sabato 11 febbraio 2017

Padre Benedetto e la Chiesa "in uscita"


L'Abbazia dei santi Ruffino e Vitale è una perla preziosa e nascosta (come tutte le vere perle) che spunta quasi all'improvviso, sulla strada che da Fermo sale ad Amandola, verso il Parco nazionale dei Monti Sibillini. La piccola abbazia benedettina, di stile romanico, risale alla seconda meta del secolo XI, edificata sui resti di una cripta del VI secolo (!), che si aggiunge a un ipogeo minuscolo ed enigmatico, variamente interpretato come un luogo di culto pagano, come una sala termale d'epoca romana, oppure come area sepolcrale di un'importante famiglia romana in cui sarebbero state custodite le spoglie di due bambini. Qualcuno ipotizza che la madre potesse essere addirittura la patrizia romana Melania Seniore (o l'Anziana, per distinguerla da Melania la Giovane), vedova di un prefetto romano, che intorno al 365 perde il marito e i due figli mentre è in viaggio verso la Terrasanta, dove fonderà un monastero sul Monte degli ulivi, a Gerusalemme, e incontrerà, visitando il deserto egiziano, il monaco Rufino, che conosciamo come Rufino di Aquileia.
Il complesso di San Ruffino ha conosciuto un importante restauro e risanamento nel 2002, in seguito al terremoto del 1997. Dopo alcuni tentativi di nuovi insediamenti monastici, dal 2009 l'Abbazia era tornata a rifiorire grazie alla presenza di padre Benedetto Tosolini. Sacerdote friulano, missionario in Costa d'Avorio, quindi monaco cistercense presso l'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, padre Benedetto stava trovando a San Ruffino una nuova "cifra" di vita spirituale, a metà strada fra la sua prima anima missionaria e la sua nuova spiritualità monastica. L'Abbazia aveva riaperto le porte a persone in ricerca e a gruppi di giovani, mentre padre Benedetto si aggirava instancabile fra loro e le piccole parrocchie dei borghi vicini, senza mai dimenticare il suo asinello e qualche animale di cortile. Per alcuni spirito intelligente e libero, per altri uomo troppo esigente e stravagante. In ogni caso, attorno alla sua figura si era andato costituendo un circuito di persone alla ricerca di un rapporto nuovo e meno ingessato con la Parola: una Parola da vivere ed esplorare con rigore e passione, per ritrovare veramente noi stessi. Perché noi non ci conosciamo mai fino in fondo, amava ripetere, illuminando spesso il suo sguardo profondo con un sorriso estasiato; abbiamo bisogno di essere rivelati a noi stessi, per evitare di continuare a rovinarci con le nostre stesse mani!
Lo hanno trovato ieri, in tarda mattinata, riverso accanto al fienile, ormai morto. Aveva sessantanove anni; un soccorso competente e immediato, chissà, forse lo avrebbe potuto salvare. Ci ha lasciato in punta di piedi, proprio come in punta di piedi era arrivato.
Parto insieme a mia moglie verso San Rufino, per l'ultimo saluto, in una mattinata umida e piovosa. Man mano che si sale, compaiono mucchietti sporchi e anneriti di neve, mentre ai lati della strada si materalizza lo spettacolo deprimente e sgraziato di alberi e arbusti troncati in malo modo, sfregiati, quasi fracassati e lasciati così, nel loro disordine scomposto, dalla neve o dalle ruspe, o da entrambe le cose.
Le scosse di questi ultimi tempi hanno ferito a morte ancora una volta l'Abbazia: la chiesa è chiusa, le celebrazioni sono state spostate in un'ala più sicura. Troviamo la salma in una stanza adattata alla bell'e meglio, vegliata da qualcuno del luogo e da altre persone venute da lontano e abbandonate a un pianto senza pudore, che vale ancora di più quando non nasce da una parentela diretta. 
Ho capito meglio, stamattina, che cosa voglia dire papa Francesco quando parla di "Chiesa in uscita" e di "periferie". Forse nessuna parrocchia pigramente aggrappata alle proprie abitudini e ai propri "giri", avrebbe mai raggiunto quelle persone, avrebbe mai toccato il loro cuore, le avrebbe mai fatte piangere per la perdita di un maestro spirituale. Perché si può essere "in uscita" anche restando nello stesso posto e si può essere fermi anche girando come trottole dal mattino alla sera.
Il terremoto, da questo punto di vista, è un test devastante e implacabile, che aggrava vieppiù le distanze: tra i ricchi e i poveri, tra i fortunati e gli sfigati, tra i creativi e gli opportunisti, tra le seconde e le terze case (rimaste com'erano) e l'unica casupola che non esiste più (finora coperta solo di promesse…).
Il test del terremoto vale ugualmente - anzi dieci, cento volte di più… - per le comunità cristiane, aumentando il divario tra gli svegli e gli addormentati. Per le comunità più stanche e "abituate" (come direbbe Péguy) avere una chiesa inagibile può trasformarsi persino in un alibi perfetto per mettere il "pilota automatico", rinchiudersi in una nicchia rassicurante, lasciando che le cose seguano il loro corso. In fondo, che differenza c'è tra una chiesa semivuota e una chiesa chiusa? Dentro questo alibi la routine giustifica il rintanarsi in ambienti raffazzonati e privi di decoro, in attesa di tempi migliori, che forse non meritiamo… 
Al contrario, le comunità più dinamiche e generative capiscono meglio che cosa voglia dire "uscir fuori", incontrare le persone nei luoghi pulsanti della loro vita, condividere il peso di una vera e propria depressione sociale che sta necrotizzando un pezzo sempre più vasto dell'Italia centrale, e riuscire a mostrare che il terreno più fertile dove può fiorire la misericordia è proprio la miseria, non certo i luoghi protetti di ritualità frigide e incapaci di annuncio.
Molto probabilmente padre Benedetto aveva colto questa seconda via, abbracciandola fino in fondo: una via dura, che non ha nulla di romantico, fatta di disagi veri, di freddo, di povertà, di accoglienze difficili, di incontri imprevedibili e che non sei mai tu a scegliere.
Appena ripartiti da san Ruffino, si riaccende ancora di più il contrasto fra il volto pacificato e dormiente di padre Benedetto e le sterpaglie aggrovigliate e maciullate lungo la strada. L'ultima violenza del terremoto potrebbe essere proprio questa: aggravare i contrasti, aumentare le distanze, innalzare i muri… E alla fine, da qualche parte, qualcuno non vedrà più il cielo, ma solo le proprie macerie.

1 commento:

  1. Si potrebbero dire altre cose in aggiunta,a questa breve e straziante storia del prof.Alici.Ma,forse,quello che è già stato detto,è più che sufficiente per capire quanto ancora siamo distanti,dal recuperare il messaggio Evangelico che Padre Benedetto ci ha lasciato:Mostrare che il terreno fertile della Misericordia è proprio la miseria!!!

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