sabato 25 febbraio 2017

Uomo forte o apparati anonimi? Il falso dilemma


La riflessione sulla "misura" della partecipazione politica viene da lontano. Nel mondo antico il problema era ben presente, forse più che in epoca moderna, quando la lunga battaglia contro l'assolutismo ha portato a pensare che i limiti della democrazia potessero essere soltanto per difetto. Per questo, all'ombra di una battaglia - certamente sacrosanta - per difendere la forma politica democratica sono fiorite progressivamente le rendite di posizione, al punto che l'appellativo "democratico" alla fine è quasi diventato una specie di passe-partout: in nome degli spazi di democrazia si poteva chiedere tutto e il contrario di tutto. È nato così un lungo processo, di cui in una certa misura siamo tutti un po' responsabili, di vero e proprio stravolgimento della partecipazione. La democrazia tradita per eccesso è quasi peggio della democrazia ostacolata per difetto: in quest'ultimo caso il nemico è dichiarato, combatte spesso la sua battaglia alla luce del sole; non si rassegna a delegittimare, contrastare, boicottare, ridicolizzare ogni tentativo di restituire ai cittadini quei diritti di cui sono in realtà i legittimi titolari; nel primo caso, invece, il tradimento proviene dall'interno, è una forma parassitaria, inerziale, la quale s'illude che la forma democratica veicoli automaticamente anche buoni contenuti politici. 
Lo si può fare in buona fede, certamente, come quando ci s'illude che a un allargamento dei diritti di cittadinanza corrisponda sempre e comunque un aumento di responsabilità, di controllo pubblico e persino di efficacia decisionale; lo si può fare, purtroppo, però anche per opportunismo, quando si trasformano i luoghi della rappresentanza in comodi quartieri residenziali, forniti dei migliori servizi, dove alla fine si vive meglio - molto meglio! - che altrove.
Quando arriva una crisi severa come la nostra, gli effetti di questo doppio peccato contro la democrazia - per difetto e per eccesso - vengono rapidamente a galla in modo drammatico. Viene a galla l'anima strutturalmente antidemocratica dei poteri invisibili, che hanno trasformato la dinamica economico-finanziaria in una gigantesca bolla speculativa; ma viene a galla anche l'impotenza di una democrazia paralizzata, burocratizzata, autoreferenziale, schiava di inutili ritualità  teatrali, in molti casi intimamente corrotta
Senza cadere nella tentazione dell'equidistanza, non possiamo trascurare questo secondo pericolo: in sé meno grave del primo, ma più insidioso perché meno evidente e più facilmente mimetizzabile. Uno dei sintomi di questa ipertrofia dei luoghi di rappresentanza è il loro crescere in modo direttamente proporzionale alla distanza dai cittadini: più aumentano gli apparati, più diminuiscono i presidi istituzionali sul territorio e più i cittadini si sentono soli e non rappresentati. 
Il virus del gigantismo commerciale che ha desertificato borghi e centri storici, svuotandoli di botteghe e di quella rete micro-artigianale di cui si nutriva una buona socialità, ha contagiato anche la politica: smobilitano le provincie (andando contro la tradizione storica italiana, fatta di identità municipali multiple), mentre le Regioni ormai stanno replicando i vizi peggiori dei Ministeri; chiudono le Casse di Risparmio e gli istituti di credito più radicati nel territorio e si gonfiano mostruosamente le Banche commerciali; la produzione parla un linguaggio sempre più impersonale e sradicato, che sembra aver smarrito la grammatica elementare del lavoro per la persona. 
In un certo senso, è il trionfo di un mondo artificiale che sta soppiantando quello vero: spazi finti (come le strade e le piazze dei supermercati) e tempi surreali (senza differenze tra il feriale e il festivo), disegnati a tavolino dalla logica assatanata di profitto.
Questa deriva finisce per inchiodare la politica dinanzi a un falso dilemma: o la reazione populista dell'uomo forte oppure l'inesauribile lievitazione burocratica degli apparati anonimi.
Trump e l'Unione Europea potrebbero esemplificare - sia pure con i limiti inevitabili di ogni esempio - questo bivio. Trump, da un lato, vorrebbe limitare la logica della libera circolazione delle merci e delle persone, anche se le sue fortune finanziarie sembrano parlare proprio quella lingua; vorrebbe, soprattutto, scardinare il lessico ipocrita e politicamente sterile del politically correct, assumendo la veste del tribuno della plebe che promette di liberare le istintualità più represse nella pancia del paese, con le quali vanta un feeling che non ha bisogno di troppe legittimazioni parlamentari e di fastidiosi controlli della libera stampa. 
L'Unione Europea, d'altro canto, continua a parlare il linguaggio nobile dell'uguaglianza e dei diritti umani, dell'accoglienza e dell'integrazione, della giustizia sociale e del bene comune, occultando abilmente le fonti valoriali (inclusa la tradizione ebraico-cristiana…) che hanno contribuito a generare quel modello di civiltà e senza spingersi mai troppo avanti nel progetto politico che dovrebbe tradurre le idealità più alte in scelte concrete e partecipate. Il risultato è un susseguirsi di dichiarazioni di principio che, alla prova dei fatti, decadono a patetici orpelli retorici, lasciando che anche da noi i muri - sbandierati da Trump - crescano alla chetichella, mentre i contabili fanno con diligenza il loro lavoro (ovviamente senza vedere la differenza fra mezzi e fini), e la macchina burocratica cerca di coprire la distanza tra il dire e il fare, macinando infaticabilmente regolamenti, direttive, decisioni, raccomandazioni, pareri
Rilevando l'esito drammatico dell'epoca moderna, Hannah Arendt ha affermato: «Ciò che è andato storto è la politica». Forse siamo ancora qui: la falsa alternativa nasconde una grande assente, la Politica.
PS
Se il Partito Democratico (insieme a quanti se ne sono allontanati) volesse accorgersene e riconciliarsi con la Politica, in un momento certamente molto difficile per la storia di tutti, risparmierebbe al Paese - e forse anche all'incerto futuro dell'Unione Europea -, l'ennesima riproposizione di questo falso dilemma. Francamente lo conosciamo già bene, e di un'altra, piccola replica faremmo volentieri a meno.

sabato 11 febbraio 2017

Padre Benedetto e la Chiesa "in uscita"


L'Abbazia dei santi Ruffino e Vitale è una perla preziosa e nascosta (come tutte le vere perle) che spunta quasi all'improvviso, sulla strada che da Fermo sale ad Amandola, verso il Parco nazionale dei Monti Sibillini. La piccola abbazia benedettina, di stile romanico, risale alla seconda meta del secolo XI, edificata sui resti di una cripta del VI secolo (!), che si aggiunge a un ipogeo minuscolo ed enigmatico, variamente interpretato come un luogo di culto pagano, come una sala termale d'epoca romana, oppure come area sepolcrale di un'importante famiglia romana in cui sarebbero state custodite le spoglie di due bambini. Qualcuno ipotizza che la madre potesse essere addirittura la patrizia romana Melania Seniore (o l'Anziana, per distinguerla da Melania la Giovane), vedova di un prefetto romano, che intorno al 365 perde il marito e i due figli mentre è in viaggio verso la Terrasanta, dove fonderà un monastero sul Monte degli ulivi, a Gerusalemme, e incontrerà, visitando il deserto egiziano, il monaco Rufino, che conosciamo come Rufino di Aquileia.
Il complesso di San Ruffino ha conosciuto un importante restauro e risanamento nel 2002, in seguito al terremoto del 1997. Dopo alcuni tentativi di nuovi insediamenti monastici, dal 2009 l'Abbazia era tornata a rifiorire grazie alla presenza di padre Benedetto Tosolini. Sacerdote friulano, missionario in Costa d'Avorio, quindi monaco cistercense presso l'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, padre Benedetto stava trovando a San Ruffino una nuova "cifra" di vita spirituale, a metà strada fra la sua prima anima missionaria e la sua nuova spiritualità monastica. L'Abbazia aveva riaperto le porte a persone in ricerca e a gruppi di giovani, mentre padre Benedetto si aggirava instancabile fra loro e le piccole parrocchie dei borghi vicini, senza mai dimenticare il suo asinello e qualche animale di cortile. Per alcuni spirito intelligente e libero, per altri uomo troppo esigente e stravagante. In ogni caso, attorno alla sua figura si era andato costituendo un circuito di persone alla ricerca di un rapporto nuovo e meno ingessato con la Parola: una Parola da vivere ed esplorare con rigore e passione, per ritrovare veramente noi stessi. Perché noi non ci conosciamo mai fino in fondo, amava ripetere, illuminando spesso il suo sguardo profondo con un sorriso estasiato; abbiamo bisogno di essere rivelati a noi stessi, per evitare di continuare a rovinarci con le nostre stesse mani!
Lo hanno trovato ieri, in tarda mattinata, riverso accanto al fienile, ormai morto. Aveva sessantanove anni; un soccorso competente e immediato, chissà, forse lo avrebbe potuto salvare. Ci ha lasciato in punta di piedi, proprio come in punta di piedi era arrivato.
Parto insieme a mia moglie verso San Rufino, per l'ultimo saluto, in una mattinata umida e piovosa. Man mano che si sale, compaiono mucchietti sporchi e anneriti di neve, mentre ai lati della strada si materalizza lo spettacolo deprimente e sgraziato di alberi e arbusti troncati in malo modo, sfregiati, quasi fracassati e lasciati così, nel loro disordine scomposto, dalla neve o dalle ruspe, o da entrambe le cose.
Le scosse di questi ultimi tempi hanno ferito a morte ancora una volta l'Abbazia: la chiesa è chiusa, le celebrazioni sono state spostate in un'ala più sicura. Troviamo la salma in una stanza adattata alla bell'e meglio, vegliata da qualcuno del luogo e da altre persone venute da lontano e abbandonate a un pianto senza pudore, che vale ancora di più quando non nasce da una parentela diretta. 
Ho capito meglio, stamattina, che cosa voglia dire papa Francesco quando parla di "Chiesa in uscita" e di "periferie". Forse nessuna parrocchia pigramente aggrappata alle proprie abitudini e ai propri "giri", avrebbe mai raggiunto quelle persone, avrebbe mai toccato il loro cuore, le avrebbe mai fatte piangere per la perdita di un maestro spirituale. Perché si può essere "in uscita" anche restando nello stesso posto e si può essere fermi anche girando come trottole dal mattino alla sera.
Il terremoto, da questo punto di vista, è un test devastante e implacabile, che aggrava vieppiù le distanze: tra i ricchi e i poveri, tra i fortunati e gli sfigati, tra i creativi e gli opportunisti, tra le seconde e le terze case (rimaste com'erano) e l'unica casupola che non esiste più (finora coperta solo di promesse…).
Il test del terremoto vale ugualmente - anzi dieci, cento volte di più… - per le comunità cristiane, aumentando il divario tra gli svegli e gli addormentati. Per le comunità più stanche e "abituate" (come direbbe Péguy) avere una chiesa inagibile può trasformarsi persino in un alibi perfetto per mettere il "pilota automatico", rinchiudersi in una nicchia rassicurante, lasciando che le cose seguano il loro corso. In fondo, che differenza c'è tra una chiesa semivuota e una chiesa chiusa? Dentro questo alibi la routine giustifica il rintanarsi in ambienti raffazzonati e privi di decoro, in attesa di tempi migliori, che forse non meritiamo… 
Al contrario, le comunità più dinamiche e generative capiscono meglio che cosa voglia dire "uscir fuori", incontrare le persone nei luoghi pulsanti della loro vita, condividere il peso di una vera e propria depressione sociale che sta necrotizzando un pezzo sempre più vasto dell'Italia centrale, e riuscire a mostrare che il terreno più fertile dove può fiorire la misericordia è proprio la miseria, non certo i luoghi protetti di ritualità frigide e incapaci di annuncio.
Molto probabilmente padre Benedetto aveva colto questa seconda via, abbracciandola fino in fondo: una via dura, che non ha nulla di romantico, fatta di disagi veri, di freddo, di povertà, di accoglienze difficili, di incontri imprevedibili e che non sei mai tu a scegliere.
Appena ripartiti da san Ruffino, si riaccende ancora di più il contrasto fra il volto pacificato e dormiente di padre Benedetto e le sterpaglie aggrovigliate e maciullate lungo la strada. L'ultima violenza del terremoto potrebbe essere proprio questa: aggravare i contrasti, aumentare le distanze, innalzare i muri… E alla fine, da qualche parte, qualcuno non vedrà più il cielo, ma solo le proprie macerie.

domenica 5 febbraio 2017

Péguy e i cristiani dell'abitudine


Charles Péguy (1873-1914) è una figura di primo piano che ha animato attivamente il panorama spirituale e culturale della Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. Poeta, scrittore e saggista, attraversa un'epoca inquieta, passando dalla fede socialista alla conversione al cristianesimo (1907). Allievo di Bergson, vicino a Maritain, la sua testimonianza brillante e appassionata ha ancora da dire molto alla nostra epoca, soprattutto per la sofferta difesa della fede cristiana, che lo colloca in una scomoda posizione di frontiera, duramente criticato dai socialisti francesi per il suo "tradimento" e dagli ambienti del cattolicesimo più conservatore per il suo antiautoritarismo. 
Nonostante il figlio, per primo, abbia accreditato un'interpretazione tradizionalista del suo pensiero, Péguy scrive pagine intense su un cristianesimo della grazia semplice e coraggioso; pagine addolorate sul declino della fede («abbiamo il dolore di vedere mondi interi, umanità intere vivere e prosperare … senza Gesù») e insieme provocatorie contro un clero aggrappato alle proprie sicurezze abitudinarie e incapace di stupore dinanzi al mistero della grazia: «Perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell'uomo; perdono di vista quella profonda miseria; e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare».
Dopo la conversione, la moglie Charlotte, atea, rifiuta il matrimonio in chiesa e il battesimo dei figli; a quel tempo questo basta a bollare Péguy come "pubblico concubino", di fatto tenendolo lontano dai sacramenti; una condizione che egli accetta con dignità e sofferenza, dinanzi a un atteggiamento che oggi papa Francesco avrebbe chiamato di "doganieri della fede": «Poiché i parroci curano la somministrazione dei sacramenti, essi lasciano credere che non vi sia nient'altro oltre i sacramenti. Dimenticano però di dire che c'è anche la preghiera. Essi detengono i primi, ma noi disponiamo sempre della seconda». Fino ad esprimere un giudizio severissimo su uno stile frigido e apatico: «Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». 
La sofferenza aumenta quando le opere del suo maestro, Henry Bergson, sono messe all'Indice dalla Chiesa cattolica; il piccolo libro di Péguy, da cui traggo questi testi, è un'autodifesa appassionata del maestro e amico, ebreo, che fra l'altro negli ultimi anni della sua vita scriverà: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo in cui vedo il coronamento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto che da anni si preparava la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra quelli che domani saranno perseguitati». Bergson muore, praticamente di freddo, nel 1941, in una Parigi invasa dai tedeschi, dove non si trovava più carbone, mentre Péguy era morto - a 41 anni! -, nel 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna.
In un blog precedente ho ricordato alcune prese di posizione - ostinate e anacronistiche - della Chiesa su questioni che non toccavano i dogmi della fede, poi lasciate cadere, non senza aver provocato sofferenze inimmaginabili nei credenti.
È interessante per noi, oggi, tornare a meditare le parole di Péguy su un cristianianesimo chiuso e abbarbicato alla proprie false sicurezze. Alla radice c'è la corazza dell'abitudine, che è l'atteggiamento di resistenza più ostinata al miracolo della grazia: «C'è qualcosa di peggio che avere un pensiero cattivo. È avere un pensiero bell'e fatto. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima cattiva e anche di farsi un'anima cattiva. È avere un'anima bell'e fatta. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima anche perversa. È avere un'anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un'anima cattiva e anche 'un'anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato… sulla corazza inorganica dell'abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata».

Ogni riferimento a fatti o persone relativi alla campagna (perché di questo si tratta) orchestrata contro Papa Francesco NON è puramente casuale.


C. Péguy, Bergson e la filosofia bergsoniana, a cura d C. Lardo, Studium, Roma 2012