domenica 5 febbraio 2017

Péguy e i cristiani dell'abitudine


Charles Péguy (1873-1914) è una figura di primo piano che ha animato attivamente il panorama spirituale e culturale della Parigi a cavallo tra Ottocento e Novecento. Poeta, scrittore e saggista, attraversa un'epoca inquieta, passando dalla fede socialista alla conversione al cristianesimo (1907). Allievo di Bergson, vicino a Maritain, la sua testimonianza brillante e appassionata ha ancora da dire molto alla nostra epoca, soprattutto per la sofferta difesa della fede cristiana, che lo colloca in una scomoda posizione di frontiera, duramente criticato dai socialisti francesi per il suo "tradimento" e dagli ambienti del cattolicesimo più conservatore per il suo antiautoritarismo. 
Nonostante il figlio, per primo, abbia accreditato un'interpretazione tradizionalista del suo pensiero, Péguy scrive pagine intense su un cristianesimo della grazia semplice e coraggioso; pagine addolorate sul declino della fede («abbiamo il dolore di vedere mondi interi, umanità intere vivere e prosperare … senza Gesù») e insieme provocatorie contro un clero aggrappato alle proprie sicurezze abitudinarie e incapace di stupore dinanzi al mistero della grazia: «Perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell'uomo; perdono di vista quella profonda miseria; e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare».
Dopo la conversione, la moglie Charlotte, atea, rifiuta il matrimonio in chiesa e il battesimo dei figli; a quel tempo questo basta a bollare Péguy come "pubblico concubino", di fatto tenendolo lontano dai sacramenti; una condizione che egli accetta con dignità e sofferenza, dinanzi a un atteggiamento che oggi papa Francesco avrebbe chiamato di "doganieri della fede": «Poiché i parroci curano la somministrazione dei sacramenti, essi lasciano credere che non vi sia nient'altro oltre i sacramenti. Dimenticano però di dire che c'è anche la preghiera. Essi detengono i primi, ma noi disponiamo sempre della seconda». Fino ad esprimere un giudizio severissimo su uno stile frigido e apatico: «Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». 
La sofferenza aumenta quando le opere del suo maestro, Henry Bergson, sono messe all'Indice dalla Chiesa cattolica; il piccolo libro di Péguy, da cui traggo questi testi, è un'autodifesa appassionata del maestro e amico, ebreo, che fra l'altro negli ultimi anni della sua vita scriverà: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo in cui vedo il coronamento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto che da anni si preparava la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra quelli che domani saranno perseguitati». Bergson muore, praticamente di freddo, nel 1941, in una Parigi invasa dai tedeschi, dove non si trovava più carbone, mentre Péguy era morto - a 41 anni! -, nel 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna.
In un blog precedente ho ricordato alcune prese di posizione - ostinate e anacronistiche - della Chiesa su questioni che non toccavano i dogmi della fede, poi lasciate cadere, non senza aver provocato sofferenze inimmaginabili nei credenti.
È interessante per noi, oggi, tornare a meditare le parole di Péguy su un cristianianesimo chiuso e abbarbicato alla proprie false sicurezze. Alla radice c'è la corazza dell'abitudine, che è l'atteggiamento di resistenza più ostinata al miracolo della grazia: «C'è qualcosa di peggio che avere un pensiero cattivo. È avere un pensiero bell'e fatto. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima cattiva e anche di farsi un'anima cattiva. È avere un'anima bell'e fatta. C'è qualcosa di peggio che avere un'anima anche perversa. È avere un'anima abituata. Si sono visti i giochi incredibili della grazia e le grazie incredibili della grazia penetrare un'anima cattiva e anche 'un'anima perversa, e si è visto salvare quel che sembrava perso. Ma non si è mai visto bagnare quel che era verniciato, non si è visto attraversare quel che era impermeabile, non si è visto intridere quello che era abituato… sulla corazza inorganica dell'abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata».

Ogni riferimento a fatti o persone relativi alla campagna (perché di questo si tratta) orchestrata contro Papa Francesco NON è puramente casuale.


C. Péguy, Bergson e la filosofia bergsoniana, a cura d C. Lardo, Studium, Roma 2012

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