domenica 29 gennaio 2017

Fuga dalla complessità


«Un tempo l’individuo vedeva nella ragione solo uno strumento dell’io; ora si trova davanti al rovesciamento di questa deificazione dell’io. La macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Nessuno avrebbe immaginato che queste parole di Max Horkheimer, scritte in Eclisse della ragione, una delle sue opere più note, dopo settant'anni sarebbero state così straordinariamente profetiche. Horkheimer, esponente di punta della Scuola di Francoforte, denunciava lo squilibrio di una ragione cieca, incapace di interrogarsi sui fini, che stava capovolgendo il rapporto tra scienza e tecnica, trasformandosi in un vero "assoluto terrestre". 
Oggi, a distanza di tanti anni, siamo ormai agli esiti estremi di quel processo: l'"eclisse della ragione" è soltanto l'ingrediente fondamentale di una miscela pervasiva fatta di speculazione finanziaria, di globalizzazione selvaggia, di apparati mediatici, di retorica dell'innovazione, che hanno avallato la nascita di poteri invisibili fioriti (si fa per dire) all'ombra della crisi della politica. Il lato seducente - e per molti versi giustificabile - di tale miscela lo conosciamo bene: arricchimento facile, mobilità sconfinata, risultati immediati, informazione a portata di mano… Oltre questi scopi, il Sistema lascia intravedere astutamente la Grande Promessa: quella di un'autonomia senza limiti, capace di vincere le barriere dello spazio e del tempo. Il mito virtuale della simultaneità va esattamente in questa direzione: tutto e subito, qui e adesso, con chi voglio io, senza transigere… 
La politica si è accorta tardi di questo micidiale dispositivo del desiderio, prodotto e gestito dal mercato, ma da quando sta cercando di correre ai ripari il risultato è veramente disastroso. Consiste nell'aggiungere alla Grande Promessa una Grande Illusione: possiamo lucrare sui benefici della complessità semplicemente illudendoci di coglierne i frutti e scappare. La crescita del mito dell'uomo forte in politica (Putin, Trump e non solo…) sembrerebbe andare proprio in questa direzione: la potenza mondiale degli Stati Uniti non si esercita più accreditandosi sulla scena internazionale con la retorica dei diritti e della democrazia, ma mostrando che, dopo aver spremuto i paesi più poveri, ora possiamo buttarli via, perché non ne abbiamo più bisogno. Dire che il potere torna al popolo, scegliendo una classe dirigente di magnati e nababbi, ha un senso se si promette che è possibile ripudiare un professionismo della politica ormai asfittico e insignificante, tornando alle “cose che contano”: frontiere sicure, società compatta, crescita economica senza freni. I limiti esterni a noi sono solo bufale: l'equilibrio climatico, gli organismi internazionali a difesa della pace, la povertà, l'immigrazione sarebbero i fantasmi agitati dalla vecchia politica per continuare a legittimare se stessa.
La fuga dalla complessità sembra oggi diventare, nello stesso tempo, la Grande Promessa e la Grande Illusione. In realtà, si tratta di fuga da un mondo che noi stessi abbiamo creato, corteggiato e pompato all'inverosimile. Siamo ormai cresciuti nel culto di una autonomia diventata la nostra gabbia e la nostra vera schiavitù. Oggi tutto è estremo, non solo lo sport. Nel pubblico e nel privato: abbiamo trasformato persino il tempo libero in un consumo sfrenato di emozioni, che pretendiamo assolute ma assolutamente senza rischi (magari nei luoghi più fragili e precari, persino a ridosso di una montagna…); vogliamo consumare con voracità compulsiva la nostra vita sessuale, ma senza farci male quando una relazione su cui non abbiamo investito si sfascia; vogliamo stare insieme solo con chi è simile a noi (e persino gli algoritmi di Google promettono di farci trovare solo i dati che ci piacciono…), ma senza mai sentirci soli; vogliamo che la società funzioni, appaltandola a qualche grande mistificatore, ma senza la fatica della corresponsabilità e della partecipazione.
Insomma, vogliamo cogliere i frutti più succosi della complessità, ma senza i suoi effetti collaterali. Vogliamo e insieme non vogliamo il mondo che noi stessi abbiamo lasciato crescere attorno, e soprattutto dentro di noi. E quando qualcuno ci assicura che può fare facilmente per noi questo lavoro sporco di disinfestazione, ci sentiamo sollevati. 
Tutto sarebbe facile in un mondo in bianco e nero, dove non c'è nemmeno il grigio. Il problema è che questo mondo non esiste: noi abbiamo mescolato i colori, negando alla radice persino ogni divario fra bene e male, e ora vorremmo che qualcuno applicasse a posto nostro una differenza fra buoni e cattivi che non siamo nemmeno più capaci di riconoscere.
Come afferma Horkheimer, «la macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Forse, al punto in cui siamo, abbiamo anzitutto bisogno di essere liberati dalla nostra spavalderia, ma solo un altro - totalmente Altro – può rendere grande la nostra paura e trasformarla in coraggio.

venerdì 6 gennaio 2017

Sillabario del tempo

«Quando il vento spazzava gli ultimi acquosi nevischi invernali, succedeva che, non si sa in quale giorno e per quanti, una luce cangiante s'impadronisse del paesaggio. Allora di mattina le case spiombavano, come fossero appena nate, in volumi nitidi e intatti di argille e intonaci rosati; alberi e cespugli inverdivano in grembi di intenso lucore e le ombre si disegnavano sulla terra come sostanze esatte per appoggiare ogni cosa che il giorno lasciasse apparire. Ma l'aria era fredda e la luce poteva a tratti tremare o ritrarsi, per una nuvola di passaggio (oppure semplicemente fuggire). Ma sempre in sassi distinti si scopriva la ghiaia delle strade.
Era quello il tempo instabile di febbraio e conteneva l'odore delle frittelle di carnevale» (p. 57).
Con Guglielmina Rogante, autrice del libro da cui è tratto questo testo, abbiamo attraversato insieme alcune delle esperienze che segnano indelebilmente i primi anni di vita: lei era nata nel mio stesso paese, ma a un tiro di schioppo dal minuscolo centro abitato in cui io sono nato e cresciuto, quanto bastasse per farla sentire in campagna, e per introiettare luci e odori, sogni e paure dell'infanzia, in una confidenza intima con quell'universo agricolo duro e palpitante, che per noi "paesani" era soltanto l'occasione di immersioni episodiche e inconsuete. Dopo la frequenza dello stesso liceo, a Fermo, da pendolari, le nostre strade si sono momentaneamente separate, prima di tornare, oggi, a incrociarsi nuovamente. L'insegnamento a Milano e la collaborazione con un centro di ricerca dell'Università cattolica su "Letteratura e cultura dell'Italia unita" consente a Guglielmina Rogante di frequentare la poesia contemporanea con la leggerezza premurosa con cui si custodiscono i veri tesori. Nello stesso tempo, il matrimonio con Giorgio, originario di Modica, arricchisce il repertorio dei suoi paesaggi dell'anima con uno degli angoli più intensi della Sicilia, in una triangolazione affettiva e simbolica di cui si dà conto nel libro.
Interrompendo momentaneamente i suoi studi critici, Guglielmina Rogante ci dona un piccolo libro, in cui l'alfabeto della memoria si traduce in storie affascinanti di paesaggi e di cibi, restituite con la freschezza di occhi bambini, ma rese adulte da un intreccio originalissimo di gustosa sapienza culinaria e di raffinati rimandi letterari. Come nel testo appena citato, dove il fascino di uno scenario sospeso tra inverno e primavera offre un elegante preludio alle… frittelle di carnevale!
Il libro è ricco di sorprese di questo genere: le croci nei campi di grano, il gioco dei bottoni, uno scavo nei pressi della sua casa colonica che porta alla luce un importante cimitero dei Piceni…
Quando la memoria dei luoghi cede il passo alla memoria dei tempi, allora l'avvicendarsi delle stagioni è descritto e quasi scandito dai piatti semplici e insieme strepitosi della cucina contadina: la peperata, il maiale, il baccalà, la zuppa di uova e pomodori portano in tavola il sillabario dei cibi autunnali e invernali, mentre quello dei cibi primaverili ed estivi parla di "erbe trovate" (come seguendo piste in biblioteca), di carciofi ripieni, di tajolini dell'estate…
Un paesaggio della memoria non disincarnato e astratto, ma evocato con gusto appassionato e insieme con il rammarico lieve - mai troppo amaro - per un mondo scomparso. Come quando si ricorda di donne che «stavano dal mattino alla sera a lavare e sbiancare i rotoli di tela di canapa tessuti in inverno. Curavano le tele bagnandole e ribagnandole, via via che il sole le asciugava sui greti sassosi. Stavano al fiume tutto il giorno. D'estate, mente nei campi maturavano nuovi fusti di canapa e i primi fasci raccolti maceravano nelle vasche, il greto del Tenna albeggiava di teli».
O  quando si racconta di un'apparizione della Madonna: «Pare ancora di sentire mormorare nei crepuscoli di novembre "È passata… È passata" e si vorrebbe che nell'anima del mondo passasse ancora una speranza. Invece nella luce permanente del nostro giorno globale che non abbisogna di madonne azzurrovestite esplodono urla omicide e gemiti stanchi» (p. 85)

G. Rogante, Sillabario del tempo. Storie di paesaggi e di cibi, Il lavoro editoriale, Ancona 2016, pp. 110, € 15.