone avrebbero fatto chissà che cosa per salvarti la vita, la cronaca nera avvelena i nostri giorni con i delitti più efferati e gratuiti: stupri, droga, femminicidi, omicidi/suicidi. I nostri ragazzi continuano a morire, giorno dopo giorno, senza sapere perché, sostanzialmente per overdose di violenza, dis-ordine degli affetti, accanimento narcisistico.
Oggi i tuoi genitori, caro Charlie, avrebbero preparato una bella torta di compleanno; quella torta che nemmeno molti bimbi siriani, africani, delle terre più insaguinate del mondo potrebbero mai assaggiare.
Per molti di noi non saresti dovuto morire, per altri purtroppo non saresti dovuto nascere. Nello stesso tempo, persone più fortunate e sane di te stanno buttando la loro vita e quella degli altri con una leggerezza spaventosa. La stessa società che stenta a riconoscere il diritto di vivere dei malati, accetta cinicamente il diritto di morire dei sani
È questo il vero dramma del nostro tempo, che né la tecnologia, né il diritto, né il circo mediatico con tutta la sua corte assatanata di scoop riusciranno mai a risolvere: perché vivere, se dobbiamo morire? Perché morire, se possiamo vivere?
Caro Charlie, martire e fratello della nostra fragilità che ci fa tanto paura, angelo innocente e compagno discreto delle nostre solitudini disperate, facci giungere un raggio di quella luce purissima che ora fa splendere eternamente la tua vita risanata. I ciechi hanno bisogno di luce, soprattutto quando sono convinti di vedere, mentre riescono a malapena a vivere in compagnia solo della propria ombra.

venerdì 21 luglio 2017

I tre insegnamenti dei "detrattori" di papa Francesco

Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla, in interlocuzione con la lobby -  molto attiva sui social - dei detrattori a spada tratta di papa Francesco. Anche perché, ormai, tutte le frecce risultano sistematicamente spuntate e sul tappeto, alla fine, resta solo polvere. Molto probabilmente, fra qualche anno, quando ci sarà un minimo di distanza storica, questa sarà a malapena ricordata come una delle tante, patetiche battaglie di retroguardia che, nella lunga storia della Chiesa, hanno cercato invano di ostacolare il suo cammino.
Già ora l'attacco sistematico al papa appare frutto di una chiusura pregiudiziale. È umanamente impossibile per ogni essere umano, animato dalle migliori intenzioni, non riuscire a combinare nella propria vita nulla di buono: per questo, raccogliere e rilanciare notte e giorno solo giudizi negativi contro Francesco, senza mai dare conto di qualche frutto positivo, è un'operazione che si scredita da sola. Nel migliore dei casi una prevenzione ideologica, nel peggiore una strategia diffamatoria che ha qualcosa di diabolico. 
Basterebbe almeno riconoscere, sportivamente, l'attività caritativa diffusa che il papa promuove, senza suonare tante trombe, a favore dei poveri, recentemente descritta come "la carità nascosta di papa Francesco"
Nemmeno un cieco, d'altra parte, potrebbe negare i risultati della diplomazia vaticana, ispirata da Francesco: in un suo blog (peraltro più equilibrato che "schierato"), Iacopo Scaramuzzi ha scritto: "Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole. E non è solo brillante politica estera, le mediazioni vaticane a Cuba e nel resto dell’America Latina, lo scontro con Donald Trump, il riavvicinamento a Cina, Iran, Russia, paese quest’ultimo dove il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin si recherà in visita quasi certamente nel mese di agosto". 
Aggiungerei i risultati dello straordinario viaggio in Egitto, appena descritti, in modo sobrio e documentato, da Enzo Romeo, sull'ultimo numero di Dialoghi ("Francesco il tessitore: la sfida del dialogo contro il fanatismo", Dialoghi, 2/2107). 
Ancora più deplorevole e quasi rivoltante l'uso del dramma di Charlie Gard, il bimbo inglese affetto da una rara sindrome da deperimento mitocondriale: mentre Francesco - discretamente e concretamente - stava attivando l'Ospedale pediatrico "Bambino Gesù", è partito un tam tam indecente sul suo presunto "silenzio". Evidentemente qualcuno sogna un magistero papale fatto di declami e anatemi, dietro ai quali l'inerzia più totale sarebbe un corollario irrilevante.
Voglio però intervenire ancora una volta, cercando di volgere in positivo la lettura del fenomeno, dal quale si potrebbero ricavare almeno tre insegnamenti:

1) Anzitutto, l'accanimento contro papa Francesco testimonia chiaramente, a contrario, l'altezza della sua figura e la limpidezza del suo operato; in una parola, la sua autenticità evangelica. Se infatti, dopo aver fatto le "analisi del sangue" all'intera biografia di Bergoglio, fin nelle pieghe più riposte della sua vita, si continua ad andare avanti così, cioè riciclando il nulla, possiamo stare davvero tranquilli. Per la verità, molti di noi non avevano dubbi: ma ormai ce ne viene offerta una motivazione ulteriore, ad abundantiam. Se gli unici argomenti contro il papa sono un conclave illegittimo, o il fatto che egli chieda un avvicendamento alla Congregazione per la dottrina della fede in seguito alla scadenza ordinaria di un mandato, o invocando addirittura il cardinale Martini (ritenuto sempre inaffidabile e ora trasformato in una auctoritas), vuol dire che abbiamo davvero un santo papa. È stato raschiato il fondo del barile, lasciamo che i morti seppelliscano i morti.

2) In secondo luogo, gli attacchi a papa Francesco contengono in se stessi la misura della loro contraddizione e in un certo senso ci offrono un criterio per distinguere in modo inequivocabile parresia e maldicenza. Come ha scritto qualche tempo fa Andrea Grillo, quanti hanno condotto una crociata intransigente contro il moderno rischiano di diventare vittime di una "sindrome di Stoccolma", incarnando in loro proprio quelle forme di soggettivismo relativistico e di individualismo anti-istituzionale che hanno combattuto per anni! Il rispetto della suprema autorità che i cristiani riconoscono al vicario di Cristo e successore di Pietro dovrebbe suggerire altri atteggiamenti, altre parole, un'altra umiltà e, alla fine, anche il silenzio. Molti di noi, in passato, hanno avuto qualche perplessità e alcuni dubia su singole prese di posizione dei pontefici precedenti e hanno scelto la via del silenzio e della preghiera, sapendo bene l'uso strumentale che sarebbe stato fatto di alcune prese di posizione. La linea che separa il silenzio dalla chiacchiera potrebbe essere anche quella che distingue un buon cristiano da un provocatore.

3) Infine, questa marea montante di acredine fine a se stessa c'insegna che i veri problemi della Chiesa oggi sono altri: sono le grandi sfide dell'annuncio del Vangelo, delle forme della testimonanza cristiana, della santità nella ricerca di sintesi credibili - antiche e nuove - fra Parola, liturgia e carità, fra l'altezza della Rivelazione e le fragilità della storia. Oscurare e persino occultare queste sfide, trasformando la vita ecclesiale in un derby fra bergogliani e antibergogliani, stimolando la nascita di opposte tifoserie, è un'operazione spericolata e profondamente - questa volta sì - antievangelica. Chi crede che agitare qualche rassicurante parola d'ordine garantisca un'esenzione a prescindere da ogni altra forma d'impegno, c'insegna, ancora una volta a contrario, qual è il pericolo più grande oggi per un cristiano: ridurre il cristianesimo a una grande sceneggiata mediatica, frivola e mondana, di fronte alla quale basta dichiarare da che parte si sta. Anche rimanendo in pantofole, tranquillamente sprofondati nella poltrona di casa. 

lunedì 17 luglio 2017

La trappola di Hayek e il destino dell'Europa

Raramente capita di imbattersi in un librettino minuscolo - sì e no cinquanta pagine - da leggere tutto d'un fiato, in cui sono discusse tesi tanto importanti e chiamati in causa interlocutori così autorevoli. Philippe Van Parijs è un filosofo ed economista che insegna all'università cattolica di Lovanio, buon amico di John Rawls, uno dei più influenti filosofi morali e politici del '900, con il quale ha avuto contatti importanti, documentati anche da uno scambio di lettere, di cui qui viene riportato un documento interessante.
L'oggetto del libro, tradotto e introdotto da Luigi Minelli, è il futuro dell'Europa e la discussione viene idealmente ricostruita chiamando in causa quattro figure di prima grandezza: da un lato, Van Parijs e John Rawls, che convengono su un impianto di fondo, pur distinguendosi su una tesi specifica; da un altro alto, Friedrich von Hayek, padre del neoliberalismo e critico implacabile dell'intervento statale in economia, e Margareth Tatcher, prima donna ad aver ricoperto la carica di Primo ministro nel Regno Unito dal 1979 al 1990.
Il futuro dell'Europa, secondo l'autore, dipende fondamentalmente dalla possibilità di uscire dalla "trappola di Hayek": il suo argomento si sviluppa a partire dal presupposto che ogni intervento politico in economia è dannoso e si  conclude asserendo che in ogni caso tale intervento è possibile solo in comunità politiche sufficientemente omogenee, quali non possono essere invece le federazioni tra Stati con storie, lingue e tradizioni diverse. Meno che mai, quindi, l'Europa. 
Per un verso, dunque, una forma di mercato comune svincola l'economia dal controllo degli Stati nazionali (e questa sarebbe l'"utopia liberista" di cui avremmo bisogno); per altro verso, un'entità politica sovranazionale non potrà mai avocare a sé quei vincoli politici che si accettano solo da un “governo di compatrioti" e non certo da un "gpverno di stranieri".
Questa è stata esattamente la linea di Margareth Tatcher, rileva Van Parijs, che sostenne con grande forza l'unificazione del mercato comune, opponendosi a ogni forma di "Europa politica". In poche parole: sì all'"utopia liberale" di Hayek, no all'"utopia federale" europea. Van Parijs commenta così l'attuale contenzioso intorno alla Brexit, che continua ad essere ispirato dal pensiero della Tatcher: "Lasciateci Brexit, ma una Brexit leggera, così da poter mantenere intatta la nostra capacità di sabotaggio" (p. 31).
La linea di Van Parijs cerca un'alternativa al dilemma che sta soffocando il futuro dell'Europa: o la gabbia del neoliberalismo, che usa l'Europa per togliere di mano alla politica il controllo dell'economia, o le suggestioni nazionaliste e populiste, che pesano sempre di più sull'opinione pubblica europea.
L'Autore non dubita che si debba stare dalla parte di Rawls, contro Hayek e Tacher, anche se, a differenza di Rawls, rietiene che, al punto in cui siamo, abbiamo bisogno di un'Europa federale, sempre più simile agli Stati Uniti, nel senso di rafforzare le istituzioni federali e insieme favorire la nascita di demos europeo. Tale demos dovrà preservare la diversità linguistica e favorirel a condivisione di una lingua franca come l'inglese, che, dopo Brexit, può funzionare ancora meglio come mezzo di comunicazione neutrale.
È questa l'"utopia coraggiosa" di cui abbiamo bisogno per garantire un vero futuro all'Unione Europea. Un compito pieno di ostacoli, ma la vera politica è un "lento e faticoso superamento di ostacoli", conclude l'Autore, con una splendida citazione di Max Weber. È il compito, secondo Weber, di ogni vero capo, anzi di un vero eroe: "E anche coloro che non sono capi né eroi devono armarsi di quella fermezza interiore che è in grado di reggere al crollo di ogni speranza". Di questo impegno abbiamo bisogno, conclude Van Parijs, per "rendere possibile domani quello che oggi è, o sembra, impossibile" (p. 40).
In un'epoca in cui la rete continua ad intossicare il dibattito pubblico con uno smog irrespirabile, fatto di luoghi comuni assolutamente privi di senso storico, e
pregiudizi grossolani, frutto di un mix insopportabile di dilettantismo e volgarità, per fortuna c'è ancora chi, senza sprecare parole inutili, sa andare dritto all'essenziale, onorando l'antica regola di cominciare a parlare assicurandosi prima di aver acceso il cervello. 


Il libro
Philippe Van Parijs, La trappola di Hayek e il destino dell'Europa, a cura di E. Minelli, Morcelliana, Brescia 2017, € 7.

venerdì 30 giugno 2017

Charlie Gard, la pietas negata

In una società come la nostra non esistono più risposte facili a questioni complesse. Dall'immigrazione ai vaccini, dalla crisi economica alla corruzione, dal futuro della biosfera alla conquista dello spazio: ogni giorno tocchiamo con mano quanto sia difficile ragionare - e ragionare insieme! - e quanto invece sia arbitrario e pericoloso cercare facili scorciatoie emotive, emettendo continuamente sentenze inappellabili da "Bar dello sport". La verità è che non riusciamo più a star dietro alla velocità forsennata della macchina che abbiamo creato con le nostre stesse mani: la politica non riesce a governare l'economia, la scienza ha rinunciato a dettare l'agenda alla tecnologia, la semantica del bene e del male attinge a piene mani al lessico della convenienza…
Il caso di Charlie Gard è l'ennesimo esempio atroce di tragic choice: nato il 4 agosto 2016 e affetto da una rarissima sindrome - inguaribile ma non incurabile! - da deperimento mitocondriale, il bimbo è stato ricoverato al Great Ormond Street Hospital for Children  di Londra, dove i medici hanno dovuto rinunciare a una terapia sperimentale per il peggioramento delle sue condizioni, decidendo alla fine l'interruzione delle cure. È iniziato da qui un braccio di ferro straziante e assurdo fra i sanitari e i genitori, ai quali fra l'altro attraverso il Charlie’s Army (l’esercito di Charlie) erano stati donati 1,4 milioni di sterline per tentare qualche altro percorso terapeutico negli Stati Uniti (per la verità mai sperimentato e con aspettative di successo prossime allo zero). 
Ne è scaturita una battaglia legale in cui i giudici si sono sempre pronunciati in favore della sospensione delle cure: prima in Gran Bretagna, coinvolgendo l’Alta Corte, quindi la Corte d’Appello e infine la Corte Suprema; successivamente Chris e Connie, genitori di Charlie, si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti Umani - istituzione indipendente dall'Unione Europea, è bene ricordarlo - che ha confermato le sentenze dei giudici inglesi. 
Il problema è molto complesso e i ripetuti pronunciamenti giudiziari debbono mettere in guardia da valutazioni affrettate e poco documentate: da un lato, i genitori si sono sentiti espropriati da ogni diritto di esplorare altre strade e, alla fine, persino di portare a casa il proprio bimbo, lasciando che morisse nella sua culla; da un altro lato, medici e giudici hanno voluto probabilmente impedire inutili "viaggi della speranza", in cui spesso familiari disperati vorrebbero imbarcarsi a occhi chiusi, rischiando strumentalizzazioni e ulteriori, inutili sofferenze.
Tuttavia, dinanzi a una questione così complessa, dobbiamo gridare ai quattro venti che le risposte a volte non sono facili, ma debbono però cercare sempre di essere semplici. Non confondiamo la semplicità con la facilità: a volte è difficile essere semplici, è più facile essere complicati. Appartengono alla scala della semplicità il senso elementare dell'umano, l'affetto dei genitori per il proprio bimbo malato, il valore della pietas sulla farraginosità, spesso ottusa, delle leggi e sulla logica, ahimé spietata, della contabilità economica.
Mi pare di poter dire che, in questo caso, medici e giudici hanno dato verdetti difficili a due genitori che forse si aspettavano risposte semplici. È l'antica tragedia di Antigone, che sceglie il valore altissimo di una legge non scritta rispetto al dettato, formalmente ineccepibile ma sostanzialmente disumano, delle leggi scritte.
Anzitutto sorprende e raggela, come ha scritto anche Aldo Maria Valli in un bel post sull'argomento ("Che cosa ci può insegnare la storia di Charlie"), il fatto che i giudici abbiano sostanzialmente vanificato ogni potestà genitoriale, invocando un "controllo prioritario… affidato,  per legge, al giudice che esercita il suo giudizio oggettivo e indipendente nel migliore interesse del bambino". Il "giudizio oggettivo" del giudice, in casi come questi, dipende totalmente dalla consulenza medica che è stata scelta a monte; una scelta che francamente non so quanto possa dirsi "oggettiva".
Su questo si potrà aprire un dibattito meno condizionato dalle pressioni emotive; credo però che sia "oggettivamente" inammissibile opporsi alla richiesta dei genitori di poter dimettere il proprio figlio dall'ospedale per riportarlo a casa, dimenticando che anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda, ove possibile, la somministrazione di cure palliative a domicilio. Viene allora il sospetto atroce che, dietro tutto questo, possa esserci in ultima analisi una oscena questione contabile: perché l'il sistema sanitario dovrebbe continuare a spendere soldi inutilmente? 
Paul Ricoeur, in un suo testo molto importante, raccomanda che, nei momenti più difficili, quando le responsabilità debbono essere condivise, dovrebbe attivarsi una "cellula del buon consiglio", capace di favorire un incontro e un dialogo virtuoso fra competenze, sensibilità, punti di vista diversi. Si potranno avere opinioni differenti sulle cure offerte a Charlie Gard, ma è difficile negare che sia mancata proprio la cosa più importante (e più semplice!): una vera "cellula del buon consiglio". 
Troppi giudici, troppe sentenze, troppe carte, scarsa umanità. L'alleanza "oggettiva" tra medici e giudici contro i familiari dei pazienti - magari benedetta dietro le quinte dagli amministratori del sistema sanitario - è un bruttissimo segnale per una società che vuole dirsi liberale. Quando la legge ignora la pietas, nel senso più elementare della parola, la dittatura dell'impersonale è alle porte.

domenica 14 maggio 2017

Vite fragili, cura preziosa

Le vite troppo fragili per essere guarite sono troppo preziose per essere scartate

(Sansepolcro, 12 maggio 2017)

Il video dell'intervista
 


domenica 30 aprile 2017

Il cammino e la giostra: l'AC dopo 150 anni


Il cammino è molto di più di una metafora della vita: ne esprime il dinamismo profondo, che non è fatto solo di movimento, ma anche di cambiamento. È difficile cambiare senza muoversi, ma è possibile - soprattutto oggi - muoversi senza cambiare.
Sin dagli albori dell'umanità, si può dire che l'uscita dalla penombra della preistoria sia cominciata quando gli esseri umani hanno sperimentato e compreso che la differenza fra il tempo della natura e il tempo della storia dipende proprio dalla possibilità di vivere un percorso orientato, condiviso, progressivo. Il movimento degli astri, l'avvicendarsi delle stagioni, il ciclo del giorno e della notte sono un tornare sempre al punto di partenza: la vita umana - propriamente umana - ha invece la possibilità di cominciare, di andare, di cambiare; la storia dell'umanità è un reticolo magnifico e terribile di sentieri più o meno interrotti: sentieri luminosi e insanguinati, rischiarati da slarghi improvvisi, da accelerazioni sorprendenti, e insieme bloccati da muri abusivi e invalicabili, causa di rallentamenti, deviazioni, conflitti senza fine.
Da più di mezzo secolo, però - praticamente dalla mia adolescenza -, avverto che siamo diventati ostaggi di una retorica del cambiamento, che ormai si ripete ossessivamente, come un ritornello rifritto in tutte le salse: il tempo è cambiato, sta cambiando tutto, il mondo non è più lo stesso, dobbiamo stare al passo con le trasformazione epocali… Forse è ora di chiederci: perché non riusciamo mai ad agguantare il segreto, il meccanismo nascosto, l'algoritmo del cambiamento? Che cosa ci sfugge, spiazzando continuamente analisi dotte e interminabili, che invecchiano prima di diventare adulte, innescando la spirale frustrante di una rincorsa affannata e sempre in ritardo? Il treno corre troppo velocemente, oppure sta girando in circolo, sferragliando a vuoto, galleggiando su stesso? A volte si ha l'impressione che il treno sia diventato una giostra: sempre più sofisticata, sempre più vorticosa, sempre più seducente, ma pur sempre una giostra. Verrebbe da dire: tanto rumore per nulla!
Ormai avvertiamo in modo sempre più chiaro che ogni giorno si muove tutto e non cambia mai niente! Correre a perdifiato è diventato il modo più frenetico di stare fermi. Perché se decidiamo di salire su una giostra e non scendere più, alla fine ci gira la testa e non ci accorgiamo di essere sempre nello stesso posto, rinunciando a vivere. Paradosso incredibile: grazie alla tecnologia stiamo tornando indietro dal tempo della storia al tempo della preistoria!
La società è ferma, la scuola è ferma, l'educazione è ferma, la politica è ferma, l'economia è ferma. Che cosa trasforma il movimento in cambiamento? Scendere a terra, trovare un sentiero già battuto, avere una mappa, dare corpo a un sogno, elaborare un progetto, impegnarsi in una promessa, generare un processo, camminare insieme con il passo di tutti.
L'Azione Cattolica, nella sua XVI Assemblea, tuttora in corso, e nella celebrazione di un secolo e mezzo della sua storia, oggi ha incontrato Francesco, che è tornato - dopo l'intervento memorabile al Forum internazionale del 27 aprile - a dire parole ispirate e impegnative: 
- anzitutto ha ribadito in modo insistito ed energico la centralità irrinunciabile della parrocchia, "che non è una struttura caduca" (EG, 28), spazzando via finalmente l'antitesi artificiosa tra istituzione e carisma, che ci ha fatto perdere anni di tarda scolastica movimentista; 
- in secondo luogo ha ricordato che un'assocazione che voglia vivere all'altezza della sua storia ha oggi la "responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l'impegno politico [riaffermato con forza, scostandosi dal testo scritto, in favore della "grande politica, con la lettera maiuscola"], la passione educativa e la partecipazione al confronto culturale".
Oggi è particolarmente difficile vivere un equilibrio tra questo doppio dinamismo: soprattutto perché pezzi consistenti della nostra società - e forse anche segmenti non secondari della nostra stessa vita -  sembrano sedotti più dalla giostra che dalla strada, più dal luna park che dalla città. Preferendo un movimento senza cambiamento, in fondo, ci si diverte di più, si soffre di meno, si può recriminare più facilmente, si scende e si sale quando se ne ha voglia. Anche senza biglietto.
Eppure un cristiano - oggi meno che mai - non può tirare dritto per la sua strada.
Negli anni del Concilio, le strade della storia erano affollate, si stentava a farsi largo, tra calci e spintoni: pullulavano di visioni politiche (a volte, purtroppo, semplicemente ideologiche), di ideali umanistici, di movimenti per la pace e i diritti umani, di culture militanti, di voglia di cambiamento e di futuro. 
Oggi, verrebbe da dire, il futuro non è più quello di una volta
Come dialogare con chi ha solo voglia di movimento senza cambiamento? Dobbiamo salire anche noi sulla giostra, entrare nel luna park? Ma se poi ci perdiamo? Se diventiamo irrilevanti? E se trascorressimo già al suo interno, magari senza accorgercene, una parte non piccola della nostra vita? Che cosa significa "partecipazione al confronto culturale"? Che cosa può voler dire oggi impegnarsi in favore della "grande Politica"?
La difficoltà oggettiva di dare una risposta a queste domande non ci autorizza però a sottovalutarle, a tenerle prudentemente distanza, o peggio a ignorarle del tutto.
Una volta ritrovato un riconoscimento ecclesiale così alto, autorevole e convinto, diventare un "sindacato dei catechisti e degli educatori" potrebbe essere oggi per l'Azione Cattolica la tentazione più forte e insidiosa di tutta la sua storia. Sarebbe il modo peggiore di stravolgere - e tradire - la "scelta religiosa". Ancora una volta papa Francesco ci dà a pensare.

martedì 18 aprile 2017

Venti di populismo, il miraggio dell'antipolitica


Confini di Pierluigi Mele

RaiNews - Intervista a Luigi Alici

Soffia il vento dei populismi in Europa. In Francia, ormai vicinissima alle elezioni presidenziali (si svolgeranno domenica prossima), va forte il Front National di Marine Le Pen. In altri Stati europei il populismo è stato fermato, ma non nel  Regno Unito. Ora tocca ai grandi paesi, Francia-Germania-Italia,  fondatori dell’Unione Europea affrontare questo “spettro” che si aggira per l’Europa. Uno “spettro” che rischia di portare indietro l’Europa. Ma cos’è il populismo? Qual è la sua natura? Cerchiamo di approfondirlo, in questa intervista, con il filosofo Luigi Alici. Alici  è  Direttore della Scuola di Studi Superiori “Giacomo Leopardi” all’Università di Macerata.

Professore, incominciamo questa nostra conversazione cercando, nel limiti di una intervista, di definire il termine “populismo “. Il filosofo liberale Isaiah Berlin, in un convegno del 1967 della London School of Economics, parlava di un rischio, per gli studiosi, nel cercare una definizione “pura” di populismo. Il rischio, secondo Berlin, è quello di cadere nel “Cinderella complex” (complesso di Cenerentola), ovvero di non  trovare nella realtà oggetti perfettamente corrispondenti alla teoria. Eppure bisogna cercare di liberarsi da questo “complesso “. Allora le chiedo cos’è il populismo: Una ideologia, uno “stile” politico oppure una mentalità?  

Berlin aveva ragione: nel caso del populismo non si trova mai il piede – un unico piede – che possa calzare perfettamente la scarpetta di Cenerentola. Egli stesso, del resto, seguito da altri studiosi, ha tentato di elaborare un’interessante “sintomatologia” del fenomeno, che qui non possiamo analizzare. Restando dentro questo lessico, si potrebbe dire che il populismo è un sintomo e nello stesso tempo una malattia: un sintomo, in quanto segnala un malessere generale della democrazia, che non riesce più a far fronte in termini politici alle sfide sociali della convivenza; una malattia, anzi una epidemia latente, che in condizioni propizie dilaga come una vera e propria pandemia (dal greco pan-demos, tutto il popolo). Nasce da qui il carattere equivoco del fenomeno, che intercetta una sorta di pulsione viscerale, sempre pronta ad esplodere in forme complesse e pervasive: quello che spesso insorge come un meccanismo reattivo di autodifesa, che sfrutta in modo parassitario paure, smarrimenti e risentimenti, può assumere ben presto forme opportunistiche e camaleontiche, fino a irrigidirsi in una vera e propria mistificazione ideologica. In questo senso, nessuno ne è per principio autoimmune: è il populismo in me, più che il populismo in sé, che io devo temere di più.

Quali sono le condizioni “strutturali ” in cui si può sviluppare il populismo?
Se distinguiamo condizioni “congiunturali” e “strutturali”, fra queste ultime segnalerei soprattutto una concezione distorta del rapporto tra popolo e comunità, da un lato, e del rapporto tra politica e democrazia, dall’altro. Nel primo caso, il popolo è mitizzato come un vero e proprio organismo vivente, omogeneo, compattato in profondità da un legame vitale, immediato, che si traduce in una deriva plebiscitaria, alimentando un immaginario collettivo in cui contano solo i collanti identitari “caldi” di tipo emozionale. La comunità è sempre pura, il nemico è solo esterno. A questo primitivismo comunitario corrisponde, sul piano politico, una strisciante delegittimazione istituzionale e un appello ambiguo a una “democrazia alternativa”: la cosiddetta antipolitica nasce come una reazione di rigetto nei confronti di un parlamentarismo ritenuto folcloristico e inconcludente, all’ombra del quale sarebbe entrato in stallo il meccanismo fisiologico della rappresentanza e si sarebbero consolidate elitarie rendite di posizione. Ma la denuncia della democrazia tradita può degenerare in un tradimento ancora peggiore, che si manifesta nella retorica del nemico, nella celebrazione di una comunità chiusa, in atteggiamenti antimoderni di isolazionismo e soprattutto nel rifiuto della politica come articolazione e mediazione delle differenze. Prima o poi sorgerà un “uomo della provvidenza”, capace di intercettare queste spinte populiste, presentandosi come colui che parla direttamente alla “pancia” del popolo, senza alcuna fastidiosa intermediazione. Come ha dichiarato Trump, appena insediato: “Ora il potere torna al popolo”.

Quali sono gli “strumenti ” di  diffusione del populismo?
Ci sono anche fattori “congiunturali”, che offrono condizioni favorevoli per la crescita rapida dei fenomeni populisti: in passato, possono essere stati fattori di drammatica conflittualità interna (come negli Stati Uniti la guerra di secessione) o di grave crisi economica (come negli anni Trenta), o un mix di povertà endemica, instabilità politica e tentazioni autoritarie (come nei paesi sudamericani). Nel nostro tempo, gli effetti della recente crisi economica sono stati esasperati da una serie di gravi fenomeni concomitanti, che si chiamano globalizzazione, corruzione, immigrazione, paralisi dei grandi organismi rappresentativi, dall’Onu all’Europa.
In tutti questi casi, il populismo è un “parassita dell’antipolitica”, che può crescere come un vero “partito trasversale”: nelle culture politiche di destra tende ad assumere un volto corporativo e autoritario; in alcuni regimi militari celebra ordine e gerarchia; a sinistra si nasconde spesso dietro le bandiere dell’egualitarismo e del radicalismo rivoluzionario; in ambito socialista può assumere forme etnonazionaliste; quando colonizza alcune culture cristiane, alimenta forme identitarie di reazione antimoderna, usandone la simbologia religiosa e la domanda salvifica, ma di fatto trasformandola in una forma di neopaganesimo idolatrico.

Si parla molto  di democrazia della Rete (Casaleggio-Grilllo).  A vedere certe vicende dei 5Stelle, Genova, si usa la Rete e poi si fa tutto il contrario della decisione della Rete. Insomma la “democrazia” della Rete è una menzogna? 
Il fenomeno del M5S è troppo recente e ancora in fieri; manca un minimo di distanza storica, per poter esprimere una valutazione ponderata e non ideologica. La sua nascita, tuttavia, contiene in sé alcuni germi populisti: la divisione manichea tra Noi e Loro, senza sfumature o mezze misure, che ha legittimato il M5S come alternativa radicale al sistema dei partiti tradizionali, contrassegnata da forme di purismo (quasi un rifiuto di contaminarsi…) che, già ora, cominciano a scolorire; il leader carismatico che, a dispetto di alcuni slogan (“Uno vale uno”), di fatto incarna, gestisce e protegge l’anima profonda del movimento, promettendo risposte radicali e finalmente risolutive ai problemi di sempre; la rete come vera e propria “terra promessa”, quasi un luogo salvifico che consente di bypassare la fatica (e la problematicità) della elaborazione politica, sostituendo l’immediatezza alla mediazione. “Sta nascendo una comunità”: disse il leader del movimento, a margine della grande manifestazione di Roma del 2013; tuttavia, di recente, quando il sondaggio in rete per le elezioni comunali di Genova ha dato un risultato sgradito, lo stesso Grillo ha giustificato l’esclusione in ultima analisi con queste parole: “Fidatevi di me”. Un atteggiamento, questo, inequivocabilmente populista. Il vero populista non riesce ad accettare queste parole: “È la democrazia, bellezza!”.

Parliamo della visione di società del “populismo”. L’esempio dei muri ungheresi e di Trump sono eclatanti, c’è un primitivismo pericoloso in questo. Le comunità “pure” nella storia politica europea hanno combinato disastri e tragedie enormi. E’ così Professore?
Il populismo intende il popolo come un organismo indifferenziato. Per questo teme le differenze e, non avendo gli strumenti per articolarle, s’illude di proteggere la propria purezza con strumenti peggio che primitivi. Anche perché un muro di missili non è come un muro di pietre: tecnologicamente e culturalmente, mortifica l’intelligenza anziché promuoverla, e spesso trasforma la difesa in aggressione. L’incapacità di distinguere fra un “noi” esclusivo, quasi sempre identificato in termini nazionalisti (o “sovranisti” che dir si voglia), e un “noi” inclusivo, che vede in ogni muro una porta, è la madre di tutti i conflitti. Anche Hannah Arendt ci ha ricordato che la pluralità umana, intesa come “la paradossale pluralità di esseri unici”, è l’essenza stessa della condizione umana e di ogni autentica vita politica. La responsabilità dell’uomo politico si misura dalla sua capacità di governare le differenze, non di cavalcare la paura.

A guardare la “fenomenologia ” politica italiana c’è un senso delusione forte nei confronti della classe politica. E questo senso di delusione esprime anche un desiderio di autenticità. Ovvero di credibilità. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: che il desiderio di autenticità si trasformi in una rabbia “villana” senza progetto per cui la  soluzione autoritaria (che ha molte sfaccettature) è l’unica possibile. Non vede questo rischio in Italia?
Il rischio esiste ed è concreto. Esso nasce – credo – dalla riduzione dei luoghi di elaborazione e progettualità, cui corrisponde fatalmente un deficit di partecipazione, che non può essere subappaltata alla rete. L’antipolitica non è una risposta alla crisi della politica. Nessuno, arrivando con una patologia acuta in un Pronto soccorso, chiederebbe di farsi curare da un operatore che non sia un medico, perché l’ospedale non funziona: eppure, nella precaria situazione politica italiana, non essere un politico – e nemmeno un sincero democratico – sta diventando paradossalmente un requisito vincente! Come ho scritto in un mio libro (I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica, 2013), il “tempo lungo” della semina, più che il “tempo corto” del raccolto, è ciò di cui oggi la politica ha più bisogno. Per questo dobbiamo restituire alla scuola quella centralità strategica che le compete, come agenzia formativa dove si acquistano senso critico e senso storico, indispensabili per contrastare il mito dell’immediatezza e la seduzione delle scorciatoie, e dove s’apprende il tirocinio lento della partecipazione e la fatica straordinaria e benedetta della progettualità.

Giunti a questo punto dell’intervista bisogna lanciare un messaggio “ricostruttivo”. Allora vengono alla mente i grandi maestri del personalismo comunitario degli anni 30 del secolo scorso, Mounier in primis. Ecco su quali basi ripartire per ricostruire?
In effetti la stagione personalista ha prodotto in questo campo i suoi risultati migliori. Due grandi opere di Emmanuel Mounier, in particolare, meritano di essere ricordate: Rivoluzione personalista e comunitaria (1935) e Manifesto al servizio del personalismo (1936). Sullo sfondo è la crisi del ’29, l’affermarsi del nazionalsocialismo in Germania e delle tentazioni nazionaliste che avrebbero condotto a un altro conflitto mondiale. Mounier, in particolare, denuncia il pericolo di una “società di massa” che può riscattarsi nella “mistica” del capo carismatico, in cui una maggioranza silenziosa può incarnarsi ciecamente, come una sorta di coscienza collettiva personificata. Denuncia altresì il pericolo di una “società vitale”, costituita da un legame diretto, quasi viscerale, tra compagni di avventura, cementati da comuni esperienze e comuni interessi; in queste comunità effimere e superficiali, gli egoismi corporativi prendono il posto del bene comune e la dignità della persona naufraga nel culto della personalità del capo. Ma prima ancora, anche se in un contesto non propriamente personalista, merita di essere ricordata la grande opera di Henry Bergson, Le due fonti della morale e delle religione (1932), in cui viene messa a fuoco la differenza fondamentale fra società chiusa e società aperta: la prima è frutto di una regressione a uno stadio istintuale e quasi biologico, che tende sempre a compattarsi contro un nemico, in quanto manca di un’autentica apertura all’idea universale di umanità. Parole profetiche e inascoltate, proprio come il suo impegno per la pace nell’ambito dell’Assemblea delle Nazioni. Ci vorrà il bagno di sangue della seconda guerra mondiale per far aprire gli occhi sul pericolo mortale del populismo. È il caso di ricordarcene anche oggi.

Intervista a Luigi Alici, a cura di Pierluigi Mele


sabato 15 aprile 2017

Il mistero più grande

Viviamo nel mistero, viviamo di mistero, siamo mistero a noi stessi. 
Il mistero non ha nulla a che fare con la schiera indecente dei cortigiani dell'antiragione - populisti e fattucchieri, patetici venditori del nulla o diabolici seminatori di zizzania. 
Il mistero non è tenebra di nonsenso: è eccedenza di senso;
non è frontiera soffocante dell'inconoscibile: è orizzonte aperto dell'inesauribile; 
non è spauracchio di tutte le paure: è dono e speranza del bene.
Il mistero domanda il tirocinio paziente dell'ascolto,
l'investimento generoso della fiducia, 
la fatica lungimirante dello scavo. 
Il mistero è stupore dell'ulteriorità, ulteriorità dello stupore. 
Il suo è un luogo e un tempo dell'oltre: 
oltre le frasi fatte, 
oltre la routine
oltre ogni parola scontata, deludente, opportunista, disonorevole, scellerata.
Il mistero è la felicità che non ti aspetti: 
il sorriso oltre il pianto, 
l'amore oltre l'odio, 
la vita oltre la morte, 
il bene oltre il male.
Il mistero più grande - forse - si riassume in questo duello antico e sempre nuovo fra bene e male: un duello fatto di innocenza violata, di vite bombardate, di inferno a portata di mano. 
L'abisso demoniaco che si spalanca dinanzi al nostro tempo smarrito appartiene al solito repertorio della disperazione: non costruisce nulla, 
non guarda lontano, 
non riesce a generare un ordine dal disordine. 
Il male è sempre sterile. Come l'inferno: è incapace di futuro.
La coabitazione paradossale di bene e di male nella storia è forse il mistero più grande, l'unico per cui valga la pena di interrogarsi senza posa.
Perché? Perché preferiamo le tenebre alla luce, la violenza alla pace, la morte alla vita? 
Perché, molto spesso, perdiamo l'equidistanza tra bene e male e ci arrendiamo così facilmente alla seduzione del negativo
Sappiamo che lungo la via del male possiamo solo farci male, eppure non riusciamo a liberarci da questa tentazione autodistruttiva.
Se il bene è la prima parola, il bene sarà anche l'ultima.
Se il male è la nostra parola - seconda parola - allora ha un senso continuare a sperare.
Per questo il mistero della resurrezione non può lasciarci indifferenti.
Pasqua ristabilisce l'ordine delle cose, riporta le lancette della storia al mistero della nostra origine.
Gratitudine e speranza tornano a dialogare. 
Buona Pasqua a tutti.

sabato 8 aprile 2017

Terrorismo e modernità: quando il fine giustifica i mezzi

Il mestiere delle armi (2001) è un film di Ermanno Olmi, che racconta gli ultimi giorni del condottiero Giovanni dalle Bande Nere, cioè di Giovanni de' Medici, soldato di ventura al servizio dello Stato Pontificio durante i conflitti che hanno insanguinato l'Italia nella prima metà del Cinquecento. Giovanni muore in seguito a una grave ferita riportata in uno scontro impari, perché la sua armatura non può nulla di fronte ai cannoni del comandante dei Lanzichenecchi, Georg von Frundsberg, al servizio degli Asburgo. Uno dei temi più interessanti del film è lo sconcerto dinanzi a un cambiamento epocale, che riguarda non solo una particolare innovazione tecnologica (l'uso della polvere da sparo), ma un modo completamente diverso d'intendere la guerra: finisce completamente l'idea omerica della guerra come duello, come scontro diretto, corpo a corpo, in cui forza, coraggio, fatica e lealtà quasi sempre stavano insieme. Nasce l'idea di una guerra a distanza, che comincia con i "falconetti" (prima forma rudimentale di artiglieria) nascosti dietro i bastioni, che colpiscono a tradimento Giovanni dalla Bande Nere, il quale vive come un oltraggioso atto di viltà questo nuovo potere di dare la morte a distanza: senza confrontarsi con il nemico, senza sporcarsi, senza sudare, senza mettersi in gioco, senza guardarsi negli occhi. Un individuo qualsiasi, pavido e incapace, può provocare centinaia di morti in pochi istanti, restando anonimo e al sicuro. L'uso dei droni, potremmo dire, è l'esito ultimo di questo processo: si può uccidere a migliaia di chilometri di distanza, stando al sicuro in una base militare, sgranocchiando popcorn, dinanzi a un bicchierone di Cocacola, senza sottilizzare troppo tra vittime militari e civili. Quando la morte dei valorosi e la vittoria dei vili coincidono, diventando due facce di una medesima medaglia, si ha come la sensazione che sia davvero finito un mondo e ne sia cominciato un altro. "È il denaro che fa la guerra": ecco lo slogan che sancisce questa svolta.
Ho ripensato a questo film dopo l'attacco terroristico a Stoccolma. Usare un camion per investire civili inermi ha qualcosa del nuovo modo moderno di combattere, purtroppo in peggio: anche in questo caso, la morte sopraggiunge inattesa, frutto di una vigliaccheria sproporzionata fra l'aggressore e le vittima. Non c'è più nulla della lealtà degli antichi duelli, con i quali si cercava di ritualizzare e "addomesticare" le guerre: non si cominciava una guerra senza dichiararla, senza far conoscere il terreno dello scontro, senza un minimo di riconoscimento reciproco fra nemici. Qui alla sproporzione si aggiunge la strumentalità della vittima: gli attacchi terroristici che hanno insaguinato le vie di Stoccolma, San Pietroburgo, Londra, Istanbul, Berlino, Monaco, Nizza, Bruxelles, Parigi… (per limitarci a pochi casi) non sono stati mai rivolti al vero nemico, ma hanno colpito vittime innocenti, usate come mezzo indiretto per seminare il panico e destabilizzare il potere politico. Gli strumenti possono essere i più diversi: mitra, bombe a mano, persino camion; sono sempre, però, potenti strumenti tecnologici, figli di quella civiltà di cui Giovanni dalle Bande Nere è stato una delle prime vittime illustri.
Ecco un paradosso su cui varrà la pena di riflettere: la linea di demarcazione fra il terrorismo e le società occidentali avanzate è, quasi sempre, la civiltà moderna; semplificando, potremmo dire: l'Illuminismo. Il terrorismo pseudoreligioso di matrice mediorientale (che si chiami Isis o altro…) ha sempre dichiarato apertamente di sognare una società preilluminista: compattata attorno a poche parole d'ordine, sospettosa verso il lessico dei diritti, autoritaria, gerarchica, dogmatica, maschilista. Insomma antimoderna. Eppure, nello scontro che persegue contro questo tipo di società ne usa le armi più pericolose e micidiali o, in alternativa, le tecnologie più avanzate (dalla rete ai mezzi di trasporto); soprattutto, però, ne riflette i vizi peggiori, proprio quelli che dichiara di rifiutare: l'opportunismo, il cinismo, la sete di potere, la volontà di usare qualsiasi mezzo per conseguire i propri obiettivi…
Per questo l'Occidente non può pensare di rispondere scendendo sullo stesso terreno: se è vero che l'illuminismo ha generato anche valori positivi - dai diritti alla democrazia, dalla scienza alla tolleranza… - è ora di mostrarli e metterli in pratica. A cominciare dal rifiuto delle guerre di religione e di ogni forma di odio del nemico. Altrimenti, reagendo con la stessa logica sproporzionata, fatta di bombardamenti a tappeto e di vendita di armi sottobanco per rimpiazzare gli arsenali che si vanno a distruggere, offriremo su un piatto d'argento un alibi perfetto a un manipolo di disperati: attaccare chiunque con quello capita: camion, automobili, coltelli e bastoni… Le armi si trovano e si troveranno sempre se si continua a fabbricare in quantità industriali l'arma più terribile di distruzione di massa: l'odio del nemico.