venerdì 6 gennaio 2017

Sillabario del tempo

«Quando il vento spazzava gli ultimi acquosi nevischi invernali, succedeva che, non si sa in quale giorno e per quanti, una luce cangiante s'impadronisse del paesaggio. Allora di mattina le case spiombavano, come fossero appena nate, in volumi nitidi e intatti di argille e intonaci rosati; alberi e cespugli inverdivano in grembi di intenso lucore e le ombre si disegnavano sulla terra come sostanze esatte per appoggiare ogni cosa che il giorno lasciasse apparire. Ma l'aria era fredda e la luce poteva a tratti tremare o ritrarsi, per una nuvola di passaggio (oppure semplicemente fuggire). Ma sempre in sassi distinti si scopriva la ghiaia delle strade.
Era quello il tempo instabile di febbraio e conteneva l'odore delle frittelle di carnevale» (p. 57).
Con Guglielmina Rogante, autrice del libro da cui è tratto questo testo, abbiamo attraversato insieme alcune delle esperienze che segnano indelebilmente i primi anni di vita: lei era nata nel mio stesso paese, ma a un tiro di schioppo dal minuscolo centro abitato in cui io sono nato e cresciuto, quanto bastasse per farla sentire in campagna, e per introiettare luci e odori, sogni e paure dell'infanzia, in una confidenza intima con quell'universo agricolo duro e palpitante, che per noi "paesani" era soltanto l'occasione di immersioni episodiche e inconsuete. Dopo la frequenza dello stesso liceo, a Fermo, da pendolari, le nostre strade si sono momentaneamente separate, prima di tornare, oggi, a incrociarsi nuovamente. L'insegnamento a Milano e la collaborazione con un centro di ricerca dell'Università cattolica su "Letteratura e cultura dell'Italia unita" consente a Guglielmina Rogante di frequentare la poesia contemporanea con la leggerezza premurosa con cui si custodiscono i veri tesori. Nello stesso tempo, il matrimonio con Giorgio, originario di Modica, arricchisce il repertorio dei suoi paesaggi dell'anima con uno degli angoli più intensi della Sicilia, in una triangolazione affettiva e simbolica di cui si dà conto nel libro.
Interrompendo momentaneamente i suoi studi critici, Guglielmina Rogante ci dona un piccolo libro, in cui l'alfabeto della memoria si traduce in storie affascinanti di paesaggi e di cibi, restituite con la freschezza di occhi bambini, ma rese adulte da un intreccio originalissimo di gustosa sapienza culinaria e di raffinati rimandi letterari. Come nel testo appena citato, dove il fascino di uno scenario sospeso tra inverno e primavera offre un elegante preludio alle… frittelle di carnevale!
Il libro è ricco di sorprese di questo genere: le croci nei campi di grano, il gioco dei bottoni, uno scavo nei pressi della sua casa colonica che porta alla luce un importante cimitero dei Piceni…
Quando la memoria dei luoghi cede il passo alla memoria dei tempi, allora l'avvicendarsi delle stagioni è descritto e quasi scandito dai piatti semplici e insieme strepitosi della cucina contadina: la peperata, il maiale, il baccalà, la zuppa di uova e pomodori portano in tavola il sillabario dei cibi autunnali e invernali, mentre quello dei cibi primaverili ed estivi parla di "erbe trovate" (come seguendo piste in biblioteca), di carciofi ripieni, di tajolini dell'estate…
Un paesaggio della memoria non disincarnato e astratto, ma evocato con gusto appassionato e insieme con il rammarico lieve - mai troppo amaro - per un mondo scomparso. Come quando si ricorda di donne che «stavano dal mattino alla sera a lavare e sbiancare i rotoli di tela di canapa tessuti in inverno. Curavano le tele bagnandole e ribagnandole, via via che il sole le asciugava sui greti sassosi. Stavano al fiume tutto il giorno. D'estate, mente nei campi maturavano nuovi fusti di canapa e i primi fasci raccolti maceravano nelle vasche, il greto del Tenna albeggiava di teli».
O  quando si racconta di un'apparizione della Madonna: «Pare ancora di sentire mormorare nei crepuscoli di novembre "È passata… È passata" e si vorrebbe che nell'anima del mondo passasse ancora una speranza. Invece nella luce permanente del nostro giorno globale che non abbisogna di madonne azzurrovestite esplodono urla omicide e gemiti stanchi» (p. 85)

G. Rogante, Sillabario del tempo. Storie di paesaggi e di cibi, Il lavoro editoriale, Ancona 2016, pp. 110, € 15.

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